La BCE lavora con un mandato unico (o quantomeno, totalmente predominante) che è la stabilità dei prezzi: altrimenti detto, tenere l’inflazione sotto controllo.
La Federal Reserve USA opera invece con un doppio mandato: stabilità dei prezzi ma, nello stesso tempo, massimizzazione dell’occupazione.
Questi mandati, tuttavia, non possono essere attuati efficacemente da una banca centrale che non lavori in stretto coordinamento con i governi che presidiano le politiche fiscali.
Le banche centrali infatti non hanno facoltà di stampare moneta e di porla direttamente a disposizione dell’economia produttiva, aumentando la spesa pubblica e/o riducendo le tasse. Questa è politica fiscale.
Le banche
centrali possono invece agevolare l’espansione o la contrazione del credito.
Emettere moneta, in altri termini, per prestarla al sistema bancario, o per
acquistare titoli.
E il potenziale ricevente del credito non è interessato a riceverlo e a spenderlo se la domanda per beni e servizi reali, nell’ambito del sistema economico, è depressa. Se la domanda è depressa, le aziende non hanno interesse a investire (a maggior ragione, indebitandosi), e gli individui sono disincentivati ad assumere mutui immobiliari, o finanziamenti per credito al consumo.
Questo non significa che le banche centrali non svolgano un ruolo di supporto all’espansione fiscale. Lo svolgono: ma a causa di un assetto istituzionale che impedisce ai governi di emettere moneta e di immetterla direttamente nell’economia. Il supporto delle banche centrali di conseguenza assume la veste di garanzia della sottoscrizione dei titoli di Stato.
Tutto questo viene meno nel momento in cui gli Stati tornano ad emettere direttamente moneta, o un suo appropriato succedaneo – quale i Certificati di Compensazione Fiscale e, in generale, la Moneta Fiscale nelle sue varie, possibili forme.
In particolare,
nell’ambito dell’Eurozona un appropriato utilizzo della Moneta Fiscale elimina la necessità che la banca centrale
sostenga il debito pubblico e il finanziamento del deficit.