Merita qualche riflessione e qualche commento questo
sintetico tweet di Lidia Undiemi.
Io non credo alla “crisi inevitabile del capitalismo”, se per capitalismo intendiamo un sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. Lo sviluppo economico mondiale sta proseguendo, e la crescita è trainata da paesi fino a pochi decenni o a pochi anni fa sottosviluppati, ma oggi sempre più vicini agli standard di efficienza produttiva e di reddito procapite del mondo occidentale.
E l’economia di questi paesi è imperniata, su aziende a proprietà privata, o quanto meno lascia loro ampi spazi di azione. In questo senso, quindi, il capitalismo non è in crisi. Casomai, il caso della Cina non prova che il capitalismo è in crisi. Prova che può svilupparsi anche in assenza di democrazia. Non una buona notizia: ma non è un indicatore di crisi.
Mi pare corretta però la prima parte del tweet: sì, l’emergenza climatica è un tentativo di riconversione industriale a consumo forzato. Ma neanche questo è un sintomo di crisi del capitalismo. E’ un sintomo della tendenza, dell’avidità umana ancora prima che del capitalismo, a creare situazioni di tensione per aumentare la concentrazione di ricchezza, ma più ancora di potere, nelle mani dell’establishment.
Le tensioni economiche e sociali sono il presupposto per attivare grandi processi di cambiamento. E se il presupposto non esiste lo si crea. Non è più un presupposto ma un pretesto. Ma va bene lo stesso se i processi si attivano. Perché qualcuno li governa, e dal governo del cambiamento nascono opportunità di ricchezza e di potere. Enormi.
Non c’è una “crisi inevitabile del capitalismo”. C’è la
necessità, come c’è sempre stata, di creare un sistema di contrappesi e
controlli che eviti la tendenza dell’establishment ad accentrare smodatamente,
senza limitazioni, senza rispettare principi etici e diritti collettivi, potere
e ricchezza.