venerdì 12 settembre 2014

Ancora sulla spesa pubblica


In merito al mio post precedente, Matteo Thomann correttamente mi faceva notare che, nel valutare l’andamento della spesa pubblica e del PIL, occorre anche tenere conto del rapporto tra i due, e del confronto dell’incidenza percentuale (della spesa sul PIL, appunto) tra i vari paesi.

Nel campione esaminato (dati Eurostat e FMI) i due paesi che hanno ridotto la spesa pubblica in termini reali:

 


Spesa pubblica (mld € costanti 2013)
2007
2013
Variazione
Germania
 
 
1.143
1.224
7,1%
Francia
1.074
1.176
9,6%
Italia
814
789
-3,0%
Spagna
425
458
7,7%
Irlanda
65
70
8,0%
Grecia
 
 
113
106
-6,0%

 

sono Italia e Grecia, ovvero quelli dove si è verificata la peggiore contrazione di PIL:

 


Variazione PIL reale
 
2013 vs 2007
Media annua
Germania
 
 
4,2%
0,7%
Francia
0,9%
0,2%
Italia
-8,7%
-1,5%
Spagna
-5,7%
-1,0%
Irlanda
-7,6%
-1,3%
Grecia
 
 
-23,6%
-4,4%

 

E’ tuttavia anche vero che il paese dove l’incidenza della spesa pubblica sul PIL è cresciuta meno, ed è comunque una delle più basse del campione, è anche quello che ha registrato l’andamento economico migliore (o, detto altrimenti, è l’unico a non essere nei guai…). Si parla naturalmente della Germania.

 


Spesa pubblica / PIL
 
2007
2013
Variazione
Germania
 
 
43,5%
44,7%
1,2%
Francia
52,6%
57,1%
4,5%
Italia
47,6%
50,6%
3,0%
Spagna
39,2%
44,8%
5,6%
Irlanda
36,7%
42,9%
6,2%
Grecia
 
 
47,5%
58,5%
11,0%

 

Ora, è molto facile prendere questi dati e saltare alla conclusione che la disciplina nel contenimento della spesa pubblica aiuta l’economia. Ma è anche molto facile confutare questa affermazione. Se Italia e Grecia hanno ridotto la spesa (in termini reali) ma nello stesso tempo la spesa pubblica è cresciuta in rapporto al PIL, questo è dovuto, banalmente, al fatto che è caduto il denominatore del rapporto.

Non abbiamo, quindi una conferma della tesi che meno spesa pubblica => più crescita. Casomai osserviamo che in una situazione di domanda depressa, la riduzione di spesa tende ad abbassare il PIL e ad aumentare il rapporto spesa pubblica / PIL, invece di ridurlo.

Naturalmente, il “miracolo tedesco” (aver superato la crisi e ottenuto una decente crescita del PIL, senza mettere in atto grossi incrementi di spesa pubblica) ha un’origine ben nota, i surplus commerciali:

 


Saldo partite
Media 2008 - 2013 (% PIL)
correnti
Germania
 
 
6,7%
Francia
-1,7%
Italia
-1,9%
Spagna
-3,9%
Irlanda
0,9%
Grecia
 
 
-8,0%

 

En passant, questa brillante prestazione della Germania implica la violazione dei trattati europei. Come è noto a molti (ma non a tutti) non esiste solo il limite del 3% per il rapporto annuo tra deficit pubblico e PIL. Esiste anche (tra le altre cose) una soglia massima del 6% per quanto attiene a surplus commerciale / PIL. La Germania viola sistematicamente questa soglia senza che questo turbi i sonni di nessuno a Bruxelles, pare.

Ma lasciamo pure da parte i trattati. La sintesi di quanto sopra è: puoi superare una pesante crisi di domanda, originata dagli eventi del 2008 (culminati nel fallimento Lehman) e puoi anche farlo senza attuare grossi incrementi di spesa pubblica e di deficit pubblico. Lo puoi fare se hai grosse eccedenze negli scambi con l’estero.

Dovrebbe essere però evidente (ma pare di no…) che le eccedenze di qualcuno sono deficit di qualcun altro. Infatti in questo periodo la Germania è stata in surplus e il resto dell’Eurozona in deficit fino al 2011. Dal 2012 in poi il deficit del resto dell’Eurozona si è, sostanzialmente, azzerato, e la Germania ha continuato a fare surplus a fronte dell’incremento di deficit commerciale da parte del resto del mondo – il che non ha mancato di suscitare lamentele da parte di asiatici e americani.

Il punto chiave è che il governo tedesco continua a ripetere che il resto dell’Eurozona può uscire dalla crisi seguendo l’esempio della Germania. E’ un'affermazione insensata per vari motivi: uno dei principali è che saldi commerciali attivi del 6-7% ottenuti da un paese di 80 milioni di persone sono tollerabili (non senza mugugni) da parte del resto del mondo. Ottenuti da un’area economica di 330 milioni di persone, no.

