sabato 16 settembre 2017

Moneta Fiscale: farla funzionare è semplice

Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini

In un recente articolo, Yanis Varoufakis dell’Università di Atene ha messo in evidenza l’utilità di dare ai governi nazionali maggiore autonomia nella creazione di moneta per fini interni. Varoufakis propone un nuovo sistema di pagamenti parallelo basato sulla “moneta fiscale”, nonché un complesso meccanismo per creare questo tipo di moneta.

In replica, desideriamo indirizzare i lettori alla nostra proposta di Moneta Fiscale, che sarebbe di più semplice e immediata applicazione rispetto al sistema descritto da Varoufakis. L’abbiamo delineata nel nostro “Manifesto per l’Italia (2014)”, a seguito della ricerca di uno strumento di politica economica in grado di rinvigorire la domanda aggregata in una economia con spazi fiscali limitati e priva di sovranità monetaria. Come abbiamo argomentato in quella sede, uno strumento di questo tipo permetterebbe all’Italia di riprendersi dalla sua crisi economica senza lasciare l’eurozona e senza violare le regole dell’Unione Europea.

La nostra proposta si è evoluta in un ebook molto letto e in una serie di articoli, nei quali abbiamo sviluppato una rigorosa definizione di Moneta Fiscale e simulato l’impatto di un programma di moneta fiscale utilizzando dati economici italiani. Abbiamo anche preso in considerazione come la Moneta Fiscale opererebbe in contesti differenti, confrontando la nostra proposta con vari schemi di moneta parellela ipotizzati per la Grecia, nonché con le politiche economiche di Hjalmar Schacht, l’architetto della ripresa economica tedesca negli anni Trenta.

Le proposte di Moneta Fiscale sono oggi decisamente centrali nel dibattito politico italiano, in particolare tra i maggiori partiti d’opposizione, tra cui Forza Italia (lo schieramento di Silvio Berlusconi, capo del governo in passato), il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord. Alcuni di questi considerano la Moneta Fiscale un potenziale complemento all’euro, altri un mezzo per attivare l’uscita dell’Italia dall’Eurozona.

Nella nostra proposta, il governo italiano emetterebbe “Certificati di Credito Fiscale” che danno diritto a riduzioni in pagamenti futuri di tasse, imposte, contributi sociali ecc., per un ammontare uguale al loro valore nominale. Un CCF sarebbe utilizzabile in futuro – ad esempio, due anni dopo l’emissione – ma avrebbe anche un valore immediato, in quanto rappresenterebbe un diritto futuro garantito. Un CCF da 100 euro (120 dollari) emesso oggi varrebbe gli stessi 100 euro quando diventa utilizzabile tra due anni; nel frattempo, sarebbe negoziabile con un modesto sconto.

Per assicurare che il valore di mercato del CCF resti costantemente in linea con il nominale, il governo potrebbe pagare un tasso d’interesse positivo sui CCF. Si creerebbe anche un sistema nazionale di pagamento, dove i CCF verrebbero scambiati contro beni e servizi ceduti da fornitori disposti ad accettarli, o anche contro euro o altre attività. Creato questo sistema, il governo potrebbe emettere CCF, senza contropartita, direttamente a lavoratori, aziende, ceti disagiati, o utilizzarli per finanziare investimenti pubblici e programmi sociali.

La nostra proposta fornisce maggiore capacità di spesa sia al settore pubblico che agli operatori privati, e inoltre consente alle aziende domestiche di ridurre gli oneri sui costi di lavoro. In tal modo si migliora, tra l’altro, la loro competitività nei confronti delle importazioni nonché i saldi commerciali esteri.

Le emissioni di CCF potrebbero essere calibrate in modo da azzerare l’output gap del paese. Ad esempio il governo italiano potrebbe emettere CCF per 30 miliardi di euro annui a partire dal 2018, e poi espandere le emissioni annue fino a 100 miliardi nel giro di tre anni. La prima emissione di CCF avrebbe un effetto espansivo sulla produzione durante i due anni di differimento di utilizzo, grazie all’incremento di spesa del settore privato. E, poiché ampi livelli di output gap e bassi tassi d’interesse hanno un effetto moltiplicativo sulla crescita del reddito, le emissioni di CCF incrementerebbero il gettito del settore pubblico, coprendo così il proprio costo fiscale.

Soprattutto, i CCF non violerebbero il monopolio BCE sull’emissione di moneta ad accettazione obbligatoria. E i CCF non danno diritto a essere rimborsati, e non costituiscono quindi debito pubblico come definito da Eurostat. L’implicazione è che i governi possono emettere CCF senza entrare in conflitto con i trattati UE e con la normativa che regola le passività pubbliche, in quanto non incrementano il rischio di default dei governi medesimi.

