sabato 23 ottobre 2021

Riformare il Patto di Stabilità con la Moneta Fiscale

 

Ho scoperto da pochi giorni che la Commissione UE ha lanciato una consultazione pubblica per la revisione del Patto di Stabilità e Crescita (“PSC”), al momento sospeso a causa della pandemia.

Non ho capito chi, come e in che forma può rispondere alle domande formulate dalla Commissione, di cui quella fondamentale è peraltro la prima 

“In che modo è possibile migliorare il quadro per garantire finanze pubbliche sostenibili in tutti gli Stati membri e contribuire a eliminare gli squilibri macroeconomici esistenti ed evitare che ne sorgano di nuovi ?”

Mi è invece perfettamente chiaro in che modo si soddisfi alla richiesta formulata nella domanda di cui sopra.

La risposta è: autorizzando gli Stati membri dell’Eurozona ad emettere Moneta Fiscale, e non computando la Moneta Fiscale né nel deficit né nel debito pubblico, in particolare ai fini dei parametri di cui il PSC e il Fiscal Compact chiedono il rispetto.

In realtà non servirebbe nemmeno un’autorizzazione esplicita, perché la Moneta Fiscale, ai sensi di trattati e regolamenti, NON è da computare né nel deficit né nel debito. Ma su questo tema Eurostat e Istat stanno prendendo una posizione restrittiva – illogica e incoerente, al punto da far sospettare che rifletta motivazioni politiche.

Dato che il dibattito sulla revisione del PSC dovrà raggiungere una conclusione entro fine 2022, è molto, ma MOLTO opportuno, che il governo italiano prenda un orientamento in merito. Anche in coerenza con quanto afferma e ripete Draghi ogni volta che parla dell’argomento: ripristinare PSC e Fiscal Compact nel formato pre-Covid è insensato. E la ragione – anche se Draghi non la pone in termini così netti – è che equivarrebbe a tornare a un assetto che già pre-Covid si era dimostrato disfunzionale.

La Moneta Fiscale è risolutiva per una semplicissima ragione. PSC e Fiscal Compact nascono per sopire i timori dei paesi nord-eurozonici, e della Germania in particolare. Timori che i paesi con alti livelli d debito pubblico non riescano a rifinanziarlo e vadano quindi in default, producendo una crisi deflagrante – a meno che la BCE e/o gli altri paesi non intervengano per tamponare la falla.

Il problema sarebbe immediatamente risolto se venisse introdotta una garanzia incondizionata e illimitata, da parte della BCE, dei debiti pubblici dei vari Stati.

Ma questa garanzia richiederebbe modifiche dei trattati per le quali non esiste, e non è minimamente plausibile che si crei, a breve o a medio termine, il necessario consenso tra gli Stati.

La Moneta Fiscale risolve il problema sulla base di questa semplicissima affermazione: deficit e debito li conteniamo come previsto dal PSC e dal Fiscal Compact. Ma le emissioni di Moneta Fiscale necessarie per portare il sistema economico di ogni singolo paese a livelli di pieno impiego, ogni Stato può metterle in atto e regolarle come ritiene opportuno.

La Moneta Fiscale non deve essere rimborsata in euro, ed è quindi impossibile che uno Stato vada in default per non essere in grado di reperire gli euro necessari al suo rimborso (appunto perché non c’è nulla da rimborsare). Il rischio di cui i nord-eurozonici si preoccupano è quindi inesistente, e le disfunzioni dell’Eurozona sono risolte una volta per tutte.

Non serve nulla di diverso, né tantomeno di più complicato, di questo.

 

mercoledì 20 ottobre 2021

Inflazione, occupazione e i limiti delle banche centrali

 

La BCE lavora con un mandato unico (o quantomeno, totalmente predominante) che è la stabilità dei prezzi: altrimenti detto, tenere l’inflazione sotto controllo.

La Federal Reserve USA opera invece con un doppio mandato: stabilità dei prezzi ma, nello stesso tempo, massimizzazione dell’occupazione.

Questi mandati, tuttavia, non possono essere attuati efficacemente da una banca centrale che non lavori in stretto coordinamento con i governi che presidiano le politiche fiscali.

