sabato 9 gennaio 2021

L’economia “mainstream” capisce le cose a metà

 

A ulteriore chiarimento di quanto spiegavo nell'ultimo post, capitano a proposito le affermazioni di Laurence Boone – capo economista dell’OCSE – e il commento, molto sintetico ma molto efficace, contenuto in questo tweet di Stephanie Kelton:

 “Ancora ragionamenti parecchio smozzicati nel suo (di Laurence Boone) pensiero. Il miglio finale per arrivare alla MMT è il più lungo da percorrere. I tassi d’interesse sono una variabile di politica (di politica monetaria; in altri termini, lo Stato che emette moneta li può fissare discrezionalmente); “prendere a prestito” è opzionale, non serve a finanziare il deficit di uno Stato monetariamente sovrano; e aggiungere un pagamento d’interessi ai flussi di reddito aumenta il rischio d’inflazione”.

Chiaro ? ormai nessun economista minimamente credibile difende più il dogma dell’austerità, ma c’è ancora parecchia strada da fare. L’economia “mainstream”, quella a cui aderiscono OCSE, FMI e Banca Mondiale, per tacere di BCE e Commissione Europea, ancora nega tre ovvie verità:

PRIMO, uno Stato che emette la propria moneta non ha alcun bisogno di indebitarsi.

SECONDO, se uno Stato monetariamente sovrano emette titoli di debito pubblico, non genera nessun rischio di default e non impoverisce in alcun modo il paese. Il debito pubblico è semplicemente uno strumento offerto alla popolazione per impiegare il risparmio.

TERZO, se viene emesso debito pubblico, è una scelta puramente politica quella di fissare a un livello più o meno elevato il tasso d’interesse. Uno Stato monetariamente sovrano può controllare totalmente i tassi sul debito.

Aggiungo un commento all’ultimo commento del tweet keltoniano: “aggiungere un pagamento d’interessi ai flussi di reddito aumenta il rischio d’inflazione”. E’ più controintuitivo degli altri, ma è vero. Spesso si ritiene che aumentare i tassi d’interesse pagati sul debito pubblico abbia un effetto deflattivo sull’economia. Ma se a parità di politiche fiscali (spesa pubblica e tasse) lo Stato aumenta gli interessi sul debito, la conseguenza è di immettere più potere d’acquisto nell’economia. L’effetto è inflattivo, non deflattivo.

L’equivoco nasce dal fatto di dare per scontato che i tassi sul debito pubblico debbano muoversi in linea con quelli del credito privato. Se fosse così, maggiori tassi sul debito pubblico implicherebbero maggiori costi dei finanziamenti privati, il che rallenterebbe diversi settori dell’economia, perché diventerebbero più costosi i crediti al consumo, i mutui immobiliari, i finanziamenti alle imprese eccetera.

Ma non è così se lo Stato comprende che, appunto, “prendere a prestito è opzionale, non serve a finanziare il deficit di uno Stato monetariamente sovrano”. I deficit si possono finanziare emettendo direttamente moneta, l’offerta di debito al pubblico (e il relativo tasso d’interesse) è una decisione del tutto discrezionale.

Se poi lo Stato monetariamente sovrano vuole influenzare i tassi d’interesse, non deve fare altro che alzare o abbassare il tasso applicato dall’istituto d’emissione alle banche (o anche ai cittadini, se viene loro consentito di depositare risparmi presso l’istituto d’emissione medesimo). Una politica di gestione del tasso d’interesse di mercato NON richiede di operare sui tassi del debito pubblico, e quindi non richiede neanche l’esistenza del debito pubblico.

 

mercoledì 6 gennaio 2021

Ridefinire il concetto di “spazio fiscale”

 

Il pensiero economico dominante, quello delle grandi istituzioni sovranazionali (OCSE, FMI, World Bank, con più lentezza la BCE e con ancora più lentezza la Commissione UE) sta ormai arrivando a riconoscere che l’austerità è una politica economica fallimentare, che i deficit di bilancio pubblico sono attualmente indispensabili, e che sarebbe un gravissimo errore abbandonare le politiche fiscali espansive troppo presto.

Errore, quest’ultimo, che è stato commesso nel 2010, quando si è passati dall’espansione all’austerità molto prima che gli effetti della crisi Lehman fossero completamente riassorbiti.

