sabato 19 dicembre 2020

La Moneta Fiscale in supersintesi

 

E’ un titolo che dà diritto a uno sconto fiscale.

Viene distribuito gratuitamente e consente di tenersi più euro in tasca.

Equivale a una riduzione di tasse, ma va a vantaggio anche di chi è incapiente o quasi e quindi tasse ne paga poche, o nessuna.

L'incapiente infatti può scambiarla contro euro o utilizzarla per comprare beni e servizi - con controparti che tasse da pagare ne hanno.

L’essenziale è emettere Moneta Fiscale per un valore largamente inferiore agli incassi lordi del settore pubblico (altrimenti se ne svilirebbe il valore).

Ma c’è uno spazio enorme, perché gli incassi lordi annui del settore pubblico sono circa 800 miliardi.

mercoledì 16 dicembre 2020

Disegno di Legge - Fratelli d'Italia

Forse una diversa denominazione aiuterà, chissà...

I buoni digitali di sconto fiscale sono, ovviamente e in buona sostanza, i certificati di compensazione fiscale (CCF).

Qui il testo del Disegno di Legge.

domenica 13 dicembre 2020

Crescita e debito: il RISOLVIBILE problema dell’Italia


L’economia italiana è depressa da DODICI anni: a partire da quando, a fine 2008, il fallimento Lehman Brothers ha innescato la crisi finanziaria mondiale.

La disgrazia dell’Italia è stata, da allora ad oggi, aver fedelmente, anzi ossequiosamente, eseguito le “raccomandazioni” impartite dalla UE. Sono state adottate politiche procicliche, imponendo austerità quando gli effetti della crisi Lehman non erano ancora stati superati.

L’obiettivo era ridurre il debito pubblico del paese, ritenuto troppo elevato. In realtà i fatti hanno dimostrato, e la teoria economica lo sta ormai riconoscendo, che il debito pubblico non è affatto un problema di per sé. Lo può diventare per un paese che si indebita in una moneta che non emette e che non gestisce, e che è troppo forte per i fondamentali della sua economia.

Quest’ultima è esattamente la situazione in cui si trova l’Italia a seguito dell’ingresso nell’euro, ed è il motivo per cui il nostro paese non sarebbe MAI dovuto entrare nella moneta unica.

Ma dato questo presupposto, cercare di ridurre il debito con politiche fiscali restrittive (tagli di spesa e aumenti di tasse) in periodi di economia depressa NON ottiene lo scopo. Distrugge invece produzione e occupazione, genera fallimenti aziendali, fa esplodere le insolvenze bancarie.

La contraddizione è evidente ma la UE rifiuta di riconoscerla, e i governi italiani non hanno mai saputo contrastare questa visione. Di conseguenza ai colpi inferti dalla crisi mondiale 2008 sono seguiti quelli della crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, e delle scellerate politiche adottate tra il 2011 e il 2013.

E oggi ci sono altissimi rischi di ripetere gli stessi errori in conseguenza del Covid. Attualmente in Italia si sta in qualche modo – in misura troppo limitata, e comunque più contenuta rispetto alla grandissima maggioranza degli altri paesi – contrastando il danno economico della crisi sanitaria con sussidi, rimborsi e slittamenti di imposte.

Ma questo è possibile solo grazie alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, sospensione che è temporanea. Probabilmente il Patto rientrerà in vigore nel 2022. Ben prima che l’economia abbia pienamente recuperato l’”effetto Covid” – che, ricordo, si è sovrapposto a un contesto che era GIA’ PRIMA pesantemente depresso e sfibrato.

Si parla di riformare il Patto, ma proposte concrete, vicine non si dice a una fase attuativa ma quantomeno a una discussione costruttiva tra gli Stati membri dell’Eurozona, non ne esistono.

Dovrebbe essere prossimo all’avvio, invece, il Recovery Fund. Ma è una ciclopica, terribile ingenuità pensare che rappresenti una svolta espansiva e solidale della governance economica UE.

I numeroni buoni per fare titoli sui media, i 209 miliardi, sono una colossale partita di giro. Circa 120 sono debiti che sostituiranno emissioni di BTP, ma non finanzieranno alcuna spesa aggiuntiva. I residui 80-90, impropriamente definiti “a fondo perduto”, saranno al contrario compensati da nuove tasse e da maggiori contributi da pagare a Bruxelles.

