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giovedì 3 settembre 2015

Il potenziale economico dell’Italia è intatto


Il Rapporto Svimez, pubblicato nel luglio scorso, ha dipinto un quadro particolarmente fosco della situazione economica e industriale del Mezzogiorno italiano. I dati sono sconfortanti ma non c’è, purtroppo, motivo di stupirsene.

Nei giorni precedenti all’uscita del Rapporto stavo, del resto, riflettendo su alcuni semplici indicatori. Dall’inizio della crisi, l’Italia ha perso approssimativamente un milione di posti di lavoro, su un totale iniziale di 23 milioni circa: grosso modo il 4,5%. Metà della perdita si è prodotta per effetto della “crisi Lehman”, prevalentemente tra il 2009 e il 2010. L’altra metà, tra il 2012 e il 2013, è attribuibile al giro di vite alle politiche di austerità “ispirato” dalla UE.

Questo calo del 4,5% è la media tra due realtà geografiche ben distinte. La riduzione degli occupati è stata del 2% al Centro-Nord e del 12% nel Mezzogiorno (definito come ex Regno delle Due Sicilie più Sardegna).

Dico “ex Regno delle Due Sicilie” non casualmente. L’Italia è (come l’Eurozona) un’unione monetaria costruita condizioni ben lontane da quelle appropriate, e 150 anni di unità politica non hanno risolto il problema.

Addolora, ma non sorprende, che l’ingresso nell’euro abbia ulteriormente esasperato il problema. Se la Sicilia, la Calabria, la Campania non reggevano il cambio fisso con la Lombardia e il Veneto, che cosa ci si poteva aspettare dando loro la stessa moneta della Baviera e della Renania ?

Tuttavia, ogni bicchiere mezzo vuoto è anche mezzo pieno. Se i dati del Sud sono pessimi, quelli del Centro-Nord – pur non certo brillanti – non sono tragici. Perdere il 2% di occupazione in sette anni di crisi non è nulla di cui essere felici, ma indica che la base produttiva settentrionale ha subito colpi e danni, ma è sostanzialmente ancora intatta.

In effetti, induce (potenzialmente) all’ottimismo anche la constatazione che la tipica PMI del Centro-Nord ha perso fatturato sul mercato interno e l’ha invece guadagnato all’export. Se fatturava 100 milioni del 2007, 50 in Italia e 50 all’estero, oggi magari è a 95, 40 in Italia e 55 all’estero.

Nonostante le difficoltà indotte dal cambio fisso con il Nord Europa, le PMI italiane centro-settentrionali hanno saputo seguire la crescita generale dei mercati mondiali e delle economie emergenti, soffrendo invece soprattutto per il calo di potere d’acquisto che l’austerità montiana e post-montiana ha inflitto alla domanda domestica.

Ora, recuperare fatturato interno, se la domanda riparte, è molto più facile che crescere all’estero. Perché un’azienda italiana che ha saputo vendere di più, nonostante tutte le difficoltà del periodo, a Shanghai o a San Francisco dovrebbe avere problemi a incrementare il giro d’affari a Treviso, a Grosseto o a Lecce – se i potenziali clienti hanno più potere d’acquisto a disposizione ?

La metà piena del bicchiere dell’economia italiana è una struttura produttiva valida e qualitativa, al Centro-Nord, a cui le politiche di ispirazione UE e i vincoli dell’Eurozona creano mille difficoltà – ma che è ancora largamente intatta.

La metà vuota è il Sud assistito, che soffre molto di più perché calano costantemente le risorse per alimentare i trasferimenti.

L’Italia ha davanti a sé due grandissime opportunità.

La prima è uscire dai vincoli dell'attuale Eurosistema, con un progetto quale i Certificati di Credito Fiscale, rilanciando immediatamente e congiuntamente sia la domanda interna che la competitività delle aziende.

La seconda, è far leva sulla flessibilità del progetto CCF per avviare, finalmente, un’azione efficace e mirata di incentivazione alle iniziative imprenditoriali del Sud, abbassando ancor più che al Nord (mediante una sovra-allocazione di CCF) il costo del lavoro lordo a parità di retribuzione netta, e rendendo, nel tempo, sempre meno necessari i trasferimenti, e le inefficienze e il malaffare che ne derivano.

Rimango assolutamente convinto che, a partire dal momento in cui ci si incamminerà nella direzione giusta, in qualcosa come tre anni l’Italia può riassorbire, sostanzialmente, tutti i danni causati dalla crisi.
 
Non vi dico, invece, che in tre anni, o in dieci, la Calabria può diventare la Lombardia. Ma avviarsi nella riduzione giusta, e colmare una parte tangibile delle differenze economiche Nord-Sud, sì, quello è possibile.