Per la corretta
impostazione e gestione del progetto CCF, è importante riflettere sulle
cosiddette “clausole di salvaguardia”, ovvero sulle azioni da mettere in atto
nel momento in cui determinati obiettivi di finanza pubblica rischiano di non
essere conseguiti.
Il problema
delle clausole di salvaguardia, così come sono concepite nell’Eurosistema
odierno, è la loro natura prociclica. Qui di seguito trovate alcune
considerazioni sul tema, mentre un post successivo esaminerà come il progetto
CCF è in grado di impostare un sistema di accordi che evitano pressoché totalmente
la prociclicità.
Immaginiamo che
l’Italia abbia un obiettivo di deficit pubblico pari al 3% del PIL, e che
l’economia stia invece marciando a un passo che lascia prevedere un deficit del
4%.
Se l’Italia
attua manovre restrittive – maggiori tasse e/o riduzioni di spesa pubblica –
qual è l’entità dell’aggiustamento necessario per riportare il deficit al 3% ?
Non è pari
all’1% ma è più alto, in quanto le manovre restrittive rallentano l’economia:
con il calo del PIL, diminuisce anche il gettito fiscale.
Di quanto
l’aggiustamento debba essere più alto, dipende principalmente dal livello del
moltiplicatore fiscale, ovvero dall’impatto sul PIL di una manovra restrittiva.
Le regole
dell’attuale Eurosistema sono state concepite sulla base dell’ipotesi che il
moltiplicatore fiscale fosse considerevolmente inferiore a 1, per esempio 0,5. In
altri termini, un’azione restrittiva avrebbe dovuto produrre un impatto molto meno
che proporzionale sul PIL. L’effetto sarebbe stato infatti (si supponeva) in
parte attenuato dalla maggiore propensione alla spesa del settore privato,
grazie all’”effetto fiducia” prodotto dalla constatazione che si stavano
“rimettendo in ordine i conti pubblici”.
In tali
condizioni, un aggiustamento dell’1% per il deficit pubblico avrebbe richiesto
una manovra all’incirca pari all’1,3% del PIL.
Il PIL sarebbe
infatti sceso, partendo da 100, a 99,35 (la differenza – 0,65 – essendo pari a
1,3 x 0,65, dove 1,3 è l’entità della manovra e 0,5 è il moltiplicatore).
Il minor PIL
avrebbe però prodotto minori incassi fiscali stimabili in poco meno della metà
della variazione (in quanto la pressione fiscale totale è attualmente vicina al
50% del PIL). Quindi all’incirca 0,3.
Il beneficio netto
sul deficit sarebbe in definitiva stato 1,3% meno 0,3%, uguale 1% come da
obiettivi.
Un effetto
negativo sul PIL dello 0,65% è sensibile ma non catastrofico. L’esperienza
dell’Eurozona e dell’Italia dal 2011 in poi ha tuttavia provato che questa
stima era di gran lunga troppo ottimistica.
Il
moltiplicatore è risultato essere decisamente più elevato, il che non stupisce
se si considera che le economie soffrivano, già in partenza, di una condizione
di domanda depressa. Nel 2011, l’Italia e l’Eurozona erano ancora ben lontane
dall’aver recuperato gli effetti della crisi finanziaria 2008-2009. La disoccupazione
era elevata, e i consumi e gli investimenti decisamente più bassi rispetto al
2007.
In tali
condizioni, togliere soldi dal sistema economico, togliere potere d’acquisto ad
aziende e cittadini, non produce nessun effetto di “maggior fiducia perché i
conti pubblici tornano sotto controllo”. Il clima generale, già in partenza
tutt’altro che euforico, diventa ancora più pessimistico. I consumatori
spendono ancora di meno, le aziende riducono ulteriormente investimenti e
organici, le banche sono ancora meno propense a erogare credito.
