martedì 1 aprile 2025

Le confusioni su risparmio, investimenti e saldi esteri

 

Spesso sento dire a politici e giornalisti, ma anche ad economisti e operatori finanziari, che sarebbe di grandissima utilità “fare in modo che venga investito in Italia il risparmio che oggi invece defluisce all’estero”.

E come non di rado avviene, constato che questa affermazione riflette parecchia confusione in merito alla contabilità nazionale, per non dire in merito alla pura e semplice ragioneria (leggasi partita doppia).

Vediamo un po’. Gli italiani detengono risparmio investito all’estero ? certo che sì. Secondo i dati Bankitalia, al 30.9.2024 i residenti italiani possedevano la bellezza di 3.925 miliardi di attività patrimoniali estere: azioni, obbligazioni, aziende, immobili eccetera.

Naturalmente ci sono anche attività patrimoniali italiane possedute da stranieri, e anche in questo caso l’importo è ragguardevole, ma inferiore: 3.660 miliardi.

La differenza tra questi due importi è la cosiddetta NIIP (Net International Investment Position) che è quindi positiva (eccesso di investimenti italiani all’estero rispetto agli investimenti esteri in Italia) per 265 miliardi.

Come si è formato questo eccesso ? la causa principale sono gli scambi di beni e servizi. Nel 2024, l’Italia ha registrato un surplus (eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni) pari a 59 miliardi. E surplus di queste dimensioni sono da alcuni anni una caratteristica strutturale della nostra economia.

E’ importante capire che un surplus commerciale estero produce AUTOMATICAMENTE una crescita della NIIP. Per pagare le esportazioni, il compratore straniero trasferisce attività patrimoniali in suo possesso all’esportatore italiano. Oppure si fa finanziare da un intermediario italiano, che quindi si ritrova con un aumento di crediti o di partecipazioni verso l’estero.

Chiaro ? o l’esportatore italiano, o il finanziatore italiano dell’importatore estero, si ritrova PER DEFINIZIONE un incremento di attività patrimoniali estere. Si verifica quello che viene (in modo fuorviante) definito un “deflusso di risparmio verso l’estero”.

Una via per “far rientrare il deflusso” cioè per diminuire la NIIP, magari facendola addirittura diventare negativa, è andare in deficit commerciale. E’ questo che si vuole ottenere ? equivale a indebitarsi verso l’estero, o a vendere attività estere possedute dall'importatore italiano, per finanziare acquisti italiani di beni e servizi prodotti altrove. Non mi pare una grande idea e di sicuro NON significa “riportare risparmio italiano in Italia”.

Ma tutto questo riguarda i flussi. Non si può invece lavorare sugli stock ? per esempio non dico tutti i 3.925 miliardi di attività italiane all’estero, ma un pezzo, che so il 10% quindi la bellezza di quasi 400 miliardi, potrebbero essere disinvestiti e “rientrare in Italia”.

Certo, potrebbero. Ma per fare cosa ? Se il rientro avviene a fronte di un peggioramento della NIIP, significa che l’Italia ha trasformato il suo surplus commerciale in un deficit. Questi soldi vanno quindi ad alimentare acquisti di beni e servizi ESTERI. Non produzione e non occupazione italiana.

Se la NIIP non peggiora e il surplus commerciale estero non muta, significa che non abbiamo aumentato gli acquisti netti di beni e servizi esteri, ma a fronte della diminuzione di attività abbiamo diminuito anche le passività. Per esempio abbiamo rimborsato finanziamenti esteri. O abbiamo ricomprato azioni italiane oggi possedute da stranieri.

Tutto questo può essere un bene, un male o un fatto irrilevante. Faccio però notare due cose.

La prima è che gli stessi soggetti che parlano dell’utilità di “far rientrare il risparmio italiano” di solito tessono anche le lodi del “far affluire capitali stranieri in Italia”. Della serie, una cosa ma anche il suo contrario.

La seconda è che nel momento in cui i residenti italiani ricomprano azioni possedute da stranieri, o estinguono debiti verso l’estero, NON METTONO NEANCHE UN CENTESIMO IN PIU’ a disposizione dell’economia italiana. Cambiano solo l’intestatario di un titolo azionario o di un finanziamento o di un’attività patrimoniale di altra natura.

E’ appropriato mettere risorse finanziarie in più a disposizione dell’economia italiana ? certo che sì, se l’Italia non ha (e non ce l’ha) un problema di inflazione, e se ha (e ce l’ha) un problema di disoccupazione e sottoccupazione.

Ma la strada NON è far “rientrare il risparmio dall’estero”. E’ espandere il deficit pubblico (in prima istanza) e la formazione di credito privato (con cautela e di riflesso a una sana e organica espansione della produzione e dei redditi interni).