La crisi dell’Eurozona si risolve solo con un grande rilancio della domanda interna dell’Eurozona stessa. Il dibattito rilevante è sui meccanismi da adottare e sugli equilibri interni da tutelare. Sul piano tecnico, le soluzioni esistono.

Sul piano politico, stiamo dove stiamo… da nessuna parte, per ora.

lunedì 8 settembre 2014

Tagliare spesa per la ripresa ?


Disclaimer: per quello che possono valere queste etichette, io mi considero un liberale e non uno statalista. Nel senso che a mio avviso lo Stato deve svolgere una funzione sussidiaria rispetto all’iniziativa autonoma degli individui – occuparsi, in pratica, di quello che gli individui non sono in grado di fare.

Fatta questa premessa, nello stabilire la linea di demarcazione tra iniziativa individuale e azione dello Stato, entrano in gioco valutazioni di natura tecnica ed empirica. Il liberale Keynes e altri hanno sviluppato e argomentato la tesi dell’utilizzo del deficit pubblico in funzione anticiclica in quanto l’esperienza degli anni Trenta, totalmente confermata dalla situazione odierna, ha mostrato come una crisi del sistema finanziario possa generare una depressione profonda di domanda, produzione e occupazione. Depressione che NON si risolve da sola – se non in tempi lunghissimi e con costi economici e sociali estremamente pesanti.

Ora, il mantra di molti economisti ed opinionisti, autodefinitisi liberali, è che sono usciti dalla crisi i paesi che, più e meglio degli altri, hanno “fatto le riforme” e “tagliato la spesa pubblica”. Mentre l’Italia è messa male perché queste cose non le ha fatte, o non abbastanza.

Riguardo alla spesa pubblica, spesso ho la sensazione che chi fa queste affermazioni non abbia in mente i dati, o presupponga che i suoi interlocutori li ignorino. Dati che invece sono piuttosto semplici (fonti Eurostat e FMI).

Confrontiamo le variazioni del PIL reale verificatesi tra il 2007 (ultimo anno prima della “crisi Lehman”) e il 2013.

 


Variazione PIL reale

 

2013 vs '07

Media ann.

Germania

 

 

4,2%

0,7%

Francia

0,9%

0,2%

Italia

-8,7%

-1,5%

Spagna

-5,7%

-1,0%

Irlanda

-7,6%

-1,3%

Grecia

 

 

-23,6%

-4,4%

 

La Germania e (in misura molto minore) la Francia hanno registrato una, sia pur modesta, crescita economica. Italia, Irlanda e Spagna hanno sofferto di pesanti contrazioni (anche l’Irlanda e la Spagna, nonostante vengano spesso descritti come paesi che hanno “superato la crisi”). La Grecia, come ampiamente noto, un vero e proprio crollo.

Ci dovremmo quindi aspettare che tedeschi e francesi abbiano virtuosamente ridotto la spesa pubblica e i greci l’abbiano aumentata, giusto ? e che anche l’Italia l’abbia controllata peggio di spagnoli e irlandesi, visto che il nostro risultato è più negativo (anche se non poi tanto) del loro.

Ora, i dati sono questi.

 


Spesa pubblica (mld € costanti 2013)

2007

2013

Variazione

Germania

 

 

1.143

1.224

7,1%

Francia

1.074

1.176

9,6%

Italia

814

789

-3,0%

Spagna

425

458

7,7%

Irlanda

65

70

8,0%

Grecia

 

 

113

106

-6,0%

 

In termini reali (tenuto conto dell’inflazione, quindi) la spesa pubblica l’hanno ridotta solo Italia e (soprattutto) Grecia.

E la variazione peggiore del PIL l’hanno avuta, appunto, Italia e (soprattutto, molto soprattutto) Grecia.

Il punto è che durante una depressione economica, azioni di riduzione della spesa sono quanto di più controproducente si possa concepire. Possono essere utili – in linea di principio, e in qualsiasi momento – azioni di riallocazione della spesa: sostituire una spesa meno efficiente con una più efficiente. Fermo restando che il beneficio sta nell’incremento di efficienza, che è solo una frazione dell'intervento. Che se si taglia la spesa pubblica per incrementare quella privata (per esempio tramite una riduzione di tasse) la maggior efficienza della spesa privata rispetto a quella pubblica è un’ipotesi da argomentare, non da prendere come una realtà indiscutibile. E che c’è anche il rischio di sbagliarsi – cioè di creare inefficienze, quando si pensava di ridurle.

La crisi è un problema di carenza di domanda, e si risolve solo con politiche fiscali espansive, previa attivazione degli strumenti monetari necessari a supportarle. Mettere al centro dell’attenzione la “riduzione della spesa pubblica” è, nella più ottimistica delle ipotesi, un modo per distogliere l’attenzione dalla vera causa e dalle vere soluzioni della depressione economica.

venerdì 5 settembre 2014

La conversione della Bocconi alla MMT


O, se preferite, al keynesismo vero e autentico, quello espresso nella Teoria Generale, non la caricatura di “debito e spesa pubblica sempre e comunque” che ne fa chi non la conosce – questa conversione è stata pubblicata su vox.eu il 21 agosto scorso. Eccola.