Le banche centrali infatti non hanno facoltà di stampare moneta e di porla direttamente a disposizione dell’economia produttiva, aumentando la spesa pubblica e/o riducendo le tasse. Questa è politica fiscale.

Le banche centrali possono invece agevolare l’espansione o la contrazione del credito. Emettere moneta, in altri termini, per prestarla al sistema bancario, o per acquistare titoli.

L'espansione del credito è un elemento di sostegno dell'occupazione e dei prezzi. Ma il credito potenziale si trasforma in credito effettivo e in domanda per beni e servizi reali solo se il settore privato dell’economia decide di assecondare questa trasformazione. Altrimenti detto: le banche possono offrirmi credito, ma non possono obbligarmi a prenderlo, e a maggior ragione non possono obbligarmi a spenderlo.

E il potenziale ricevente del credito non è interessato a riceverlo e a spenderlo se la domanda per beni e servizi reali, nell’ambito del sistema economico, è depressa. Se la domanda è depressa, le aziende non hanno interesse a investire (a maggior ragione, indebitandosi), e gli individui sono disincentivati ad assumere mutui immobiliari, o finanziamenti per credito al consumo.

Questo non significa che le banche centrali non svolgano un ruolo di supporto all’espansione fiscale. Lo svolgono: ma a causa di un assetto istituzionale che impedisce ai governi di emettere moneta e di immetterla direttamente nell’economia. Il supporto delle banche centrali di conseguenza assume la veste di garanzia della sottoscrizione dei titoli di Stato.

Tutto questo viene meno nel momento in cui gli Stati tornano ad emettere direttamente moneta, o un suo appropriato succedaneo – quale i Certificati di Compensazione Fiscale e, in generale, la Moneta Fiscale nelle sue varie, possibili forme.

In particolare, nell’ambito dell’Eurozona un appropriato utilizzo della Moneta Fiscale elimina la necessità che la banca centrale sostenga il debito pubblico e il finanziamento del deficit.

 

venerdì 15 ottobre 2021

Climate change, le mie perplessità

 

Il tema del cambiamento climatico è al di fuori del mio circolo di competenza, quindi non ho nessuna pretesa di dire qualcosa di originale o di significativo. Però quello che sento sistematicamente esporre e affermare come verità incontrovertibile dai giornaloni e dai mezzi d’informazione paludati mi lascia perplesso, e potrebbe non essere inutile (a me stesso, quantomeno) spiegare perché.

Discorsi catastrofisti su clima e ambiente li sento da quando ero un ragazzino, quindi se non è mezzo secolo poco ci manca. Ai tempi per la verità il ritornello era il rischio di glaciazione del globo terrestre. Una ventina d’anni dopo si è passati a buco nell’ozono, effetto serra, riscaldamento del pianeta e varianti sul tema.

Adesso (da tre o quattro lustri, in effetti) è invalsa l’abitudine di parlare di climate change in senso generale. Il che vuol dire che dobbiamo preoccuparci anzi spaventarci anzi prendere misure drastiche se piove molto ma anche se piove poco, se fa molto caldo ma anche se fa molto freddo, se nevica a Roma ma anche se il sole scotta a Mosca.

Il problema, leggo, sono “gli eventi estremi”. Tipo le inondazioni in Germania (ma poi si scopre che i fiumi avevano raggiunto livelli più alti nel Settecento) o i cicloni nei Caraibi (ma poi leggi che negli ultimi quarant’anni sono diventati meno, non più frequenti).

Sì OK (continuo a leggere) i cambiamenti climatici c’erano anche prima (infatti Annibale attraversava le Alpi con gli elefanti, mentre qualche secolo fa ad Amsterdam si pattinava sui canali ghiacciati: oggi non più, meno male che ci sono i palazzi del ghiaccio se no i Paesi Bassi non vincerebbero medaglie alle Olimpiadi invernali).