Non è affatto certo che l’effetto netto totale sia espansivo. Se lo sarà, parliamo di poche decine di miliardi (20 ? forse qualcosa di più, forse anche meno) suddivisi su svariati anni.

In “compenso”, TUTTI i 209 miliardi potranno essere spesi solo previa approvazione UE. Con il rischio concreto di non riuscire a utilizzarli tutti, magari solo perché il prossimo governo risulterà “non troppo simpatico” agli organi decisionali dell’Unione Europea. Mentre, beninteso, le maggiori tasse e i maggiori contributi necessari a compensare il (cosiddetto) “fondo perduto” andranno pagati sempre e comunque, senza fiatare.

In altri termini, il Recovery Fund non è affatto un meccanismo per attuare politiche espansive. E’ uno schema concepito per introdurre ULTERIORI vincoli, controlli e burocrazia, e per legare ancora di più le mani ai futuri governi italiani.

Il quadro è estremamente fosco. Ma tutti questi problemi NON sono irrisolvibili. C’è UNA via d’uscita da questa catastrofica situazione. Immettere potere d’acquisto SUPPLEMENTARE nell’economia utilizzando strumenti finanziari che NON costituiscano debito da rimborsare in euro.

Questa è la logica del progetto Moneta Fiscale / Certificati di Compensazione Fiscale. Esistono disegni di legge in discussione a livello di commissioni parlamentari, presentati sia da esponenti della maggioranza di governo, che dall’opposizione.

Lo logica è molto semplice. Immettere nell’economia un’attività finanziaria che rappresenta il diritto a uno sconto fiscale futuro, e che di conseguenza ha valore fin dal momento in cui viene creata e distribuita ad aziende e cittadini.

Gli sconti fiscali possono essere utilizzati per un ventaglio amplissimo di applicazioni. Integrare i redditi netti di lavoro, sia dipendente che autonomo, sia privato che pubblico, favorendo in particolare i livelli più bassi. Compensare parzialmente i pagamenti di oneri sanitari e contributivi, riducendo il cuneo fiscale effettivo e rendendo quindi più competitive le aziende. Attuare politiche di spesa sociale. Potenziare gli investimenti pubblici. Sostenere ricerca, innovazione e aggiornamento tecnologico delle imprese.

Occorre aver cura che le dimensioni totali delle emissioni non superino una frazione limitata degli incassi fiscali del settore pubblico: altrimenti gli sconti fiscali perderebbero valore (a causa dell’eccesso di circolazione rispetto al potenziale utilizzo).

Il Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos Labini) ha stimato in circa 200 miliardi il totale di sconti fiscali che potrebbero arrivare a circolare nell’economia italiana, senza creare effetti d’inflazione né di svilimento di valore dei titoli di sconto.

Il recupero dell’economia che ne deriverebbe è di un ordine di grandezza enormemente superiore a quello (risibile se non nullo) prodotto dal Recovery Fund.

L’economia italiana otterrebbe una forte ripresa di domanda, produzione e occupazione. E il debito pubblico da rimborsare in euro, quello che realmente preoccupa, potrebbe incamminarsi su una traiettoria discendente rispetto al PIL, senza attuare alcun intervento fiscale restrittivo.

L’”Ecobonus 110%” per le ristrutturazioni immobiliari è già un’applicazione di questo concetto. E si sta anche lavorando alla creazione di una piattaforma informatica di scambio dei crediti fiscali, importantissima per massimizzarne la liquidità e i conseguenti benefici.

QUESTA è la linea di azione su cui devono convergere gli sforzi di deputati, senatori e membri del governo. NON SERVE NIENTE DI PIU’, MA NON BASTA NIENTE DI MENO.

 

martedì 8 dicembre 2020

Un vero liberale non può essere euroausterico

 

Tra le tante contraddizioni di chi plaude all’euro, alla “disciplina di bilancio”, alle regole di governance dell’eurosistema, ma nello stesso tempo si definisce “liberale”, una (meno ovvia di altre) merita qualche riflessione.

Se la circolazione di potere d’acquisto nell’economia è insufficiente a garantire l’utilizzo di tutte le risorse produttive (lavoratori e aziende), il liberale che CONOSCE la macroeconomia dovrebbe ESIGERE che la circolazione medesima venga incrementata.