I concetti sono molto simili a quelli dell’articolo di Blyth e Lonergan, uscito negli stessi giorni, e vi rimando quindi al relativo commento.

Mi limito a qualche annotazione.

Francesco Giavazzi e Guido Tabellini propongono di finanziare una forte riduzione di imposte mediante l’emissione di titoli (da parte dei vari stati che la effettuano) con trent’anni di scadenza, interamente sottoscritti dalla BCE. Assomiglia moltissimo, in realtà, alla modalità con cui la Bank of England finanzia da anni il deficit spending effettuato nel Regno Unito. A tutti gli effetti pratici si tratta di finanziamento con emissione di moneta, costruito in questo modo per mantenere in essere il simulacro (forse è meglio chiamarlo superstizione…) della Banca Centrale che non può finanziare direttamente i deficit pubblici.

Come spiegavo nel commento all’altro articolo, il problema che un’operazione di questo tipo sarebbe rivolta solo ad alcuni paesi, o sarebbe inflazionistica se effettuata nei confronti anche di quelli dove non esiste una forte carenza di domanda (leggasi la Germania) si risolve in modo molto semplice: l’erogazione viene effettuata a favore di tutti, in proporzione per esempio al PIL, ma la Germania non la utilizza per effettuare azioni espansive bensì per ridurre il suo debito pubblico in circolazione.

E, come detto e ripetuto tante volte, in un progetto di questo tipo deve essere inserito un meccanismo di riduzione degli squilibri di competitività tra i vari paesi (che causerebbero incremento di debito estero nei paesi dell’Eurozona mediterranea): molto semplicemente, questo si ottiene rivolgendo buona parte dell’azione espansiva (effettuata al Sud) alla riduzione della fiscalità sul lavoro e sulla produzione domestica. In primo luogo, abbassando fortemente il cuneo fiscale.

Io continuo a preferire l’attuazione della Riforma Morbida mediante emissione dei Certificati di Credito Fiscale in quanto non richiede nessun intervento della BCE e nessuna emissione di debito addizionale (nemmeno formalmente).

Comunque l’articolo di Tabellini e Giavazzi è molto significativo. Trattandosi di persone molto vicine agli alti vertici politici del paese (Tabellini è consulente economico della Presidenza del Consiglio, Giavazzi pochi giorni fa è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica) sarebbe interessante sapere se queste cose si limitino a scriverle in inglese su siti specializzati in macroeconomia, o se invece le stiano spiegando a Renzi e a Napolitano…

mercoledì 3 settembre 2014

L’onere della prova


Sento spesso affermare che un’azione espansiva della domanda, attuata oggi in Italia, non porterebbe grandi benefici a causa di strozzature di offerta e problemi di competitività. In pratica, un’affermazione del genere equivale a dire che incrementare la domanda genererebbe un incremento dell’inflazione, più che della produzione e dell’occupazione.

Questo dubbio sarebbe legittimo se fossimo nella situazione degli anni Settanta: ristagno del PIL e inflazione elevata. Situazione, naturalmente, che ai tempi fu strettamente connessa alla crisi petrolifera: un quadro completamente diverso da quello odierno.

Oggi abbiamo, invece, una paurosa carenza di domanda, disoccupazione massiccia e dinamica dei prezzi che scivola verso la deflazione, o probabilmente ci è già arrivata.

In questa situazione mi appare evidente che la direzione in cui andare è: più domanda e più moneta. Se, comunque, si teme che limiti nell’offerta potrebbero far insorgere problemi dal lato dell’inflazione, le linee di politica macroeconomica da adottare sono molto semplici: invece di applicare fin da subito un’azione espansiva delle dimensioni necessarie a riportare la domanda ai livelli antecedenti alla crisi, mettiamola in atto, per esempio, al 50%. Se si verifica una rapida risalita dell’inflazione verso l’obiettivo BCE del 2%, ci fermiamo per dare tempo alle azioni sull’offerta di fare il loro corso. Se, come ritengo molto più probabile, questa risalita dell’inflazione non c’è o è molto graduale, acceleriamo, con più moneta e più domanda.

Fermo restando che, se destiniamo una parte dell’azione espansiva a ridurre la fiscalità che grava sulla produzione domestica, abbiamo già migliorato, e di parecchio, le condizioni dell’offerta. Ed evitato, nello stesso tempo, la formazione di squilibri commerciali e di indebitamento finanziario verso l’estero.

L’onere della prova, che l’offerta del sistema economico italiano non sia adeguata a permettere di riportare produzione e occupazione ai livelli precrisi, spetta a chi fa questa affermazione. E l’unica prova è attuare un’azione espansiva della domanda, per verificare se crea o no più inflazione del previsto. Non ci sono scuse per non agire in questo senso: oggi domanda, produzione, occupazione e dinamica dei prezzi sono TUTTE troppo basse. La direzione in cui spingere è evidente. L’intensità a cui è opportuno arrivare la constateremo. Ma da che parte andare, è chiarissimo.
 
Ed è l’esatto contrario di quello che si continua a fare nell’Eurozona…