I cambiamenti climatici c’erano anche prima ma “oggi la velocità del cambiamento è più rapida, quello è il problema”. Quindi in tutti i modi bisogna contenere il riscaldamento del globo “a non più di due gradi rispetto all’età preindustriale” perché se no rischiamo che diventino tre e mezzo alla fine di questo secolo.

E sarebbe un cambiamento repentino ?

Al mondo, mi pare, ha fatto a volte più caldo e a volte più freddo. Però le città costiere non sono state inondate. Le calotte polari non si sono sciolte.

Ne sono seguiti adattamenti (Groenlandia significa “terra verde”, quindi ai tempi delle epopee vichinghe c’erano meno ghiaccio di oggi e insediamenti agricoli che oggi non esistono più). L’umanità si è spostata, si è adattata, ha cambiato abitudini locali.

Già, sento dire, ma la crescita esponenziale della popolazione e della produzione industriale non la consideri ?

La considero, e considerandola faccio notare che quand’ero un ragazzino (appunto) al mondo eravamo in tre miliardi e spiccioli, oggi quasi otto. La crescita esponenziale c’è stata ma è alle spalle. La transizione demografica è avvenuta in tutto il mondo meno che in Africa, ma arriverà anche lì.

Infatti le previsioni sono per un livellamento della popolazione a 10, forse 11 miliardi di persone entro fine secolo. La crescita praticamente è tutta in Africa. Ma anche loro passano da uno a mezzo a quattro e poi si fermano.

E pazienza per Malthus, forse il profeta di sventura più smentito della, e dalla, storia.

Ma non c’è solo la popolazione (mi si dice), c’è anche la produzione industriale. Quella preoccupa. Quella è la grande produttrice di CO2. Certo: ma anche quella si va livellando. La crescita dell’economia è più lenta e concentrata nei servizi, molto meno nella manifattura.

Sbaglierò, ma la mia impressione è che se il mondo regge otto miliardi di persone con la produzione procapite odierna, ne reggerà anche 10 o 11 con un produzione procapite un po’ più alta tra 50 o 100 anni. Anche perché la tecnologia migliora, con benefici sugli impatti ambientali della produzione. Incrementalmente, senza bisogno di azioni drastiche.

Chiaro, posso sbagliarmi. Non sono un esperto. Ma se il problema è invece drammatico come l’IPCC ci dice nei suoi rapporti, che i giornaloni rilanciano con titoli a nove colonne, la soluzione qual è ?

Uscire dai combustibili fossili quando eolico e solare sono palesemente insufficienti ?

Ci si fida della fissione nucleare ? forse a torto, ma non mi pare proprio.

Ma non bisognerebbe allora investire pesantemente nella FUSIONE nucleare ? anche lì, da quando sono nato sento dire che i principi base sono noti e chiari, ma servono somme enormi per ingegnerizzare il processo e renderlo effettivamente utilizzabile. Bene, ma se le soluzioni devono essere “drastiche”, anche mettere 200 miliardi all’anno (il due per mille del PIL mondiale) per venti o trent’anni sullo sviluppo industriale della fusione sarebbe giustificato. Mi pare. Ma non ne parla nessuno.

Di drastico, senza virgolette, nel frattempo vedo la spinta a elettrificare tutto il parco veicoli. Con problemini, però, che non mi sembrano granché risolti: l’autonomia, lo smaltimento delle batterie, il sistema parcellizzato di ricarica, e il “dettaglio” che l’energia per alimentarli va COMUNQUE prodotta. Come ?

E con quali obiettivi ? contenere di un grado e mezzo la temperatura media del globo è indispensabile ? è utile ? non è che se larghe fasce di territorio diventano più temperate in Siberia o in Canada forse è addirittura un bene ?

Dice: ma poi altre parti della Terra diventano inabitabili. Boh, quando in Groenlandia si coltivava la Sicilia era abitabilissima, anzi Palermo era la città più importante di tutta Europa.

Vedo, insomma argomentazioni poco convincenti per giustificare azioni massicce, di cui l’unica cosa certa sono i costi economici e sociali. Paurosi, se veramente finiremo per dar retta ai catastrofisti di professione (d’altra parte finanziamenti e visibilità si ottengono sparandola grossa: se dici che “il problema in fondo non è drammatico” non ti fila nessuno).