Ben vengano questi ripensamenti. Ma sul piano teorico e metodologico, si è fatta ancora solo metà del percorso.

Si legge infatti che “oggi non è necessario fare austerità perché i tassi d’interesse bassissimi aumentano lo spazio fiscale degli Stati” e che “il debito pubblico non è un problema se il tasso di crescita dell’economia supera il costo del debito ed è quindi compatibile con la riduzione del rapporto debito / PIL”.

Bisogna andare MOLTO più in là. Per prima cosa, il concetto di “spazio fiscale” va ripensato. Il livello di deficit e di debito pubblico non è soggetto a nessun limite numerico predefinito.

Il deficit pubblico può infatti essere finanziato con moneta, o con debito risk-free (in quanto pienamente garantito da chi emette la moneta stessa). Non c’è quindi alcuna ragione per cui debba creare rischi d’insolvenza a uno Stato che emette la propria moneta.

Se il rischio d’insolvenza non esiste, lo “spazio fiscale”, ovvero lo spazio per attuare politiche fiscali espansive, ha poco o nulla a che vedere con il livello del deficit o del debito.

E se è possibile finanziare il deficit senza emettere debito, o alternativamente ridurre i tassi d’interesse sul debito fino a zero (basta che l’istituto di emissione si impegni a ricomprare il debito alla pari), non ha neanche senso preoccuparsi del rapporto tra tasso di crescita dell’economia e costo del debito.

Lo spazio fiscale non si esaurisce se non nel momento in cui le politiche fiscali spingono la circolazione di potere d’acquisto nell’economia e la conseguente domanda di beni e servizi a livelli tali da produrre inflazione eccessiva.

Il tetto dell’espansione fiscale è l’eccesso d’inflazione, che nasce nel momento in cui la domanda di beni e servizi incontra il limite delle risorse produttive reali (capitale fisico e lavoro, dato il livello di tecnologia in quel momento disponibile). Il 3%, il 60%, la relazione r<g – è tutto ciarpame di cui liberarsi.

Questo è il passaggio logico che le organizzazioni sovranazionali devono ancora effettuare.

E questo è il principio che deve essere alla base delle politiche fiscali degli Stati.

Sventuratamente, nell’Eurozona siamo distanti anni luce dall’averlo accettato. Il primo passo indispensabile è rottamare nella maniera più totale i deliranti vincoli dell’eurosistema.

Ma ancora non se ne parla.

 

lunedì 4 gennaio 2021

La soddisfazione che dà la ricchezza

 

E’ meglio essere ricchi che poveri. Ovvio, anzi è una catalanata (chiaro a tutti il concetto di catalanata ? forse no se siete under 40, nel caso andate via tranquilli di wikipedia). Ma esattamente per quale motivo la ricchezza dà soddisfazione ? Questa è una domanda che conduce a riflessioni un filo meno banali.

Essere ricchi dà soddisfazione per almeno tre ragioni diverse (che naturalmente possono anche presentarsi congiuntamente, tutte e tre o due a turno, nella stessa persona).

Se i soldi ve li siete guadagnati, traete una (di solito legittima) soddisfazione dall’aver dimostrato a chi vi conosce, ma anche e forse soprattutto a voi stessi, di possedere determinate capacità. E questa è una sensazione positiva, di autovalidazione, anche se magari siete il tipo di persona a cui quello che si può comprare con i soldi non interessa poi tantissimo.

Oppure potete apprezzare molto, al contrario, quello che con i soldi si può acquistare. Una bella casa ? una vacanza costosa ? un panfilo ? una megavilla ? sicuramente sono tutte cose che il 90% abbondante delle persone preferisce avere piuttosto che no. E se apprezzate queste cose tra l’altro ne derivate soddisfazione, sia che i soldi vi siano arrivati per merito, sia per fortuna (altrimenti detto, va bene anche se li avete ereditati o vinti alla lotteria).

Fin qui nulla di molto originale. Ma esiste una terza forma di soddisfazione che proviene dalla ricchezza. Una categoria di persone si inebria del potere che la ricchezza dà nei confronti del prossimo.

