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giovedì 12 febbraio 2015

La Moneta Fiscale nazionale: una soluzione stabile per la Grecia e per l’Eurozona


Nel momento in cui scrivo (mattina dell’11 febbraio 2015) è aleatorio fare previsioni in merito all’esito dei complessi negoziati tra Atene, Bruxelles e Berlino. L’Eurogruppo di oggi e del summit dei vertici UE di domani daranno indicazioni, probabilmente, ancora parziali.

Lo scenario a mio avviso più probabile è che si trovi un qualche tipo d’accordo che eviterà le evoluzioni più deflagranti, quali un’uscita della Grecia dall’Eurozona e un suo default totale, o comunque massiccio, sul debito.

Se non in pochi giorni, nel giro di alcune settimane si potrebbe arrivare a concedere alla Grecia una ridefinizione del profilo di rimborso del debito (con riduzione degli interessi da pagare), l’accesso del sistema bancario a finanziamenti BCE in misura sufficiente ad allontanare il rischio di corse agli sportelli e gravi turbolenze finanziarie, e un allentamento dei vincoli fiscali.

In queste ultime ore, si parla (riguardo a quest’ultimo punto) di autorizzare la Grecia a ridurre il surplus di bilancio pubblico primario (interessi, quindi, esclusi) in misura pari all’1,5% del PIL.

Si tratterebbe di una concessione apprezzabile, ma insufficiente.

Se si permette alla Grecia di ridurre il saldo tra incassi fiscali e spesa pubblica in misura pari all’1,5% annuo, è in effetti possibile attivare un mix di maggior spesa sociale, riduzione di imposte e investimenti pubblici, probabilmente pari (in totale) al 2,5% circa. In condizioni di domanda fortemente depressa, infatti, un’iniezione di domanda e potere d’acquisto nel sistema economico produce effetti più che proporzionali. Il 2,5% di intervento espansivo alzerebbe il PIL greco del 3% circa, producendo nello stesso tempo maggior gettito fiscale in misura pari grosso modo all’1%. Il saldo tra 2,5% e 1% è pari, appunto, a 1,5%, cioè all’ipotesi di allentamento del vincolo fiscale sopra menzionata.

Stiamo quindi parlando di un intervento che innalza il PIL greco del 3% circa. In assoluto non è poco, e rappresenterebbe una significativa inversione di tendenza dopo otto anni di crisi. Ma dal 2007 a oggi il PIL greco è calato del 25%. Per recuperare questa caduta in tempi ragionevoli servono interventi molto più corposi.

Uno strumento estremamente efficace potrebbe essere costituito dalla Moneta Fiscale nazionale. Unitamente agli interventi concordati in sede UE, la Grecia potrebbe emettere Certificati di Credito Fiscale (CCF), titoli utilizzabili per pagare (a partire da due anni dopo la loro emissione) tasse, imposte e obbligazioni finanziarie verso il settore pubblico in genere.

I CCF possono essere attribuiti gratuitamente ai lavoratori, in modo da integrare il loro reddito, e contemporaneamente alle aziende, in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti. Quest’ultima azione migliorerebbe istantaneamente la competitività delle aziende greche, evitando che la ripresa della domanda interna crei squilibri nei saldi commerciali esteri. Le esportazioni nette infatti aumenterebbero e questo compenserebbe la crescita dell’import che va normalmente di pari passo con una significativa ripresa dell’economia.

Quote di CCF potrebbero anche essere utilizzate per finanziare spesa sociale o investimenti pubblici.

I CCF aumenterebbero immediatamente il potere d’acquisto del ricevente. Avendo un valore certo a due anni-data (in quanto sono, a quel punto, utilizzabili per pagare tasse, in rapporto pari a un CCF per un euro) si svilupperebbe un attivo mercato finanziario, sul quale i CCF potrebbero essere ceduti contro euro con uno sconto in linea con quello di un titolo di Stato zero coupon di analoga scadenza.

L’immissione di questo ulteriore potere d’acquisto nell’economia produrrebbe una ripresa molto più forte dell’economia greca. Al momento (due anni dopo) in cui i CCF diventano utilizzabili, si viene così a creare il maggior gettito fiscale lordo che compensa l’impiego dei CCF per pagare tasse. Questo rende possibile rafforzare in misura molto significativa la ripresa, rispettando nello stesso tempo gli impegni presi con la UE a livello di saldo netto, anno per anno, tra spese e incassi pubblici in euro.

Il progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale è dettagliatamente descritto nel manifesto / appello predisposto da Biagio Bossone, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e dall’autore del presente articolo ed è anche uno degli argomenti principali trattati ne “La soluzione per l’euro – 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana” (Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi, Hoepli 2014). Il manifesto e il libro trattano l’argomento Moneta Fiscale / CCF soprattutto con riferimento al caso Italia, ma ovviamente il progetto è applicabile a tutti gli stati membri dell’Eurozona.

L’introduzione di Monete Fiscali nazionali in affiancamento all’euro permetterebbe, in effetti, di dare finalmente al sistema monetario europeo un assetto stabile e sostenibile. I vari paesi potrebbero effettuare azioni espansive della domanda e migliorare la competitività delle proprie aziende senza creare nuovo indebitamento.