Le chiacchiere sul “rientro dei risparmi” lasciatele a giornalisti, politici, operatori finanziari ed “economisti” che hanno bisogno di aprire un manuale di ragioneria base. E possibilmente di leggerlo e capirlo.

giovedì 27 marzo 2025

E invece la risposta c'è

 

Contenere artificialmente la disponibilità di potere d'acquisto rende più difficile trovare lavoro e comprime le retribuzioni. E' il risultato della demonizzazione di deficit e debiti pubblici. Produce meno crescita e più diseguaglianze.

mercoledì 26 marzo 2025

"Esperti economici" ?

 


Non era il caso neanche nel "recente passato" (recente rispetto al 1943) che gli economisti collegati ai potentati finanziari e industriali lo ammettessero: la spesa pubblica può creare piena occupazione.

Purtroppo è ancora meno il caso adesso. E per la stessa ragione.

sabato 22 marzo 2025

La lingua unica europea

 

Ieri mi sono visto un video in cui Paolo Mieli afferma che l’”Europa” (che poi sarebbe la UE) va sciolta e riformata “su basi completamente diverse”.

Una volta tanto un’affermazione su cui concordo con Mieli – per la prima metà.

Sulla seconda ovviamente non ho opinione perché quali mai sarebbero queste basi è tutto da scoprire. Potrebbe uscirne qualcosa di positivo, tutto può essere. Però rimane sempre da capire quale sia la necessità storica per la quale un’integrazione politica europea dovrebbe ineluttabilmente verificarsi: mai sentito nessuno spiegarlo in modo minimamente sensato.

Sempre Mieli comunque dice un’altra cosa che invece un senso ce l’ha di sicuro: per arrivare a un’integrazione continentale per prima cosa occorrerebbe unificare la lingua.

A livello di ipotesi, se si volesse andare in questa direzione ci sono almeno tre possibilità.

La prima è l’inglese. Però il Regno Unito dalla UE è uscito. E no, non ha intenzione di rientrarci.

La seconda è il latino. Questa è una proposta del mio amico Vincenzo Destasio, avvocato e giurista, docente all’università di Bergamo.

Proposta bizzarra ? molto meno di quanto può sembrare. Fino all’Ottocento la comunità scientifica internazionale comunicava in latino. E il latino ha il vantaggio di essere relativamente semplice da pronunciare (da apprendere, un po’ meno) per i popoli di lingua romanza. Meno per i tedeschi e per gli slavi, che però ad apprendere le lingue altrui sono più bravi.

Volete una proposta veramente originale ? il protoindoeuropeo. La lingua (ricostruita dagli specialisti) da cui derivano quasi tutte quelle utilizzate in Europa, in America, e anche in buona parte dell’Asia.

E in effetti tutte le lingue parlate nel continente sono indoeuropee. Beh quasi. Togliamo il finlandese, l’ungherese, l’estone, il basco e il maltese. Forse mi scordo qualcuno ?

Comunque se vogliamo andare sulla via della lingua unica, partendo adesso ci vogliono un paio di generazioni. Bisogna insegnarla ai bambini nelle scuole, e tra alcune decine d’anni ci siamo. Tutti parleranno la lingua comune come una lingua madre.

Ne vale la pena ? rimane da dimostrare.

mercoledì 19 marzo 2025

Draghi, Ciampi e la sovranità

 

L’audizione di Mario Draghi di ieri, di fronte alle commissioni parlamentari, è stata, possiamo dirlo, surreale. In pratica si sintetizza con “abbiamo sbagliato tutto per un quarto di secolo quindi dateci tutto il potere che adesso ci pensiamo noi a sistemare”.

Ovviamente i media asserviti e i fan (qualcuno ce n’è ancora) che pendono dalle sue labbra lo stanno ricoprendo di elogi, rimpiangono che al momento non sia presidente di nulla e auspicano che sia prontamente nominato (non eletto, il popolo bue non è in grado di apprezzarne la grandezza) Supremo Assoluto Totalitario Autocrate delle Nazioni Associate, o qualcosa del genere.

Tra le altre cose, tentando di giustificare la necessità di cedere sovranità, Draghi ha citato il suo noto (non fatemi dire illustre) predecessore Carlo Azeglio Ciampi, nei termini qui riportati.

Capito il concetto ? cedendo sovranità “all’Europa” in realtà la si conquista. Esattamente come entrando nell’euro si è persa sovranità che in realtà non esisteva, perché si era vincolati a seguire le decisioni della Bundesbank. Mentre adesso un pezzettino di sovranità l’abbiamo, in quanto siamo seduti al tavolo dove le decisioni si prendono.

Se fossi stato presente, avrei obiettato che la necessità di seguire le decisioni della Bundesbank era esclusivamente dettata dalla volontà di mantenere il cambio fisso con il marco (finché ci si riusciva, perché a un certo punto diventava comunque impossibile). Tenendoci la lira e lasciando fluttuare il cambio non ce ne sarebbe stato alcun bisogno.