Ecco, non so se ci avete mai pensato, ma questa è di gran lunga la categoria più pericolosa. Perché a questi non basta la ricchezza. Agli altri è sufficiente essere ricchi – certo, più ricchi di chi sta loro intorno, perché la ricchezza è anche un concetto relativo, quindi se è un indice di successo professionale devo averne un po’ più di chi ho vicino, e idem se mi dà accesso a beni materiali – una bella casa mi piace averla se è quantomeno un po’ più bella rispetto alle persone che frequento.

Resta comunque vero che, se appartengo a una delle prime due categorie, sono contento di essere ricco ma non ho problemi se stanno bene anche gli altri – anche se per sentirmi ricco ho bisogno di stare un po’, o magari molto, meglio di loro. Però, se ho “molto”, mi va bene che gli altri abbiano comunque “abbastanza”.

Chi si inebria di potere invece, pensateci, ha bisogno che gli altri stiano male. Perché “potere” equivale a “forzare gli altri a far qualcosa che non vorrebbero”. E lo fanno se sono in stato di necessità. Altrimenti, se hanno quanto gli basta, il mio potere su di loro è modesto, o inesistente.

L’assetato di potere, l'individuo che è interessato alla ricchezza per il potere che gli conferisce, è il ricco veramente antisociale, veramente pericoloso. E’ la persona a cui non basta avere molto. Ha bisogno di vedere la povertà intorno a sé.

sabato 2 gennaio 2021

La storia economica manda in confusione Cassese

 

Il prestigioso costituzionalista Sabino Cassese, di tanto in tanto indicato da fonti di stampa come possibile prossimo presidente della Repubblica, ci fa sapere in una recente intervista che “se nel secolo scorso vi fossero state possibilità di pressione del tipo previsto nel regolamento approvato, non avremmo forse avuto né Mussolini né Hitler”.

Il “regolamento approvato” di cui parla Cassese è quello che consentirebbe (il condizionale è d’obbligo perché le valutazioni in merito alla sua efficacia sono alquanto discordi) di sospendere gli esborsi del Recovery Fund a paesi UE in violazione dello “stato di diritto”.

Cassese è un insigne giurista, ma la storia economica al contrario non sembra proprio essere il suo forte. Diversamente, non gli sfuggirebbe che l’ascesa al potere di Hitler fu dovuta al fatto che i creditori internazionali avevano come obiettivo di far pagare alla Germania le riparazioni di guerra accollatele dal trattato di Versailles.

E appunto perché disponevano di ampie “possibilità di pressione”, i creditori imposero austerità alla Germania, la gettarono in una gravissima crisi economica, e portarono la disoccupazione al 25%. Spianando così la strada a Hitler.

Questo stesso tipo di austerità è stato “prescritto” dalla UE al Sud Europa dal 2011 in poi: senza peraltro che nessuno dei paesi euromeridionali avesse perso una guerra mondiale.

Ah, dice Cassese, ma se invece ai tempi di Hitler ci fosse stato “il regolamento”… ve li immaginate Hitler, Goering, Goebbels e von Ribbentrop commentare costernati la lettera di Bruxelles che “sospende i fondi causa violazione dello stato di diritto" ?

Già me lo vedo l’omino coi baffi: “ragazzi ci hanno beccati. Pensavamo di rimilitarizzare la Renania, poi si programmava l’Anschluss, e poco dopo una bella conferenza per risolvere la questione dei Sudeti… invece cicca, se non la smettiamo di violare lo stato di diritto qui ci danno una nota sul registro e forse anche le bacchettate sulle dita”.

Ma (non ve l’ho detto ma probabilmente lo sapete) Cassese è un fiero europeista. Quindi secondo lui i regolamenti UE tutelano lo stato di diritto, promuovono il benessere economico, stimolano la ricrescita dei capelli, curano le emorroidi e fanno vincere lo scudetto all’Avellino.

E’ una questione di fede, tutto qui.

mercoledì 30 dicembre 2020

Ancora su MMT e saldi commerciali esteri


Un mio recente post ha suscitato vivaci discussioni in merito a quanto sia, o non sia, importante per un paese tenere sotto controllo i saldi commerciali con l'estero e il debito in moneta straniera. Chiarisco qui alcuni temi emersi, tra l'altro, in seguito a interazioni con l'amico Megas Alexandros, e da lui sviluppati in questo articolo.

Se un paese importa dall’estero un bene o un servizio e il venditore richiede il pagamento in moneta straniera, si produce automaticamente una passività finanziaria, denominata in quella moneta, del paese verso il settore estero medesimo.

