lunedì 4 dicembre 2017

Come non tutelare l'equilibrio del sistema pensionistico


Letta su twitter alcuni giorni fa: “Solidarietà a Carlo Cottarelli, che armato di numeri e pazienza va a parlare in TV di pensioni con mistificatori, demagoghi, trecartari, arruffapopoli, e analfabeti funzionali”.

E in risposta un altro commento: “Cottarelli eroico ma dibattito deprimente su cui ci aggrovigliamo da 20 anni mai mai mai focus su crescita innovazione investimenti produttività”.

Chi sostiene queste posizioni dovrebbe riflettere sul fatto che vent’anni, guarda caso, sono (anno più, anno meno) quelli decorsi dall’introduzione dell’euro.

E la correlazione tra meccanismi di funzionamento dell’Eurosistema, e blocco di “crescita innovazione investimenti produttività” in Italia, è ben chiara e argomentata (altro che “correlazioni spurie”, come le chiama chi cerca di difendere l’indifendibile).

Il “focus” sulla mancanza di “crescita innovazione investimenti produttività” ha un senso a due condizioni: che se ne identifichino le CAUSE, e che se ne propongano le SOLUZIONI.

Niente di tutto questo avviene se ci si limita ad affermare che “manca crescita eccetera, QUINDI non ci sono i soldi per le pensioni”.

I soldi per le pensioni (e per la sanità, per l’ordine pubblico, per la tutela del territorio, per diminuire le tasse e per molte altre cose ancora) ci sono A CONDIZIONE che si risolva la crisi di domanda a causa della quale l’economia italiana lavora e produce molto al di sotto del suo potenziale.

Una volta compreso che la crisi di domanda trascina tutto il resto - ovvero, una volta effettuata la diagnosi corretta - si identificano anche le soluzioni (immettere domanda nel sistema economico) e gli strumenti tecnici (il progetto CCF / Moneta Fiscale).

Tagliare le pensioni “per preservare l’equilibrio del sistema pensionistico”, al contrario, distrugge ulteriore domanda, produzione e occupazione. Con il risultato che il sistema si squilibra ulteriormente. E la depressione dell’economia si aggrava.


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