E non dovrebbe preoccuparsi più di tanto dei meccanismi tramite i quali quell’incremento si realizza. Che siano meno tasse, maggiori trasferimenti, maggiore spesa e investimenti pubblici, la cosa fondamentale è IMMETTERE il potere d’acquisto mancante.

Nel momento in cui i soldi circolano in misura adeguata, il liberale che ragiona correttamente si accorgerebbe che l’iniziativa individuale spinge il “libero gioco dell’interazione umana” ad allocare il potere d’acquisto. Se i singoli hanno soldi da spendere, ragionano – più correttamente di quanto farebbe un’entità collettiva eterodiretta – su come utilizzarli. E finiscono per effettuare scelte corrette perché (questo è uno dei capisaldi del pensiero liberale) nessuno è in grado di valutare i bisogni individuali meglio dell’individuo stesso.

E (altro caposaldo) i singoli, stavolta nella loro veste di produttori, si sanno organizzare per soddisfare i desideri dei consumatori, e sono incentivati dalle loro motivazioni di profitto a farlo con efficienza.

Il liberale non è (non dovrebbe essere) minimamente contrario alle politiche di pieno impiego. Lo diventa se non conosce la macroeconomia. Se scambia un vincolo artificiale (la carenza di moneta) con un vincolo reale. Se crede che l’immissione di potere d’acquisto nell’economia possa avvenire solo emettendo debito, quando invece uno Stato può (e deve) emettere moneta.

L’euroausterico spesso si definisce liberale, ma è solo una persona incompetente e/o in malafede.

 

domenica 6 dicembre 2020

Gli amici europei amano salvare le LORO banche con i NOSTRI soldi

 

Il buon Carlo Cottarelli ci fa sapere via twitter che “tra le critiche alla riforma del MES la più strana è che la possibilità di ricapitalizzare le banche col MES favorirebbe la Germania. Ma se le banche tedesche avessero problemi, la Germania non avrebbe problemi a finanziare il salvataggio indebitandosi sui mercati. L’Italia sì”.

Cottarelli è veramente così ingenuo ?

Certo che la Germania potrebbe salvare le sue banche indebitandosi sul mercato. Ma sia per loro che i francesi, non sarebbe stato un problema neanche nel 2010-2012 tappare i buchi presi dalle loro banche in Spagna e in Grecia (i tedeschi più in Spagna, i francesi più in Grecia).

Problema: avrebbero dovuto dichiarare al loro elettorato che il LORO sistema bancario si era comportato in modo dissennato, e quindi che era necessario intervenire.

Molto più facile, politicamente, dare tutta la colpa al debitore e dichiarare che si era creato un problema “di natura generale”. Quindi, suddividere l’onere con gli altri paesi dell’Eurozona (Italia in primis), che in quei paesi erano molto meno esposti.

La riforma del MES tra le altre finalità ha anche quella di ripetere, se mai servisse, lo stesso esercizio. Le landesbanken sono nei guai ? interviene il MES, anche con i soldi italiani, “perché è un problema collettivo”.

Se invece il problema l’hanno le banche italiane ? il MES in teoria può intervenire anche in questo caso, ma con il rischio (altissimo) che l’onere scaricato (via MES) sul bilancio pubblico italiano spinga a farne dichiarare l’insostenibilità, obbligando quindi l’Italia a “ristrutturarlo” (a fare default, in altri termini) nonché ad accettare pesantissimi condizionamenti sulla politica economica degli anni a venire.

Peggio ancora: può benissimo capitare che in crisi vadano le banche tedesche e non le italiane, che si ricapitalizzino via MES le banche tedesche e non le italiane… e che come risultato il debito italiano venga dichiarato insostenibile e ristrutturato. E il debito tedesco invece no.

Questo è il nocciolo della “bellissima, equa, solidale ed europeistica” riforma del MES.

Che ne dite, lo spieghiamo a Cottarelli ?

venerdì 4 dicembre 2020

L’immaginaria stagflazione degli anni Settanta

 

Ogni tanto risento o rileggo il ritornello che “il keynesismo non è stato in grado di spiegare la stagflazione degli anni Settanta”, o per essere precisi del periodo in cui l’economia mondiale è stata colpita dagli oil shocks.

Bene, mi pare utile chiarire che in quel periodo si sono registrati alti livelli di inflazione, in tutti i principali paesi occidentali e in Italia più della media. Ma NON è stato un periodo né di stagnazione né tantomeno di depressione dell’economia.