Potrebbe sembrare che questo non sia necessariamente il caso. Immaginiamo che l’Italia abbia ancora (o torni a emettere) la lira. E immaginiamo che un’azienda italiana debba effettuare un pagamento in dollari per comprare petrolio.

A volte si afferma che questo non genera incremento del debito netto italiano in dollari verso l’estero. Perché ? perché il compratore italiano potrebbe, invece di assumere debito in dollari, vendere lire contro dollari sul mercato dei cambi.

Vero. Ma questo che cosa significa ? che una controparte dovrà vendere dollari e comprare lire. Se (caso 1) questa controparte è italiana, diminuiranno i dollari detenuti da residenti italiani.

Se invece (caso 2) la controparte è estera, si ritroverà in possesso di lire. Deterrà quindi un’attività finanziaria espressa in lire (un saldo attivo di conto corrente, un titolo di credito o qualcos’altro) che rappresenterà una passività in lire del sistema economico italiano.

Il sistema Italia, quindi, nel caso 1 si è spossessato di dollari. 

Nel caso 2 invece no: ma la ragione è che il sistema estero NEL SUO COMPLESSO ha ceduto petrolio in cambio di lire. Il venditore del petrolio, certo, ha ricevuto dollari. Ma la transazione è stata resa possibile grazie al fatto che un altro soggetto estero ha accettato di aumentare le sue attività finanziarie in lire. La vendita del petrolio HA GENERATO aumento del debito estero in dollari; questo è stato compensato da un evento DISTINTO E SEPARATO - la decisione d'investimento di un differente soggetto estero. Evento che può aver luogo - ma anche no.

Esiste quindi un ulteriore caso (caso 3): nessun soggetto italiano vende dollari, nessun soggetto straniero accetta di aumentare le sue attività finanziarie in lire. Invece, un soggetto straniero eroga al compratore italiano di petrolio un finanziamento in dollari.

In definitiva ci sono tre possibilità:

Caso 1, il sistema economico italiano diminuisce i dollari in suo possesso.

Caso 2, il sistema estero accetta di aumentare le sue attività finanziarie in lire.

Caso 3, il sistema estero eroga un finanziamento in dollari al sistema economico italiano.

Un paese come gli USA, che paga sempre in dollari le sue importazioni, si trova invece in una situazione differente. La bilancia commerciale passiva implica comunque l’aumento del debito netto estero; ma questo debito è SEMPRE denominato nella moneta sovrana statunitense – non in una moneta straniera. In pratica per gli USA esiste solo l’equivalente del caso 2.

E’ un problema incrementare il debito finanziario in moneta straniera ?

Potenzialmente sì, anche se in linea di massima si parla di debito privato, non di debito pubblico.

Il settore pubblico infatti spende principalmente per acquistare beni e servizi da controparti locali. In particolare, paga gli stipendi dei dipendenti pubblici, e li paga nella sua moneta sovrana.

Però anche l’accumulo di debito privato in moneta straniera può essere pericoloso. Un’azienda o un intermediario finanziario privato ha un rischio d’insolvenza se assume troppo debito, anche in moneta sovrana. Ma in quest’ultimo caso, lo Stato ha la possibilità di intervenire per evitare che il dissesto crei problemi al sistema economico-finanziario nel suo complesso. Parlo, ovviamente, di situazioni di dissesto sistemico, in cui ad andare in crisi sono istituzioni singolarmente o collettivamente di grandi dimensioni.

Ma se il dissesto nasce da un eccesso di debito in moneta straniera, gli spazi di azione dello Stato si riducono enormemente: appunto perché lo Stato deve procurarsi la moneta straniera, non può emetterla fiat.

A scanso di equivoci preciso che:

UNO, l’Italia oggi è lontanissima da uno scenario di questo tipo. Genera 60 miliardi di surplus commerciale estero all’anno, e la sua NIIP (Net International Investment Position, differenza tra attività patrimoniali estere di residenti italiani, e attività italiane di residenti stranieri) è in equilibrio pressoché perfetto.

DUE, in ogni caso, utilizzare l’euro non risolve affatto questo potenziale problema, anzi lo aggrava, proprio perché l’euro è una moneta straniera, che l’Italia non emette. TUTTE le passività di soggetti italiani, pubblici o privati, sono quindi (attualmente) espresse in moneta straniera.

