mercoledì 13 maggio 2015

La natura prociclica delle “clausole di salvaguardia”


Per la corretta impostazione e gestione del progetto CCF, è importante riflettere sulle cosiddette “clausole di salvaguardia”, ovvero sulle azioni da mettere in atto nel momento in cui determinati obiettivi di finanza pubblica rischiano di non essere conseguiti.

Il problema delle clausole di salvaguardia, così come sono concepite nell’Eurosistema odierno, è la loro natura prociclica. Qui di seguito trovate alcune considerazioni sul tema, mentre un post successivo esaminerà come il progetto CCF è in grado di impostare un sistema di accordi che evitano pressoché totalmente la prociclicità.

Immaginiamo che l’Italia abbia un obiettivo di deficit pubblico pari al 3% del PIL, e che l’economia stia invece marciando a un passo che lascia prevedere un deficit del 4%.

Se l’Italia attua manovre restrittive – maggiori tasse e/o riduzioni di spesa pubblica – qual è l’entità dell’aggiustamento necessario per riportare il deficit al 3% ?

Non è pari all’1% ma è più alto, in quanto le manovre restrittive rallentano l’economia: con il calo del PIL, diminuisce anche il gettito fiscale.

Di quanto l’aggiustamento debba essere più alto, dipende principalmente dal livello del moltiplicatore fiscale, ovvero dall’impatto sul PIL di una manovra restrittiva.

Le regole dell’attuale Eurosistema sono state concepite sulla base dell’ipotesi che il moltiplicatore fiscale fosse considerevolmente inferiore a 1, per esempio 0,5. In altri termini, un’azione restrittiva avrebbe dovuto produrre un impatto molto meno che proporzionale sul PIL. L’effetto sarebbe stato infatti (si supponeva) in parte attenuato dalla maggiore propensione alla spesa del settore privato, grazie all’”effetto fiducia” prodotto dalla constatazione che si stavano “rimettendo in ordine i conti pubblici”.

In tali condizioni, un aggiustamento dell’1% per il deficit pubblico avrebbe richiesto una manovra all’incirca pari all’1,3% del PIL.

Il PIL sarebbe infatti sceso, partendo da 100, a 99,35 (la differenza – 0,65 – essendo pari a 1,3 x 0,65, dove 1,3 è l’entità della manovra e 0,5 è il moltiplicatore).

Il minor PIL avrebbe però prodotto minori incassi fiscali stimabili in poco meno della metà della variazione (in quanto la pressione fiscale totale è attualmente vicina al 50% del PIL). Quindi all’incirca 0,3.

Il beneficio netto sul deficit sarebbe in definitiva stato 1,3% meno 0,3%, uguale 1% come da obiettivi.

Un effetto negativo sul PIL dello 0,65% è sensibile ma non catastrofico. L’esperienza dell’Eurozona e dell’Italia dal 2011 in poi ha tuttavia provato che questa stima era di gran lunga troppo ottimistica.

Il moltiplicatore è risultato essere decisamente più elevato, il che non stupisce se si considera che le economie soffrivano, già in partenza, di una condizione di domanda depressa. Nel 2011, l’Italia e l’Eurozona erano ancora ben lontane dall’aver recuperato gli effetti della crisi finanziaria 2008-2009. La disoccupazione era elevata, e i consumi e gli investimenti decisamente più bassi rispetto al 2007.

In tali condizioni, togliere soldi dal sistema economico, togliere potere d’acquisto ad aziende e cittadini, non produce nessun effetto di “maggior fiducia perché i conti pubblici tornano sotto controllo”. Il clima generale, già in partenza tutt’altro che euforico, diventa ancora più pessimistico. I consumatori spendono ancora di meno, le aziende riducono ulteriormente investimenti e organici, le banche sono ancora meno propense a erogare credito.

Lo stesso capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, ha riconosciuto che l’ipotesi di un moltiplicatore nettamente inferiore all’unità è, in tali condizioni, implausibile. Qui trovate le argomentazioni che hanno condotto Blanchard e il suo collega Daniel Leigh ad affermare che un intervallo di valori plausibile poteva essere stimato tra 0,9 e 1,7.

Con un moltiplicatore superiore a 1, per esempio pari a 1,3 (il valore medio dell’intervallo sopra citato) che aggiustamento dei conti pubblici occorre per ridurre il deficit in misura pari all’1% del PIL ?