Certamente i CCF indebolirebbero nel tempo la posizione fiscale se non stimolassero in misura sufficiente l’attività economica (e di conseguenza le entrate pubbliche). Ma per evitarlo, le emissioni di CCF potrebbero essere accompagnate da incrementi di tasse o tagli di spesa da attuarsi al momento dell’utilizzabilità, condizionate all’eventuale mancato verificarsi di un’adeguata crescita di gettito. Queste misure decadrebbero quindi automaticamente nel momento in cui i CCF genereranno espansione economica sufficiente a coprire il loro costo fiscale.

Di conseguenza, anche in un ipotetico (e virtualmente impossibile) worst-case scenario, nel quale i CCF risultino privi di qualsiasi effetto espansivo – in pratica, se tutti i beneficiari li “stivassero sotto il materasso” – adeguate clausole di salvaguardia li rendono privi di effetti negativi sulla posizione fiscale dello stato emittente.

Nel complesso, i CCF costituiscono una proposta priva di rischi. In Italia, dove l’economia rimane debole e fragile, con ogni probabilità produrrebbero una crescita più veloce e più robusta, ridando inoltre stabilità al problematico sistema finanziario locale.


10 commenti:

  1. Tiziano Tanari: "Rimane fra noi" che i CCF sono propedeutici all'uscita dall'euro in quanto, un processo espansivo del genere, aumenterebbe, negli anni, gli squilibri interni dovuti ai diversi livelli di inflazione che verrebbero a generarsi. Cosa ne dici, Marco?

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  2. Non necessariamente. Sul piano tecnico il sistema se correttamente impostato è stabile, vedi il post del 14.2.2013. Il tema CCF come assetto stabile a fianco dell'euro, o come scivolo verso l'exit, è fondamentalmente politico.

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  3. sono convinto e straconconvinto che se introducessero i ccf ..questi funzionerebbero egregiamente come descritto in via teorica.
    l'altro giorno in un bar di Cagliari ho letto distrattamente il quotidiano locale "L'Unione Sarda" mentre facevo colazione e c'era un articolo sul Sardex..lo ho letto con interesse..poi ho visto che è stato ripostato nel blog Sardex.net....cioè questo:

    https://www.sardex.net/sardex-su-lunione-sarda/

    oltreché ad un articolo precedente in toni positivi fatto dal Financial Times (che non è proprio un giornaletto ) ..

    ora anche la CBS americana
    qui link articolo CBS + video trasmesso in televisione.

    https://www.sardex.net/sardex-su-lunione-sarda/

    io ci vivo in Sardegna ...questa moneta Sardex ha funzionato bene da subito e sta crescendo sempre di più talmente che si sta pensando di estenderne nei prossimi mesi l'uso alle singole comuni persone e non solo alle aziende.

    I CCF (che son ben altra cosa in quanto emessi comunque dallo Stato ) se applicati secondo funzionano e bene anche ...forse anche con risultati in positivo sorprendenti. Saluti.

    Shardan

    ps: linko anche il precedente articolo del Financial Times tradotto in italiano :

    https://www.sardex.net/the-sardex-factor-sardex-in-home-page-sul-financial-times/


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    1. scusate il link della CBS video/articolo sul sardex è questo:

      https://www.cbsnews.com/news/sardex-creating-new-wealth-on-sardinia-without-cash/?ftag=CNM-00-10aab8c&linkId=40643194

      Shardan

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  4. Sono consigliere di maggioranza in un Comune di 12.000 anime. Mi chiedo se i CCF possano essere emessi dal mio Comune e/o se in Italia ci siano già dei Comuni che lo abbiano fatto.

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    1. Purtroppo i CCF a livello di enti pubblici locali non sono in grado di dare un contributo apprezzabile, per tre motivi:
      -l'ente locale gestisce solo una parte minima del prelievo fiscale
      -sarebbe comunque necessaria un'interazione con la legislazione statale pressoché impossibile da realizzare se non è d'accordo chi è al governo
      -se immettiamo domanda in un comune generiamo domanda che produce PIL al di fuori, e pochissimo gettito fiscale locale in più: il "cerchio" (= ripresa che genera maggiori entrate e compensa gli sconti fiscali a termine) non si chiude.

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    2. La dimensione corretta per l'introduzione di titoli a utilizzo fiscale è quella nazionale.

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    3. Capito, grazie: ci sono altri strumenti che i Comuni possono utilizzare per eludere il patto di stabilità?

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    4. La via più promettente è un circuito di compensazione multilaterale stile Sardex (vedi post 26.7.2016 e 3.8.2016). Il mio suggerimento è di sentirli. Mi risulta che a Torino e a Roma ci si stia ragionando.

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