Da UNO, deriva tra l’altro che quanto ho esposto sopra non inficia affatto l’applicabilità della MMT al contesto italiano, in particolare tramite l’introduzione dello strumento CCF / Moneta Fiscale (che va considerato il mezzo per adattare la MMT alle condizioni specifiche del nostro paese, e dell’Eurozona in generale).

Ritengo anche utile precisare che cosa NON sto affermando.

NON STO AFFERMANDO che gli USA sia l’unico paese che paga prevalentemente le importazioni con la sua moneta. Altri paesi dispongono di una moneta che viene SPESSO accettata nelle transazioni internazionali. Vedi ad esempio il Giappone, il Regno Unito o la Svizzera.

Viene anche spesso citato il caso dell’Australia, che ha generato deficit commerciali per quarant’anni consecutivi (è passata in surplus nel 2019) e ha accumulato una NIIP negativa pari a circa il 50% del PIL. Ma le passività finanziarie dell’Australia sono, in misura predominante, denominate in dollari australiani. In pratica, anche il dollaro australiano (pur non essendo una cosiddetta “valuta di riserva internazionale”) è largamente accettato per pagare le importazioni.

Rimane tuttavia vero che situazioni problematiche a causa dell’indebitamento in moneta straniera si sono generate in numerosissime occasioni. Spesso ad esempio in America Latina e in Africa, ma non solo. Vedi il Sudest asiatico nel 1997-8 e la Turchia nel 2018.

Di conseguenza, un modello completo di analisi del sistema economico richiede di introdurre il tema degli squilibri commerciali e degli accumuli di debito in moneta estera che ne possono conseguire. E di ragionare sugli strumenti utilizzabili per prevenire situazioni problematiche, quali (cito ancora il mio post) “i cambi flessibili; la leva fiscale (tassazione favorevole, basso cuneo fiscale sulle produzioni locali); e anche dazi, quote e vincoli alle importazioni”.

domenica 27 dicembre 2020

Perché è meglio cancellare il debito


Sarei anche d'accordo con chi dice che la cancellazione del debito pubblico comprato dalla BCE non risolve i problemi, anzi è irrilevante. Perché serve deficit pubblico.

Sarei anche d’accordo perché sul piano tecnico-economico ha ragione al cento per cento. Quello che serve è immettere potere d’acquisto nell’economia, lasciare più soldi in mano a cittadini e aziende, alimentare domanda, rilanciare gli investimenti, sostenere i redditi e l’occupazione, ridurre le tasse.

E tutte queste cose non si realizzano cancellando il debito. Si realizzano aumentando il (cosiddetto) deficit pubblico, ovvero la differenza tra spese e incassi della pubblica amministrazione.

Ma non esiste solo il piano tecnico-economico. Esiste anche la comunicazione mediatica, esistono i messaggi che influenzano la pubblica opinione.

E la narrazione (sbagliata, infondata) del “debito pubblico fardello sulle future generazioni”, del “neonato che viene al mondo con millemila euro di debito sul capo”, del “non possiamo fare questo e quello perché c’è il debito” è molto, MOLTO potente.

Benissimo fare comunicazione e informazione, encomiabile spiegare che non è così. Ma troppe persone cadono in questa trappola comunicativa, in questa “spiegazione” chiara, semplice, convincente e SBAGLIATA.

Sono d’accordo che cancellare il debito non è risolutivo. Sono d’accordo che non è una condizione sufficiente, e in effetti nemmeno necessaria, per risolvere la situazione.

Ma sarebbe comunque molto, MOLTO meglio, cancellarlo. E’ solo una scrittura di partita doppia, ma ci farebbe fare molta strada.

martedì 22 dicembre 2020

World Monetary Theory (WMT)

 

Spesso mi chiedono “ti riconosci nella MMT ? dichiari di aderire a questa scuola di pensiero economico ?”.

La mia risposta è, in larga misura, affermativa. Ne parlavo un po' di tempo fa: ho sviluppato il progetto CCF senza ancora conoscere la MMT, anche se la proposta Tax-Backed Bonds di Warren Mosler e Philip Pilkington è stata una delle fonti di ispirazione dei CCF. Ma ai tempi, della MMT non sapevo praticamente nulla salvo averne sentito menzionare il nome, e salvo, appunto, aver letto l'articolo di Mosler e Pilkington.