L’entità della manovra è del 2,3% circa, che implica una flessione del PIL dell’ordine di 2,3% x 1,3 = grosso modo 3%.

Poco meno della metà del minor PIL – 1,3% si traduce in minori incassi fiscali. Da questo segue una riduzione del deficit pubblico pari, come desiderato, all’1%, risultante dalla differenza tra 2,3% e 1,3%.

Immagino che non sfuggano le differenze, per l’economia reale, tra i due scenari. Un calo dello 0,65% è sensibile ma non catastrofico. Un calo del 3% è un autentico disastro.

Qui di seguito, sono riportati in modo più preciso gli effetti sul PIL di azioni finalizzate a ridurre di un punto percentuale il rapporto deficit / PIL, con una pressione fiscale media supposta pari al 45% e con un ventaglio di valori, per il moltiplicatore, compresi tra 0,5 e 1,7.

 

 
 
 
Moltiplicatore
 
 
 
0,50
0,70
0,90
1,10
1,30
1,50
1,70
Obiettivo di aggiustamento del deficit pubblico
1,00%
1,00%
1,00%
1,00%
1,00%
1,00%
1,00%
Pressione fiscale / PIL
45%
45%
45%
45%
45%
45%
45%
Entità della manovra restrittiva, in % del PIL
1,29%
1,46%
1,68%
1,98%
2,41%
3,08%
4,26%
Riduzione PIL conseguente all'aggiustamento
0,65%
1,02%
1,51%
2,18%
3,13%
4,62%
7,23%

 

L’Italia ha sofferto di pesanti cadute di produzione e occupazione, nel 2012 e nel 2013, sostanzialmente perché il governo Monti e la UE hanno impostato azioni di politica economica basate sul presupposto che ci si trovasse nella situazione di cui alla colonna di sinistra della tabella. La realtà dei fatti era invece decisamente più vicina al lato destro.

La situazione odierna non è, sotto questo profilo, diversa. Non c’è stato nessun significativo recupero di occupazione, e la domanda è sempre fortemente depressa rispetto alle capacità produttive del sistema economico italiano.

Nell’eventualità in cui si verifichino scostamenti significativi del rapporto deficit pubblico / PIL rispetto alle previsioni, l’Italia si trova quindi forzata ad adottare azioni restrittive di grossa entità rispetto agli obiettivi di aggiustamento da conseguire. In realtà, l’ultima legge di stabilità già recepisce aumenti automatici di IVA, fino a un massimo del 25,5%, che possono essere evitati solo se non si verificheranno tendenze allo scostamento del deficit. Questo richiede un andamento dell’economia decisamente migliore dell’attuale, o alternativamente altre azioni restrittive (pesanti tagli di spesa, ad esempio).

In presenza di moltiplicatori fiscali superiori all’unità, questo sistema di “clausole di salvaguardia” non solo ha provocato pesanti cali di PIL, soprattutto nel 2012 e 2013, ma continua a penalizzare fortemente la ripresa di produzione e occupazione.

domenica 10 maggio 2015

CCF: risolvere le disfunzioni del sistema monetario europeo, stabilizzarlo, mettere fine alla crisi


I Certificati di Credito Fiscale: quasi una moneta, ma non proprio

 

 

I CCF sono un diritto patrimoniale negoziabile e trasferibile, che consente al possessore, a partire da una certa data futura (ad esempio, due anni dall’emissione) di compensare (cioè non effettuare) pagamenti altrimenti dovuti alla pubblica amministrazione dello Stato emittente.

 

 

Il possessore può vendere i CCF (ottenendo euro) sul mercato finanziario.

 

 

Un CCF utilizzabile per l’importo di 1.000 euro tra due anni avrà un valore di poco inferiore al facciale (la differenza è qualche punto percentuale di attualizzazione).

 

 

Non c’è necessità che i CCF circolino sotto forma di monete e di banconote.

 

 

Molto utile, comunque, che si diffondano transazioni direttamente regolate in CCF, anche sotto forma di sistema di pagamento elettronici.


Che cosa si ottiene introducendo i CCF

 

 

La proposta è di assegnare gratuitamente CCF a una serie di soggetti.

 

 

Ai lavoratori, sia dipendenti che autonomi, per incrementare il loro reddito disponibile e il loro potere d’acquisto.

