Come noto a chi
segue questo blog, gli euroausterici sono una setta di commentatori economici
che negano a oltranza, a dispetto di qualsiasi evidenza contraria, che la
stagnazione economica italiana abbia qualcosa a che vedere con l’euro, con le
regole di funzionamento dell’eurozona e con le massicce dosi di austerità
fiscale prescritte all’Italia prima per entrare a far parte del club della
moneta unica, e poi per rimanerci.
La stagnazione
italiana nasce da moooooolto prima, secondo loro. Tipo venti o trent’anni in
anticipo rispetto al fatidico 1° gennaio 1999, data di nascita dell’euro.
Come si concilia
tutto ciò con il fatto che il PIL procapite italiano, fino alla seconda metà
degli anni Novanta, teneva il passo o addirittura guadagnava terreno rispetto
alle medie UE15 ?
Elementare
Watson, ci fa sapere il baldo euroausterico. In realtà è dal 1970 che la Total
Factor Productivity è stagnante se non in declino.
Eccolo, eccolo,
lo smoking gun ! ecco la causa
profonda del declino economico italiano, svelata al mondo !
Oddio, ma cos’è
questa Total Factor Productivity ?
La Wikipedia italiana ci viene in soccorso fornendo la seguente definizione: trattasi della “parte
residua di output eccedente gli input di lavoro e capitale”. Di conseguenza “misura,
generalmente, il grado di efficienza economica”.
Però ci mette
anche alcune pulci nelle orecchie. Nel paragrafo “critiche alle TFP” si legge
infatti che “già Abramowitz notava come in realtà il residuo così calcolato era
alla fine il risultato non solo del cambiamento tecnologico e del miglioramento
dell’efficienza produttiva, ma anche di una serie di possibili errori, come
quelli di misura, quelli derivanti da aggregazione e quelli di errata specificazione
del modello”. In definitiva risulta essere solo “la misura della nostra ignoranza”.
E in effetti, se
è vero che la TFP italiana è piatta se non declinante dal 1970, com’è possibile
che invece la produttività del lavoro
tra il 1970 e la fine degli anni Novanta sia invece cresciuta ? e parecchio ?
(bloccandosi
poi, guarda caso, in corrispondenza dell’euroaggancio… per ragioni che trovate commentate e analizzate in questo post).
L’euroausterico
ha la risposta pronta. La crisi dell’economia italiana è stata per una trentina
d’anni mascherata dal massiccio utilizzo di indebitamento. L’Italia non
riusciva a stare il passo dal punto di vista di tecnologia e organizzazione
produttiva, e “copriva” questo problema espandendo il debito. Quale debito ? ma
il debito pubblico ovviamente, salito nel trentennio 1970-2000 dal 50% al 110%
del PIL.
Il che equivale
a dire che l’Italia riceveva ingenti risorse finanziarie che in qualche modo
stimolavano la crescita del PIL, ma senza minimamente recuperare efficienza,
fino al momento in cui “è arrivato il conto da pagare” (una delle frasi a
effetto preferite dagli euroausterici).
Tutto chiaro ?
Mica tanto.
L’argomento crolla
sull’affermazione che “l’Italia riceveva ingenti risorse finanziarie”. Se
questo fosse il caso, l’Italia avrebbe sistematicamente generato grossi deficit
nel saldo delle partite correnti. In altri termini, le esportazioni di beni e
servizi e gli incassi per redditi finanziari e trasferimenti dall’estero
avrebbero dovuto essere nettamente e sistematicamente inferiori alle
corrispondenti voci di import e di pagamenti.
Il deficit nel
saldo delle partite correnti corrisponde, ci insegna la partita doppia, a
capitali che arrivano dall’estero a titolo di finanziamento o di investimento. Per
poter spendere più di quanto produci, in altri termini, ti indebiti, o vendi
pezzi di attività economiche nazionali a residenti esteri. Questo debito e
queste vendite sarebbero risorse finanziarie esterne. E questo genererebbe un “conto”
che prima o poi ti potrebbe venir chiesto di “pagare”.
Ma dando un’occhiata
ai dati storici 1970-2000, relativi appunto al saldo delle partite correnti in percentuale del PIL, non si nota nulla di tutto questo.
Si notano invece oscillazioni tra saldi attivi e saldi passivi, con punte negative in corrispondenza delle crisi petrolifere del 1973 e del 1979 ma anche con un lungo e significativo periodo di surplus dopo la rottura della SME.
E infatti (fonte
Eurostat) la Net International Investiment Position, il saldo netto tra
investimenti e attività finanziarie italiane all’estero (da un lato), e le corrispondenti
voci negative per flussi di non residenti verso il nostro paese (dall’altro) era,
al 31.12.1998, in sostanziale equilibrio (-9,1% del PIL). Va tenuto conto che la NIIP di singoli paesi può tranquillamente raggiungere livelli compresi tra il 50% e il 100% del PIL. I dati più recenti evidenziano, ad esempio, -27% per la Francia, -66% per gli USA, -84% per la Spagna, -106% per il Portogallo, -176% per la Grecia.
Per cui, dove si
vedono questa “droga finanziaria”, questi massicci capitali affluiti in Italia,
che poi avrebbero creato il “conto da pagare” ?
Semplicemente
non esistono.
Gli
euroausterici fanno come di consueto una tremenda confusione tra debito
pubblico e debito estero. La NIIP italiana all’ingresso nell’euro non era
assolutamente a livelli passivi anomali (oggi è addirittura leggermente
positiva).
Certo, lo Stato
italiano generava deficit PUBBLICI e li finanziava con debito PUBBLICO. Avrebbe
potuto, in parte o totalmente, monetizzarli, ma dal 1981 (divorzio Tesoro – Banca
d’Italia) si è deciso di non farlo.
Ma a fronte del
debito pubblico, i residenti italiani accumulavano risparmio finanziario
privato. Era in buona sostanza una partita INTERNA al paese. Non c’era nessuna “droga”
da risorse finanziarie provenienti dall’estero, nessun “conto” che prima o poi
qualcuno avesse titolo a presentare.
C’è stata invece
la scellerata decisione di entrare in un sistema monetario disfunzionale e di
sottoporsi a politiche di compressione della domanda interna nonché a regole
procicliche, che hanno prima (fino al 2008) rallentato la crescita italiana,
poi (austerità inflitta al nostro paese a partire dal 2011) impedito di recuperare gli
effetti della crisi finanziaria mondiale conseguente al fallimento Lehman.
E speriamo di
non vivere un ulteriore incubo se errori analoghi venissero ripetuti post
termine emergenza Covid.
Tornando agli
euroausterici, la sintesi è molto semplice. Il loro è un processo di
arrampicamento sugli specchi, finalizzato a negare di non aver capito nulla
della crisi economica italiana – né a livello di diagnosi né di prescrizione
dei rimedi.
Si appigliano quindi
all’unico indicatore che sembra dar loro qualche credito – la fumosissima
e inaffidabile TFP – per sviluppare una tesi che crolla miseramente a un’analisi
minimamente più approfondita.