Mi sarebbe piaciuto obiettare, ma mi rendo anche conto che sarebbe stato inutile. Le obiezioni a Draghi le puoi fare.

Solo che lui non risponde.


sabato 15 marzo 2025

La UE non è un condominio - purtroppo

 

Voi sovranisti, dicono i pro-UE, dovreste farvene una ragione. Criticate la UE, criticate le sue regole, criticate il fatto che esistano, ma dovete anche rendervi conto che se si abita nello stesso condominio le regole servono.

Il problema è che la metafora del condominio si poteva applicare alla vecchia CEE. Non all’Unione Europea.

I condomini sono vicini di casa, certo. E giustamente ogni anno fanno alcune assemblee dove si discute (magari per ore…) di temi epocali quali il costo del portinaio e la manutenzione dell’ascensore.

Però vicini di casa significa che ognuno STA NEL SUO APPARTAMENTO. Che ognuno sta A CASA SUA.

La UE ha trasformato, o quanto meno ci sta provando in tutti i modi, il condominio in una cosa diversa. Uno stanzone gigantesco in cui, abbattute tutte le pareti, tutti i soffitti, tutti i pavimenti, gli (ex) condomini stanno in un ambiente unico.

Da buoni vicini di casa, in Europa si può convivere ragionevolmente bene. Certo con collaborazioni, certo con momenti di discussione sui diritti di transito, sui diritti di pesca, sui sussidi all’agricoltura. L’equivalente del portinaio o dell’ascensore.

Ma se si pretende di trasformare in una megafamiglia qualcosa che famiglia non è, non funziona. Non funzionerebbe neanche se le regole non fossero spesso cervellotiche, spesso assurde e molte volte controproducenti. Come invece sono.

 

giovedì 13 marzo 2025

MES e patto di stabilità: se dico un no perché non due ?


Ultimamente vedo il dynamic duo leghista-sovranista, Borghi-Bagnai, menar vanto dell’aver bloccato la riforma del MES, e su questo hanno buone ragioni. Però utilizzano un’argomentazione su cui c’è qualcosa da obiettare.

In breve: la riforma MES sarebbe stata usata contro le nostre banche e contro il nostro debito pubblico, per tappare buchi altrove (presso il sistema creditizio tedesco, in particolare). Abbiamo fatto bene a stopparla a costo di lasciar passare la riforma del patto di stabilità, perché il patto resterà lettera morta, in particolare i francesi non lo rispetteranno, poi adesso ci sono i programmi di riarmo, eccetera.

Obiezioni, dicevo ? almeno tre.

La prima è che non si capisce perché detto un no, non se ne potevano dire due. Non è che si giocava un asso di briscola dopodiché non ne avevi altri. Tra l’altro la riforma MES doveva essere ratificata dal parlamento, e in parlamento la maggioranza a favore non c’era. La riforma del patto di stabilità invece era materia di governo e Giorgetti non aveva alcun bisogno di dire “siamo stati birichini con il MES però non vogliamo esagerare quindi diciamo sì al patto anche se non ne siamo convinti”.

Un governo realmente persuaso delle sue posizioni avrebbe dovuto affermare: no scusate, questo patto non funzionava prima e non funzionerebbe con queste modifiche, anzi forse sarebbe pure peggio. Lasciate perdere il MES (ammesso che realmente qualche europartner avesse posto la questione in termini di do ut des), lì si è espresso il nostro parlamento.

La seconda: certo, qualcuno, sicuramente la Francia, il nuovo patto non lo rispetterà. Il problema è che non rispettava neanche il vecchio, il che non impediva alla commissione europea di richiamarci, di bacchettarci, di minacciare procedure e sanzioni. I patti a livello UE si sono sempre applicati per alcuni (noi) e interpretati per altri.

Ma, si dice, sarebbe allora rimasto in vigore il vecchio patto. E quindi ? se fosse vero che le nuove condizioni macroeconomiche e geopolitiche fanno saltare tutti gli schemi, allora vecchio o nuovo non faceva differenza. Se come temo io, invece, noi ne resteremo condizionati, avrei di gran lungo preferito che ciò non avvenisse sulla base di una riforma che abbiamo appena approvato (mugugnando, ma i mugugni non fanno testo).

Terza obiezione. Mentre accettava, convinto o no come dicevo non rileva, il nuovo patto di stabilità, l’ineffabile Giorgetti finiva di insabbiare l’innovazione REALMENTE risolutiva: la Moneta Fiscale.

Se vogliamo metterla in termini calcistici, ci si è accontentati di guadagnare un calcio d’angolo. Quando invece si potevano segnare due gol… e finalmente vincere la partita.