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sabato 2 maggio 2020

Finanziare la ripartenza


In assenza di fortissime immissioni di liquidità a fondo perduto, molte attività economiche rischiano (terminata l’emergenza Coronavirus) di non ripartire, o di fallire subito dopo il tentativo di ripartenza.

Tenuto conto che (1) l’Italia non emette moneta propria (2) potrebbe iniziare a emettere Moneta Fiscale / CCF, ma il consenso politico per farlo non esiste ancora, e (3) i programmi di sostegno UE sono, ben che vada, specchietti per le allodole –

tenuto conto di tutto ciò, che cosa si può fare ?

Molto semplice: la possibilità che rimane allo Stato italiano è emettere grossi (anzi enormi, centinaia di miliardi) quantitativi di titoli di Stato tradizionali.

Le emissioni potrebbero anche essere strutturate in modo da incentivare, dal punto di vista dei tassi d’interesse e del trattamento fiscale, la sottoscrizione da parte di privati residenti italiani.

Una preoccupazione che ho sentito esprimere è che se quest’ultima azione avesse successo, i privati sottoscriverebbero i nuovi titoli prelevando liquidità anche e probabilmente soprattutto dai loro depositi bancari. Il che produrrebbe un buco nella raccolta degli istituti di credito.

Ma in effetti, questi soldi servirebbero a finanziare deficit pubblico, che si tradurrebbe in un’immediata crescita del risparmio privato e quindi dei depositi bancari.

Tutto questo, salvo che non ci siano deflussi di capitale all’estero. Anche in quel caso però esiste un fattore di compensazione: l’incremento del saldo passivo Target2 della Banca d’Italia nei confronti della BCE.

Va anche tenuto conto che, come spiegavo qui, e come ha “scoperto” all’improvviso Standard & Poor’s (nel motivare la sua recente decisione di mantenere invariato il rating della Repubblica Italiana) il nostro paese genera un rilevantissimo (e crescente) surplus commerciale. E in questi mesi è diventato creditore netto verso l’estero (NIIP positiva).

Ed è probabile che il surplus commerciale nel 2020 aumenti, perché la caduta della domanda interna e quindi delle importazioni sarà maggiore di quella dell’export, per due motivi: le restrizioni adottate in Italia durante la fase critica del Coronavirus (in forma può accentuata rispetto a pressoché tutti gli altri paesi); e il crollo del prezzo del petrolio.


venerdì 26 settembre 2014

AfD: il grimaldello che porterà alla fine dell’eurosistema ?


Standard & Poor’s ha pubblicato pochi giorni fa un rapporto in cui viene commentata la possibilità che il crescente successo elettorale di Alternative Fuer Deutschland (AfD) metta in crisi l’intera politica di gestione dell’eurosistema. Trovate qui un commento di Evans-Pritchard sul tema, disponibile anche in traduzione italiana.

AfD è un partito tedesco fortemente critico in merito al sistema monetario europeo e decisamente scettico sulle sue possibilità di sopravvivere nella forma attuale. Sta riscuotendo consensi crescenti: alle elezioni politiche di settembre 2013 è andato vicino, con il 4,7% dei voti, al superamento della soglia per l’ingresso nel Bundestag. Alle elezioni europee dello scorso maggio ha oltrepassato il 7%, e alla luce dei risultati di una serie di recenti elezioni regionali viene ormai dato oltre il 10% su base nazionale.

Personalmente seguo con interesse l’evoluzione di AfD, come ricorderà chi ha letto questo e questo articolo. Non penso di essere un oltranzista né un teorico del “tanto peggio tanto meglio” ma ormai da tempo non credo più che una soluzione del problema euro possa arrivare tramite l’adozione di una posizione cooperativa da parte della Germania.

La posizione tedesca è sempre stata di concedere il minimo indispensabile per evitare la deflagrazione della moneta unica, ma nulla che consentisse di risolverne le gravissime inefficienze. Standard & Poor’s è preoccupata che i crescenti consensi riscossi da AfD portino a un ulteriore irrigidimento: ma questo è esattamente ciò che accelera la soluzione del problema.

L’attuale eurosistema non può sopravvivere, e la rigidità tedesca non fa altro che mettere l’opinione pubblica europea di fronte alla realtà dei fatti. L’esito finale potrà essere uno scioglimento ordinato ed efficiente (come mi auguro) oppure una deflagrazione.

Potrebbe, in teoria, avvenire per il tramite di un’azione promossa dalla BCE: mi sembra improbabile perché richiede la messa in minoranza della Germania da parte degli altri paesi dell’Eurozona per attuare un’azione di “helicopter money” (non certo le iniziative recentemente promosse da Draghi, la cui inutilità è ormai evidente). Non escludo nulla, ma credo decisamente di più ad azioni individuali dei vari paesi.

Comunque ormai siamo al punto in cui i danni prodotti all’economia europea dalla crisi sono da considerare decisamente superiori a quanto sarebbe avvenuto se l’euro fosse saltato, anche in modo disordinato, nel 2011 o nel 2012. Bisogna fare i conti con i dati di fatto e sostenere l’attuazione delle soluzioni più costruttive.