Lo stesso capo
economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, ha
riconosciuto che l’ipotesi di un moltiplicatore nettamente inferiore all’unità
è, in tali condizioni, implausibile. Qui trovate le argomentazioni che hanno
condotto Blanchard e il suo collega Daniel Leigh ad affermare che un intervallo
di valori plausibile poteva essere stimato tra 0,9 e 1,7.
Con un
moltiplicatore superiore a 1, per esempio pari a 1,3 (il valore medio dell’intervallo
sopra citato) che aggiustamento dei conti pubblici occorre per ridurre il
deficit in misura pari all’1% del PIL ?
L’entità della
manovra è del 2,3% circa, che implica una flessione del PIL dell’ordine di 2,3%
x 1,3 = grosso modo 3%.
Poco meno della
metà del minor PIL – 1,3% si traduce in minori incassi fiscali. Da questo segue
una riduzione del deficit pubblico pari, come desiderato, all’1%, risultante
dalla differenza tra 2,3% e 1,3%.
Immagino che non
sfuggano le differenze, per l’economia reale, tra i due scenari. Un calo dello
0,65% è sensibile ma non catastrofico. Un calo del 3% è un autentico disastro.
Qui di seguito,
sono riportati in modo più preciso gli effetti sul PIL di azioni finalizzate a
ridurre di un punto percentuale il rapporto deficit / PIL, con una pressione
fiscale media supposta pari al 45% e con un ventaglio di valori, per il
moltiplicatore, compresi tra 0,5 e 1,7.
|
|
|
|
Moltiplicatore
|
|
|
| |||||
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0,50
|
0,70
|
0,90
|
1,10
|
1,30
|
1,50
|
1,70
| |||||
|
Obiettivo di aggiustamento del deficit pubblico
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1,00%
|
1,00%
|
1,00%
|
1,00%
|
1,00%
|
1,00%
|
1,00%
| ||||
|
Pressione fiscale / PIL
|
45%
|
45%
|
45%
|
45%
|
45%
|
45%
|
45%
| ||||
|
Entità della manovra restrittiva, in % del PIL
|
1,29%
|
1,46%
|
1,68%
|
1,98%
|
2,41%
|
3,08%
|
4,26%
| ||||
|
Riduzione PIL conseguente all'aggiustamento
|
0,65%
|
1,02%
|
1,51%
|
2,18%
|
3,13%
|
4,62%
|
7,23%
|
||||
L’Italia ha
sofferto di pesanti cadute di produzione e occupazione, nel 2012 e nel 2013,
sostanzialmente perché il governo Monti e la UE hanno impostato azioni di
politica economica basate sul presupposto che ci si trovasse nella situazione
di cui alla colonna di sinistra della tabella. La realtà dei fatti era invece
decisamente più vicina al lato destro.
La situazione
odierna non è, sotto questo profilo, diversa. Non c’è stato nessun
significativo recupero di occupazione, e la domanda è sempre fortemente
depressa rispetto alle capacità produttive del sistema economico italiano.
Nell’eventualità
in cui si verifichino scostamenti significativi del rapporto deficit pubblico /
PIL rispetto alle previsioni, l’Italia si trova quindi forzata ad adottare
azioni restrittive di grossa entità rispetto agli obiettivi di aggiustamento da
conseguire. In realtà, l’ultima legge di stabilità già recepisce aumenti
automatici di IVA, fino a un massimo del 25,5%, che possono essere evitati solo
se non si verificheranno tendenze allo scostamento del deficit. Questo richiede
un andamento dell’economia decisamente migliore dell’attuale, o
alternativamente altre azioni restrittive (pesanti tagli di spesa, ad esempio).
In presenza di
moltiplicatori fiscali superiori all’unità, questo sistema di “clausole di
salvaguardia” non solo ha provocato pesanti cali di PIL, soprattutto nel 2012 e
2013, ma continua a penalizzare fortemente la ripresa di produzione e occupazione.