L’economia
italiana è depressa da DODICI anni: a partire da quando, a fine 2008, il
fallimento Lehman Brothers ha innescato la crisi finanziaria mondiale.
La disgrazia
dell’Italia è stata, da allora ad oggi, aver fedelmente, anzi ossequiosamente,
eseguito le “raccomandazioni” impartite dalla UE. Sono state adottate politiche
procicliche, imponendo austerità quando gli effetti della crisi Lehman non
erano ancora stati superati.
L’obiettivo era
ridurre il debito pubblico del paese, ritenuto troppo elevato. In realtà i fatti
hanno dimostrato, e la teoria economica lo sta ormai riconoscendo, che il
debito pubblico non è affatto un problema di per sé. Lo può diventare per un
paese che si indebita in una moneta che non emette e che non gestisce, e che è
troppo forte per i fondamentali della sua economia.
Quest’ultima è
esattamente la situazione in cui si trova l’Italia a seguito dell’ingresso nell’euro,
ed è il motivo per cui il nostro paese non sarebbe MAI dovuto entrare nella
moneta unica.
Ma dato questo
presupposto, cercare di ridurre il debito con politiche fiscali restrittive
(tagli di spesa e aumenti di tasse) in periodi di economia depressa NON ottiene
lo scopo. Distrugge invece produzione e occupazione, genera fallimenti
aziendali, fa esplodere le insolvenze bancarie.
La
contraddizione è evidente ma la UE rifiuta di riconoscerla, e i governi
italiani non hanno mai saputo contrastare questa visione. Di conseguenza ai
colpi inferti dalla crisi mondiale 2008 sono seguiti quelli della crisi dei
debiti sovrani dell’Eurozona, e delle scellerate politiche adottate tra il 2011
e il 2013.
E oggi ci sono
altissimi rischi di ripetere gli stessi errori in conseguenza del Covid.
Attualmente in Italia si sta in qualche modo – in misura troppo limitata, e comunque
più contenuta rispetto alla grandissima maggioranza degli altri paesi –
contrastando il danno economico della crisi sanitaria con sussidi, rimborsi e
slittamenti di imposte.
Ma questo è
possibile solo grazie alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, sospensione
che è temporanea. Probabilmente il Patto rientrerà in vigore nel 2022. Ben prima
che l’economia abbia pienamente recuperato l’”effetto Covid” – che, ricordo, si
è sovrapposto a un contesto che era GIA’ PRIMA pesantemente depresso e sfibrato.
Si parla di
riformare il Patto, ma proposte concrete, vicine non si dice a una fase
attuativa ma quantomeno a una discussione costruttiva tra gli Stati membri dell’Eurozona,
non ne esistono.
Dovrebbe essere
prossimo all’avvio, invece, il Recovery Fund. Ma è una ciclopica, terribile
ingenuità pensare che rappresenti una svolta espansiva e solidale della governance economica UE.
I numeroni buoni
per fare titoli sui media, i 209 miliardi, sono una colossale partita di giro.
Circa 120 sono debiti che sostituiranno emissioni di BTP, ma non finanzieranno
alcuna spesa aggiuntiva. I residui 80-90, impropriamente definiti “a fondo
perduto”, saranno al contrario compensati da nuove tasse e da maggiori
contributi da pagare a Bruxelles.
Non è affatto
certo che l’effetto netto totale sia espansivo. Se lo sarà, parliamo di poche decine
di miliardi (20 ? forse qualcosa di più, forse anche meno) suddivisi su
svariati anni.
In “compenso”,
TUTTI i 209 miliardi potranno essere spesi solo previa approvazione UE. Con il
rischio concreto di non riuscire a utilizzarli tutti, magari solo perché il
prossimo governo risulterà “non troppo simpatico” agli organi decisionali dell’Unione
Europea. Mentre, beninteso, le maggiori tasse e i maggiori contributi necessari
a compensare il (cosiddetto) “fondo perduto” andranno pagati sempre e comunque,
senza fiatare.
In altri
termini, il Recovery Fund non è affatto un meccanismo per attuare politiche
espansive. E’ uno schema concepito per introdurre ULTERIORI vincoli, controlli
e burocrazia, e per legare ancora di più le mani ai futuri governi italiani.
Il quadro è
estremamente fosco. Ma tutti questi problemi NON sono irrisolvibili. C’è UNA via
d’uscita da questa catastrofica situazione. Immettere potere d’acquisto SUPPLEMENTARE
nell’economia utilizzando strumenti finanziari che NON costituiscano debito da
rimborsare in euro.
Questa è la
logica del progetto Moneta Fiscale / Certificati di Compensazione Fiscale.
Esistono disegni di legge in discussione a livello di commissioni parlamentari,
presentati sia da esponenti della maggioranza di governo, che dall’opposizione.
Lo logica è
molto semplice. Immettere nell’economia un’attività finanziaria che rappresenta
il diritto a uno sconto fiscale futuro, e che di conseguenza ha valore fin dal
momento in cui viene creata e distribuita ad aziende e cittadini.
Gli sconti
fiscali possono essere utilizzati per un ventaglio amplissimo di applicazioni.
Integrare i redditi netti di lavoro, sia dipendente che autonomo, sia privato
che pubblico, favorendo in particolare i livelli più bassi. Compensare
parzialmente i pagamenti di oneri sanitari e contributivi, riducendo il cuneo
fiscale effettivo e rendendo quindi più competitive le aziende. Attuare politiche
di spesa sociale. Potenziare gli investimenti pubblici. Sostenere ricerca,
innovazione e aggiornamento tecnologico delle imprese.
Occorre aver
cura che le dimensioni totali delle emissioni non superino una frazione
limitata degli incassi fiscali del settore pubblico: altrimenti gli sconti
fiscali perderebbero valore (a causa dell’eccesso di circolazione rispetto al
potenziale utilizzo).
Il Gruppo della
Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa e Stefano Sylos
Labini) ha stimato in circa 200 miliardi il totale di sconti fiscali che
potrebbero arrivare a circolare nell’economia italiana, senza creare effetti d’inflazione
né di svilimento di valore dei titoli di sconto.
Il recupero dell’economia
che ne deriverebbe è di un ordine di grandezza enormemente superiore a quello (risibile
se non nullo) prodotto dal Recovery Fund.
L’economia
italiana otterrebbe una forte ripresa di domanda, produzione e occupazione. E
il debito pubblico da rimborsare in euro, quello che realmente preoccupa,
potrebbe incamminarsi su una traiettoria discendente rispetto al PIL, senza attuare
alcun intervento fiscale restrittivo.
L’”Ecobonus 110%”
per le ristrutturazioni immobiliari è già un’applicazione di questo concetto. E
si sta anche lavorando alla creazione di una piattaforma informatica di scambio
dei crediti fiscali, importantissima per massimizzarne la liquidità e i
conseguenti benefici.
QUESTA
è la linea di azione su cui devono convergere gli sforzi di deputati, senatori
e membri del governo. NON SERVE NIENTE DI PIU’, MA NON BASTA NIENTE DI MENO.