Ah dimenticavo: le azioni drastiche le devono prendere, tutte insieme, tutte le nazioni di un qualche peso economico. Europa e America non bastano, ci vuole anche tutta l’Asia e tutta l’Africa.

Questo, sulla base di previsioni di evoluzione del clima a 30, 50, 100 anni da oggi. Non sappiamo se dopodomani pioverà, ma va bene così.

Sono un profano, la mia opinione non è neanche un’opinione, è un insieme di sensazioni.

Ma avverto una grandissima distonia tra evidenze (che non vedo) e azioni che si vorrebbero, dovrebbero assolutamente attuare. Pena l’estinzione dell’umanità, o qualcosa del genere.

 

martedì 12 ottobre 2021

La competenza di Draghi e l’agenda dell’establishment

 

Mario Draghi è accreditato, da parte dei media italiani e anche internazionali allineati all’establishment (quasi tutti, quindi), di altissimi livelli di competenza.

Quanto è valida, questa opinione ?

In particolare, in economia ha effettivamente capito che l’”austerità espansiva” è un’assurdità, che la gestione dell’eurocrisi negli anni 2011-2013 è stata scellerata, che l’impostazione analitica MMT è corretta ?

Si può sperare di sì, anche se non posso affermare di averne certezza. L’ipotesi benigna è che Draghi abbia compreso bene tutte queste cose ma che continui, nella sua comunicazione, a utilizzare espressioni retoriche insensate (“il debito che dovranno ripagare i nostri figli” e che quindi “è oggi necessario ma a condizione che sia debito buono”).

Lo fa per non smentire in modo troppo plateale quanto è stato fatto in passato. Ad esempio, sa benissimo che il deficit potrebbe essere monetizzato senza controindicazioni, ma si rende anche conto di non essere in grado di far accettare (politicamente) questo concetto.

Allora si rifugia nella retorica del “debito purché buono”, perché la sua agenda è quella della parte meno ottusa dell’establishment. Ovvero: si rende conto della necessità di riavviare la crescita - altrimenti l’Eurozona non regge, e l’Eurozona è un tassello fondamentale della globalizzazione. Crescita quindi sì. Poco solidale, poco inclusiva, poco orientata a ridurre le diseguaglianze, ma crescita.

Qui c’è un disaccordo con i nord-eurozonici, leggi con i tedeschi, che sono genuinamente convinti della correttezza / necessità delle (assurde) regole economiche che governano l’Eurozona.

L’equilibrio tra queste due posizioni è molto difficile da raggiungere e da mantenere, e da qui passa la possibile rottura del sistema. E Draghi è impegnato nel problematico esercizio di salvaguardare questo equilibrio.

Questa è la mia lettura del Draghipensiero in economia, a cui attribuisco alte probabilità (ma non certezze).

Sul resto – vaccini, immigrazione, climate change – è tutto molto più chiaro. Qui non c’è contrapposizione tra establishment internazionale e nord-eurozonici. Qui l’agenda è la stessa per tutti. E Draghi è lì per eseguirla. Se perché ne sia convinto o perché rientri nel suo ruolo, non lo so dire. Ma non la ritengo neanche una domanda granché interessante.

 

domenica 10 ottobre 2021

Paura di Christian Lindner ?

 

Le elezioni tedesche hanno dato un risultato che impone la formazione di un governo di coalizione, probabilmente a tre. Ipotesi più probabile SPD – FDP – Verdi; non è ancora escluso però (almeno sul piano dell’aritmetica) che rimanga in sella la CDU-CSU al posto della SPD.

In entrambi i casi, la FDP (il partito liberale) entrerà comunque al governo con un ruolo importante, ed è pronta a rivendicare la poltrona di ministro delle finanze per il suo leader, Christian Lindner.

Il che preoccupa molti commentatori, perché Lindner è un superfalco, estremamente ostile a qualsiasi revisione in senso espansivo del patto di stabilità e crescita e del Fiscal Compact.

C’è da preoccuparsi, dal punto di vista dell’Italia ?

