Ho spiegato in più di un'occasione come la natura del cosiddetto “debito pubblico” sia spesso e
volentieri fraintesa. Se uno Stato emette la propria moneta e immette potere
d’acquisto nell’economia mediante un eccesso di spesa rispetto alle tasse
prelevate, questo eccesso si trasforma, per definizione, in risparmio del
settore privato.
E se l’economia
nazionale ha saldi commerciali esteri in equilibrio, i privati che accumulano
questo risparmio sono residenti del paese, non stranieri.
Chi accumula
risparmio ha interesse a disporre di un servizio di gestione del risparmio
stesso, a rischio sostanzialmente nullo (anche se, di conseguenza, con
rendimenti tendenzialmente bassi).
Il cosiddetto
“debito pubblico” è un eccellente strumento per svolgere questa funzione. Il
risparmiatore sa che potrà impiegare il proprio risparmio in titoli di Stato, che
a tutti gli effetti pratici sono depositi presso il ministero
dell’Economia.
E dato che non ha
esigenze speculative ma solo di tutela e sicurezza del suo risparmio, il
rendimento di questi “titoli” / depositi potrà essere sostanzialmente pari a
zero (al netto dell’inflazione) per scadenze molto brevi, e solo leggermente
più alto per scadenze a 3, 5, 10 anni.
Per uno Stato che
si trova in situazione di normalità (NON nell’anomalia dell’Eurozona, che
consiste nell’aver rinunciato ad emettere moneta) il cosiddetto “debito
pubblico” (espresso in moneta nazionale) è quindi un servizio di tesoreria
offerto ai propri cittadini; non certo un “onere” o un “macigno” o uno
spauracchio che debba essere agitato per giustificare politiche economiche
restrittive in periodi di debolezza congiunturale.
Di fronte a questa
rappresentazione, sento spesso obiettare che in ogni caso il vincolo esterno
esiste anche per Stati che emettono debito pubblico espresso nella propria
moneta. In condizioni di libera circolazione dei capitali, se altri paesi
offrono (per un qualsiasi motivo) rendimenti reali notevolmente più alti, può
verificarsi un notevole deflusso di risparmio verso di essi.
Tutto questo è
possibile. Va però anche ricordato che il risparmiatore (per esempio) italiano
è interessato a un rendimento nella sua
moneta. Se i titoli di Stato in lire (ovviamente, nel caso in cui ci fosse di
nuovo la lira…) rendessero l’1% al netto dell’inflazione e quelli USA il 3%,
l’incentivo a spostare risparmio sarebbe comunque fortemente calmierato dal
fatto che il risparmiatore tipico non è attrezzato, e neanche interessato, ad
assumersi un rischio di oscillazione del cambio.
Con due punti di
differenza nel rendimento reale, fenomeni di deflusso sicuramente avverrebbero.
Ma questo produrrebbe un ribasso nel cambio lira – dollaro e avrebbe un effetto
espansivo sulla domanda netta di beni e servizi italiani. Il che è di per sé un
fattore di riequilibrio, perché genera flussi commerciali attivi (per l’Italia)
a compensazione dei flussi finanziari passivi.
Anche in assenza
di limitazioni ai movimenti di capitali, in altri termini, il fatto che uno
Stato emetta moneta propria e non si indebiti in moneta estera è una barriera
molto efficace agli scompensi prodotti dai flussi finanziari internazionali.
Proprio la sua
natura di servizio di tesoreria messo a disposizione dei propri cittadini e dei
propri residenti rende il cosiddetto debito pubblico (espresso in moneta
nazionale) un eccellente strumento di tutela del risparmio destinato a impieghi
futuri per spese (e anche per pagamenti di tasse) da effettuarsi all’interno del
paese.
L’incentivo a spostare
risparmio alla ricerca di rendimenti reali più alti è fortemente limitato dal
rischio valutario. E’ normale, in questa situazione, che il cosiddetto debito
pubblico sia alimentato, in misura nettamente preponderante, da risparmio
interno: risparmio tendenzialmente stabile e (giustamente) ben poco
“avventuroso”.
In questo
scenario, le variabili da tenere sotto controllo sono principalmente
l’inflazione, i saldi commerciali esteri e l’indebitamento in valuta estera. I
problemi nascono:
se il “deficit”
pubblico (cioè l’eccesso di spesa dello Stato rispetto alle tasse prelevate)
spinge la domanda al di sopra delle capacità produttiva dell’economia,
generando quindi un eccesso di inflazione; oppure
se i saldi
commerciali esteri del paese sono tendenzialmente negativi (nel qual caso il
risparmio privato prodotto dai “deficit” pubblici si forma a beneficio di soggetti
esteri, non di soggetti nazionali) e
se per finanziare
questi saldi commerciali esteri negativi il paese si indebita in moneta
straniera (nel senso di moneta che non ha facoltà di emettere).
La flessibilità
dei cambi è uno strumento di grande utilità per evitare o contenere questi
ultimi due problemi, sia perché tende a far sì che i saldi commerciali esteri
svolgano una funzione di riequilibrio, sia perché disincentiva (anche quando la
legge non li vieta o comunque non li limita) i flussi di capitali esteri speculativi.