Le mie idee le ho sviluppate autonomamente; tuttavia, più le mettevo a confronto con quanto scrivono gli autori MMT, più identificavo assonanze e sviluppavo preziose “fertilizzazioni”.

Posso oggi tranquillamente affermare che mi riconosco nella MMT, quantomeno al 95%.

L’unico tema realmente rilevante che la MMT a mio parere trascura, o almeno tende a sottovalutare, è l’importanza dei saldi commerciali esteri per un paese che non è in grado di pagare le importazioni nella sua moneta.

Su questo tema l’approccio MMT, o almeno di parecchi suoi aderenti, si sintetizza nell’affermare che le esportazioni sono un costo che si sostiene per ottenere le importazioni. Se i miei saldi esteri sono in deficit, significa che ottengo beni e servizi dai fornitori esteri senza dover lavorare per produrli. Dando, cioè, carta prodotta a costo zero invece di beni e servizi. E allora, perché mai i deficit commerciali dovrebbero preoccupare ?

Il punto è che questa affermazione è in larga misura (ma non totalmente) vera solo per un paese che è in grado di pagare le importazioni nella SUA moneta sovrana. In pratica è sostanzialmente vera per gli USA, gradualmente meno vera per gli altri Stati, e per molti di essi totalmente falsa.

Per chi non paga l’import nella sua moneta, saldi commerciali esteri in deficit equivalgono ad accumulare debito in moneta straniera. Il che espone a un rischio finanziario, perché il debito in moneta straniera, per definizione, non può essere garantito / rimborsato da emissioni di moneta sovrana.

E’ vero che in linea di massima i deficit commerciali vengono accumulati da soggetti privati, non pubblici. Il settore pubblico per lo più acquista beni e soprattutto servizi (in primo luogo, il lavoro dei dipendenti pubblici) pagandoli in moneta nazionale.

Ma se famiglie, aziende e operatori finanziari si indebitano in moneta straniera oltre certi livelli, il problema si riverbera sull’intero paese. E se larga parte dell’economia nazionale è a rischio di dissesto, lo Stato non può semplicemente stare a guardare e lasciare che si inneschi una catena di fallimenti.

Se questo tema non è del tutto compreso dagli autori MMT, è dovuto (credo) al fatto che la maggior parte di loro è statunitense e tende a ragionare (in parte inconsciamente) come se il mondo funzionasse sempre e comunque come gli USA.

Va notato che anche per gli USA, o in generale per un paese in grado di pagare in moneta nazionale tutte le sue importazioni, deficit commerciali elevati e continuativi creano un rischio di erosione della base produttiva nazionale. Pagare l’import in moneta propria, in altri termini, non significa che sia opportuno ignorare i deficit commerciali.

La MMT, in definitiva, ha bisogno di integrare nel suo schema di analisi il vincolo dell’equilibrio negli scambi commerciali con l’estero. Equilibrio che non necessariamente corrisponde a conseguire saldo zero in qualsiasi anno. Corrisponde all’evitare deficit commerciali “strutturali” (nel senso sopra indicato di “elevati e continuativi”).

Per ottenere questo risultato possono essere impiegati diversi strumenti: i cambi flessibili; la leva fiscale (tassazione favorevole, basso cuneo fiscale sulle produzioni locali); e anche dazi, quote e vincoli alle importazioni.

Il libero scambio totale e assoluto non è un obiettivo raccomandabile nel momento in cui esistono paesi e aree economiche che ricercano sistematicamente la generazione di surplus commerciali.

Questo implica tra l’altro che il mercantilismo tedesco (che spinge nella stessa direzione anche il resto della UE) è destabilizzante. Per evidenti ragioni di algebra e di partita doppia, se la UE è sistematicamente in surplus, il resto del mondo accumula deficit e debiti con l’estero. E’ non solo legittimo ma anzi doveroso contrastare queste tendenze.

Tornando alla MMT, io ne cambierei nome e sigla, trasformandola in WMT (World Monetary Theory). In pratica, la MMT integrata con il vincolo di evitare deficit commerciali strutturali, e il connesso accumulo di debiti netti con l’estero, SOPRATTUTTO se denominati in moneta non sovrana.