Dipende da Draghi. Il quale a trattare con un tedesco ottuso, fanatico e dogmatico, ha un certo allenamento. In qualità di presidente BCE, aveva a che fare con Jens Weidmann. Il che non gli ha impedito di varare il whatever it takes nonché, successivamente, il Quantitative Easing.

E li ha varati nonostante i dubbi (tutt'altro che infondati, per dirla in tutta sincerità) che queste azioni non fossero proprio perfettamente in sintonia con i trattati che regolano la governance dell’Eurozona.

Naturalmente, è riuscito a farlo perché l’alternativa era la rottura dell’eurozona (peccato, diranno in parecchi – e quei parecchi hanno tutta la mia simpatia).

Però l’alternativa non è granché diversa oggi. Le regole fiscali dell’Eurozona non possono essere riattivate in termini invariati rispetto all’assetto pre-Covid. Salvo continuare a far finta di volerle rispettare sapendo in partenza che è impossibile.

E Draghi su una cosa dice senz’altro il vero, senza ipocrisie: è indispensabile per l’Italia non solo recuperare la caduta di PIL prodotta dal Covid, ma anche tornare a un passo di crescita ben superiore a quello dell’ultimo quarto di secolo (il quarto di secolo dell'euro…).

Dicendo questo, lo dico un volta di più, non sto mitizzando Draghi. Preferirei avere la lira e non aver bisogno di lui.

Però la lira non l’abbiamo, e allora meglio lui (certo astuto, certo spregiudicato, però una personalità che non prende ordini da un tedesco, o da un non tedesco) rispetto a un lacchè.

Perché Draghi appartiene all’establishment che gli ordini li dà, non li riceve.

Ed è troppo scaltro e ambizioso per pensare, neanche lontanamente, di declassarsi al ruolo di un Monti o di un Letta.

 

venerdì 8 ottobre 2021

Inflazione e deflatori

 

In merito al tema “timori & tremori per l’inflazione” ho spiegato un paio di mesi fa che l’attuale incremento, misurato sulla base dell’indice dei prezzi al consumo, è considerato un fenomeno transitorio sia dalle banche centrali che dai mercati finanziari.

Rimane valido quanto ho scritto qui. Con la precisazione, a beneficio di chi ha commentato “ma questo articolo è di fine luglio”, che se rifacciamo i conti sulla base dei tassi sui titoli di Stato USA, confrontando come allora fissi vs indicizzati ma utilizzando le quotazioni odierne, otteniamo gli stessi risultati (le differenze sono pochi centesimi di punto).

La previsione rimane: inflazione relativamente elevata, tipo 5%, per un anno circa, e poi si ridiscende al 2% (poco più negli USA, poco meno nell’Eurozona).

Aggiungo un dato rilevabile a pagina 10 della NADEF (Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza) pubblicato dal MEF meno di due settimane fa.

Sono i dati storici e previsionali relativi al deflatore del PIL, che è un indicatore di inflazione più completo dell’indice dei prezzi al consumo. Tiene infatti conto di tutti i beni e di tutti i servizi prodotti dall’economia italiana, ponderandoli in funzione della loro incidenza, appunto, sul PIL.

Nel “quadro programmatico” si legge quanto segue:

 

2020          2021          2022          2023          2024

Deflatore PIL        1,2%          1,5%          1,6%          1,5%         1,7%

 

Insomma questo drammatico, catastrofico, cataclismatico incremento dell’inflazione nel 2021 risulta pari a… tre decimi di punto. E i movimenti degli anni successivi sono sempre nell’ordine di uno o due decimi.

Per carità, può essere che si sbaglino tutti. Banche centrali, ministeri, mercati finanziari. Non sarebbe la prima volta.

Però ci andrei piano a partire per la tangente come fanno vari macroeconomisti da tastiera, quelli che “inflazionefuoricontrollomiocugginoglihannocresciutola baguettealsupermercato”.

lunedì 4 ottobre 2021

Brexit e approvvigionamenti

 

Da alcune settimane si stanno segnalando nel Regno Unito problemi di approvvigionamento di carburanti (lunghe code ai distributori) e anche scarsità di prodotti disponibili nei supermercati. Alcuni commentatori le ritengono prove che “la Brexit è un fallimento”. Ma è un’affermazione superficiale, fuorviante e infondata.