L’immissione di Monete Fiscali nazionali dovrebbe essere effettuata, paese per paese, con dimensioni e allocazioni mirate a riassorbire la disoccupazione nata per effetto della crisi, senza generare squilibri nei saldi commerciali esteri. Otterrebbe anche il risultato di invertire l’attuale preoccupante tendenza all’insorgere di fenomeni deflattivi nell’Eurozona. Rafforzare la domanda interna produce infatti una ripresa dei prezzi, e l’azione espansiva può essere regolata in modo da riportare l’inflazione media nei vari stati intorno all’obiettivo BCE del 2% (ma non oltre).

Tornando alla Grecia, ci sono possibilità concrete che la Moneta Fiscale possa essere utilizzata e costituisca un fattore chiave per l’avvio di una significativa e duratura ripresa ? Esistono, al riguardo, indicazioni positive.

Uno strumento molto simile ai CCF, i Tax-Anticipation Notes (TAN), è stato ad esempio concepito da Robert Parenteau, economista del Levy Institute, con il quale ha collaborato Rania Antonopoulus (attuale viceministro del lavoro).

E lo stesso ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, ha recentemente (circa un anno fa) proposto FT-Coins. Simili anch’essi ai CCF (FT sta per Future Taxes), nell’ipotesi di Varoufakis i FT-Coins sarebbero non da assegnare gratuitamente ma da collocare (sia pure a condizioni vantaggiose per l’acquirente). A mio giudizio è più efficace l’assegnazione gratuita, in quanto costituisce una vera e propria azione di “Helicopter Money”: uno stimolo congiunto fiscale-monetario, attuato a livello di singolo paese (senza bisogno, quindi, dell’intervento della BCE).

Al di là delle molte varianti tecniche che possono essere concepite, comunque, è fondamentale comprendere che le Monete Fiscali nazionali sono una via per dare flessibilità ed efficienza al sistema monetario europeo, per risolvere la crisi e per costruire un assetto stabile nel tempo. Sgombrando una volta per tutte il campo dai rischi di deflagrazione dell’Eurozona, e non solo con riferimento alla Grecia.

venerdì 6 febbraio 2015

Moneta Fiscale in Grecia: col favore delle tenebre ?


Il nuovo governo greco ha, con ogni probabilità, ben chiara in mente l'ipotesi di introdurre una forma di Moneta Fiscale parallela all’euro.

I FT-Coins proposti tempo addietro dal nuovo ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, sono sostanzialmente dei “CCF a pagamento”.

E il viceministro del lavoro, Rania Antonopoulos, è in contatto con Robert Parenteau, che ha sviluppato un progetto di “Tax Anticipation Notes”, ancora più simili ai Certificati di Credito Fiscale.

C’è quindi la concreta possibilità che la Moneta Fiscale venga introdotta in Grecia in forma “sotterranea”. Non esattamente di nascosto, ma senza annunci particolarmente enfatici o spettacolari.

L’ipotesi che sto formulando è che le conversazioni relative alla ristrutturazione del debito greco si trascinino senza esito ancora per svariate settimane.

Nel frattempo, i greci introducono la Moneta Fiscale e iniziano a utilizzarla per programmi di spesa sociale, di riduzione del carico fiscale a beneficio di cittadini e aziende, di investimenti pubblici eccetera.

Anche se non si darà particolare pubblicità alla cosa, la BCE naturalmente ne verrà a conoscenza, e si possono immaginare a questo punto tre scenari.

Il primo è che la BCE di colpo “stacchi la spina” alla Grecia, dichiarando che non fornirà più liquidità in euro alle banche greche. A questo punto la Grecia esce, immediatamente e a tutti gli effetti, dall’euro: i contratti vengono ridenominati da euro a Nuove Dracme, la Moneta Fiscale in circolazione viene convertita anch’essa in Nuova Dracma, la Banca Centrale greca fornisce Nuove Dracme ai vari istituti per far fronte ai prelievi dei depositanti. La Grecia va in default sui debiti verso FMI e stati membri dell’Eurozona.

Il secondo è che ci si decida finalmente a trovare un accordo, per esempio sulla base dell’attuale proposta Syriza. Il debito greco viene ristrutturato, la Grecia si impegna a mantenere un surplus di bilancio (più basso dell’attuale) inteso come saldo positivo tra incassi e spese statali in euro, anno per anno, e continua a utilizzare la Moneta Fiscale per attuare manovre economiche espansive (in altri termini, per proseguire e ampliare le azioni di spesa sociale, investimenti e riduzioni di imposte già attivate in precedenza).

Il terzo è che la BCE e i vari paesi europei buttino il barattolo in avanti (come sono abituati a fare, del resto) senza, sostanzialmente, agire in nessun modo. La BCE continua a fornire liquidità alle banche greche, il debito non viene ristrutturato ma neanche pagato (“rimane lì”), la Grecia fa politiche espansive riducendo fino a zero l’attuale surplus di bilancio pubblico nonché con la Moneta Fiscale, e si prosegue come se nulla fosse. Almeno per un po’.

E' molto probabile che il terzo scenario sia destinato a sfociare successivamente in uno dei primi due. Ma non sarei stupito se si protraesse per un periodo non brevissimo, 12-18 mesi per esempio.