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venerdì 10 maggio 2013

Tu quoque, De Grauwe…

Paul De Grauwe è uno stimato economista belga, docente alla London School of Economist e considerato (tra gli altri da Paul Krugman) uno dei più penetranti osservatori delle vicende dell’economia europea. In particolare, riguardo alla crisi dell’euro e dei debiti sovrani, e ai danni prodotti dalle politiche di austerità.

Tutto ciò mi ha reso particolarmente deludente la lettura di questo articolo. De Grauwe appare ahimè incline a coltivare illusioni e fraintendimenti in merito alle possibili soluzioni dell’eurocrisi.
 
Il passaggio chiave è: Europe’s leaders must begin designing and implementing strategies aimed at bringing the eurozone closer to a fiscal union. To be sure, a fiscal union such as that in the United States is a distant prospect that eurozone leaders should not expect to achieve any time soon – or even in their lifetimes. But that does not mean that establishing a fiscal union is a chimera. Small steps in the right direction now can make a significant difference”.

 “I leader europei devono iniziare a progettare e a implementare strategie finalizzate a rendere l’eurozona più simile a un’unione fiscale. Certo, un’unione fiscale come negli USA è una prospettiva lontana, che i leader dell’eurozona non dovrebbero aspettarsi di raggiungere in tempi rapidi – e neanche nel corso delle loro vite. Ma questo non significa che costruire un’unione fiscale sia una chimera. Piccoli passi nella giusta direzione possono oggi fare una differenza significativa”.
 
A quattro anni di distanza dall’esplosione dell’eurocrisi, con tutta l’Europa Meridionale in piena depressione, con la disoccupazione giovanile sopra il 60% in Spagna e in Grecia, con l’Italia che nel 2012 ha avuto un milione di licenziamenti e dove mille aziende falliscono ogni mese, parliamo di “piccoli passi nella giusta direzione” per “fare una differenza significativa” ?
 
Nella migliore delle ipotesi, l’unione fiscale – non da sola, attenzione, ma insieme alla completa mutualizzazione del debito pubblico (leggi eurobond), alla creazione di un completo sistema di trasferimenti (assicurazione contro la disoccupazione e sistema pensionistico integrato a livello europeo, per cominciare) e all’assicurazione europea dei depositi bancari – porterebbe a una situazione di tipo italiano.
 
In altri termini: a un divario permanente di competitività tra Nord e Sud, e alla dipendenza economica del secondo dal primo.
 
E non è un tema solo italiano. In tutti i paesi in cui aree economiche con divari di competitività sono state unificate in una completa unione monetaria / fiscale / debitoria / di trasferimenti si è riprodotta la stessa situazione. L’area forte si è rafforzata, l’area debole si è indebolita e ha sviluppato una situazione di dipendenza permanente. Vedi l’Inghilterra e la Scozia, la Germania Ovest e la Germania Est, le Fiandre e la Vallonia.
 
Per quanto riguarda l’eurozona, naturalmente è un’ipotesi di scuola. Di transfer union ed eurobond, la Germania non vuole neanche sentire parlare. Lo stesso De Grauwe infatti parla di “piccoli passi nella giusta direzione…”: un trattamento omeopatico per curare un tumore, più o meno. E l’unione fiscale completa i leader eurozonici non se la devono aspettare “nel corso delle loro vite”…
 
In sintesi, De Grauwe “propone” una “soluzione” che sarebbe sbagliata se fosse applicabile – e non lo è (per fortuna, viene da dire).
La crisi dell’euro è un problema di:
-Differenze di competitività tra i paesi
-Impossibilità di riallineare i costi di lavoro per unità di prodotto, tra le varie nazioni, mediante politiche di compressione salariale: sono socialmente inique, abbattono la domanda, e gettano l’economia in depressione permanente.
-Assenza delle monete nazionali, che impedisce politiche di sostegno attivo della domanda nei paesi in difficoltà.
 
Le strade, salvo idee nuove (non certo quanto propone De Grauwe), sono sempre e solo due: il break-up dell’euro con ritorno alle valute nazionali, in libera fluttuazione.
 
Oppure, l’introduzione di uno strumento monetario parallelo, emesso (anche e soprattutto) per ridurre la tassazione del lavoro: i Certificati di Credito Fiscale.