Va tra l’altro notato che la Brexit è operativa dal 31.12.2020, ed è quindi curioso che i fenomeni segnalati si stiano verificando a svariati mesi di distanza.

Per inciso, problemi di approvvigionamento di materie prime e componenti stanno affliggendo praticamente tutto il mondo in conseguenza del Covid. Le chiusure hanno dissestato le catene di fornitura e la rimessa in moto post-lockdown non può avvenire, a tutti i livelli e in tutti i passaggi, alla medesima velocità. Se un componente viene prodotto in Asia, rifinito in Italia, smistato nei Paesi Bassi e venduto nel Regno Unito, la catena si riavvia al ritmo dell’anello più lento. Il che determina strozzature e ritardi.

Però questo è un problema che tocca il Regno Unito più o meno quanto tutti gli altri paesi, per cui non può essere l’unica spiegazione delle code alla stazioni di servizio, se là ci sono e in Italia (per esempio) no.

Si legge che una parte del problema sia stata la diffusione di voci infondate sulla scarsità di prodotti, in particolare di carburanti, che ha scatenato fenomeni di accaparramento. Può essere, ma dubito che giustifichi tutto quanto sta accadendo.

L’imputato è effettivamente la Brexit e il problema sta nel fatto che non mancano i prodotti, ma chi li distribuisce. Il Regno Unito ha sviluppato negli anni scorsi una forte dipendenza da trasportatori (soprattutto via camion) che utilizzano personale proveniente da Stati membri UE. Polonia, Romania, Bulgaria eccetera.

Ante Brexit, questo personale era automaticamente autorizzato a lavorare nel Regno Unito. Post Brexit, non più.

Di conseguenza una via per risolvere il problema, che il governo britannico sta utilizzando, è concedere permessi temporanei. Il che ha fatto dire a qualcuno che sta avvenendo una “retromarcia rispetto alla Brexit”.

L’altra iniziativa è che si stanno offrendo retribuzioni più alte ai trasportatori. Subendo la concorrenza dei camionisti est europei, in altri termini, i loro equivalenti britannici si vedevano proporre compensi scadenti, che li inducevano a svolgere altre attività. A parità di (scarso) salario, meglio fare il facchino che guidare un camion. Almeno non devo passare giorni e giorni lontano da casa. Pagare meglio senza dubbio inverte questa tendenza.

Se ci riflettiamo, è facile accorgersi che questi due accadimenti sono perfettamente coerenti con la logica della Brexit e con le sue finalità.

In primo luogo, nessuno ha mai seriamente pensato che la Brexit implicasse l’isolazionismo o l’autarchia del Regno Unito. Le forniture di beni e servizi necessari alle isole britanniche, se opportuno, potranno sempre essere acquisite da fuori. Il punto è che le decisioni in merito alle politiche commerciali – inclusa la concessione di permessi ai trasportatori – non si prendono più a Bruxelles ma a Londra.

In secondo luogo, Brexit significa minore esposizione delle classi lavorative meno agiate britanniche alla concorrenza di paesi a basso costo (e/o a minori tutele sociali). Quindi smussare l’impatto della globalizzazione indiscriminata e non regolamentata, che in tutti questi anni ha aggravato le diseguaglianze. E “smussare l’impatto” significa in primo luogo riportare le retribuzioni a livelli più decorosi.

Politiche commerciali decise nel paese e in funzione dell’interesse del paese. Migliori condizioni per i lavoratori locali. Questo sono esattamente i due risultati ECONOMICAMENTE E SOCIALMENTE POSITIVI della Brexit.

Poi c’è una transizione che va gestita, e che nel caso specifico i britannici magari non hanno condotto al meglio. Rettificheranno il tiro, anzi lo stanno già facendo.

Ma quanto sta avvenendo non è la prova che la Brexit ha fallito. È la prova che sta raggiungendo le sue finalità.