L’inflazione, misurata in base all’indice dei prezzi al consumo, è stata in Italia a due cifre nel periodo tra il 1973 e il 1984, con una media annua del 15,7%.

Nello stesso periodo, il PIL italiano IN TERMINI REALI è aumentato di quasi il 40% (39,8% per i pignoli, secondo i dati ISTAT / Bankitalia). Il che corrisponde a un incremento medio annuo del 2,8%, su un periodo di dodici anni.

La crescita è stata in quegli anni discontinua, soprattutto a causa degli interventi di politica monetaria (altrimenti detto, le strette creditizie) che cercavano di tamponare l’inflazione e di ritardare i riallineamenti del cambio (che dopo poco comunque avvenivano).

Ma la crescita economica C’ERA. Il tenore di vita della popolazione MIGLIORAVA. Le opportunità di lavoro e di crescita professionale per i giovani (e anche per i meno giovani) ESISTEVANO.

Anni complicati. Ma anni in cui il paese continuava a svilupparsi. Anni in cui non è minimamente venuta meno la fiducia in un futuro migliore per i figli, rispetto alle condizioni di vita dei genitori.

E tutto questo è vero per l’Italia così come per tutte le altre economie di mercato avanzate.

Non è per niente vero che “il keynesismo non è stato in grado di spiegare la stagflazione” di quegli anni.

La verità è che NON C’E STATA stagflazione. Inflazione sì. Stagnazione no. Né tantomeno depressione.

La depressione economica ce l’hanno regalata l’euro e le sue deliranti regole di funzionamento.

 

martedì 1 dicembre 2020

Perché non mi piace la patrimoniale LEU

 

Sono favorevole a un sistema di tassazione progressivo, da adottare in forma anche molto pronunciata non solo per i redditi ma anche per i patrimoni. Ma la proposta LEU, quantomeno nei termini in cui è descritta in questo articolo - no, non mi convince.

Intanto una considerazione di carattere generale. Si parla molto (tema menzionato anche nell'articolo) di iniquità nella distribuzione mondiale della ricchezza, citando i casi di individui i cui patrimoni si misurano in decine se non, ormai, in centinaia di miliardi.

E poi, da lì si arriva a proporre una patrimoniale che agisce a partire da… 500.000 euro. I “super-ricchi”, i “grandi patrimoni” da colpire, in altri termini, in qualche modo accostati a Jeff Bezos e a Bill Gates, o per restare in Italia a Ferrero o a Del Vecchio, comprendono persone che possiedono una casa e un po’ di risparmio in banca.

Vedo quindi un problema di soglia minima. Che mi suonerebbe molto meglio se fosse decisamente più alta di 500.000 euro.

Per la verità, leggo anche che a fronte della patrimoniale “generale” verrebbero eliminate alcune patrimoniali “specifiche” quali l’IMU sulle seconde case e i bolli su conti correnti e depositi di titoli in banca. Che colpiscono anche persone non particolarmente facoltose.

E questo mi suona meglio. Però l’articolo menziona una stima di gettito pari a 18 miliardi. Stiamo parlando allora di gettito LORDO, o di gettito AL NETTO delle minori tasse eliminate ?

Ho il sospetto che l’ipotesi corretta sia la prima. Allora la domanda che mi pongo immediatamente è: abbiamo capito che la necessità, la priorità, non è punire i (presunti) ricchi, ma METTERE soldi nell’economia - e non TOGLIERLI ?

E non mi va bene una dichiarazione di principio, non qualificata e non precisata, tipo “i 18 miliardi sono maggior gettito netto e quindi sono risorse in più che andranno ai meno abbienti e al rilancio dell’economia”.

Voglio vedere, nel MEDESIMO progetto di legge, quali provvedimenti – a fianco della patrimoniale – vengono IMMEDIATAMENTE E CONTESTUALMENTE introdotti per utilizzare quei soldi a vantaggio delle fasce sociali disagiate, nonché per il rilancio della domanda, della produzione e dell’occupazione. 

Meglio, molto meglio ancora, voglio vedere soldi IMMESSI in misura SUPERIORE a quanto TOLTO per effetto della patrimoniale.

A queste condizioni se ne può parlare.

Altrimenti, per favore, lasciamo perdere.