 

 

Alle aziende, in funzione dei costi di lavoro sostenuti. Il costo lordo del lavoro quindi diminuisce, senza deflazionare le retribuzioni.

 

 

Lo stato può inoltre emettere CCF per finanziare altri interventi di espansione della domanda – spesa sociale, investimenti di pubblica utilità, ecc.

 

 

Lo stato emittente ottiene, in contemporanea

UNO, incremento della domanda interna.

DUE, miglioramento della competitività delle aziende.

 

 

===> Espansione di PIL e occupazione, senza creare squilibri ai saldi commerciali esteri.


I CCF non sono né debito né moneta legale

 

 

Non sono debito perché lo stato emittente non dovrà mai, sotto nessuna circostanza, rimborsare neanche un euro al possessore di un CCF.

 

 

Non sono moneta legale perché non c’è nessun obbligo di accettarli a fronte di un impegno finanziario contratto in euro: non confliggono quindi con il monopolio di emissione della BCE.

 

 

L’unico soggetto impegnato ad accettarli, su base volontaria e a partire da una data futura, è lo stato emittente – a fronte di tasse, imposte, contributi ecc.

 

 

L’accettazione da parte dello stato emittente attribuisce valore ai CCF.


I principi di applicazione dei CCF

 

 

Naturalmente, i CCF non vanno emessi in quantità illimitata.

 

 

Il programma di emissione deve (e può) rispettare una serie di obiettivi:

Riassorbimento dell’output gap e della disoccupazione prodotta dalla crisi, dal 2008 in poi.

Inflazione tendenziale che risale verso il 2%.

Evitare la formazione di deficit commerciali esteri.

 

 

Inoltre è possibili strutturare il programma CCF in modo che lo stato emittente:

In ogni anno, abbia un saldo zero tra pagamenti in euro e incassi in euro.

Diminuisca con regolarità il rapporto debito pubblico / PIL, fino al 60% richiesto dal Fiscal Compact.

 

 

Ricordare: i CCF non sono debito.

Non esiste nessuna fattispecie, né in pratica né in teoria, in cui lo stato emittente dei CCF possa essere costretto ad andare in default sull’impegno assunto, proprio in quanto è un impegno di accettazione e non di rimborso.


Possibili modalità di applicazione dei CCF: caso Italia

 

 

2016
2017
2018
2019
2020
Assegnazioni di CCF - mld
 
 
90
150
200
200
200
Utilizzi di CCF
 
 
 
 
90
150
200

 

 

Il programma di assegnazioni prevede un incremento graduale nel corso di un triennio, fino a un massimo di 200 miliardi annui.

 

Va ricordato che in termini reali, il PIL italiano 2015 è inferiore del 9% ai livelli del 2007, e del 19% rispetto a quanto si sarebbe raggiunto con una crescita dell’1% annuo. Questo ammanco di PIL corrisponde a circa 300 miliardi.

 

Gli utilizzi sono sfalsati di due anni rispetto alle assegnazioni, per permettere all’economia di recuperare livelli più alti di PIL e di entrate fiscali compensative.

 

% approssimative di assegnazioni CCF
Ai lavoratori
 
 
35%
Alle aziende
40%
Ad altri interventi
25%

 

A regime, le assegnazioni ai lavoratori consentono di integrare con 240 euro in CCF una busta paga da 1.200 euro mensili.

 

Nello stesso tempo, le assegnazioni alle aziende corrispondono a una riduzione del 18% del loro costo del lavoro lordo.

 

 


Effetti previsti dall’applicazione dei CCF: caso Italia

 

 

Previsioni
 
 
Senza
Con
Con moltiplicatore
Moltiplicatore
1,30
 
CCF
CCF
0,70
Crescita media PIL reale, 2016-2020
1,1%
3,8%
2,4%
Disoccupaz. 2020
 
 
12,5%
5,5%
9,0%
Deficit (-) / surplus (+) pubblico medio, 2016-2020 - % su PIL
-0,9%
1,8%
-0,9%
Debito pubblico 2020 - % su PIL
 
127,6%
91,9%
111,1%
Surplus partite correnti medio, 2016-2020
3,9%
1,9%
3,5%

 

 

Con moltiplicatore (crescita PIL reale conseguente all’emissione di un determinato ammontare di CCF) di 1,30 si ottengono:

 

Una forte ripresa del PIL.

Il riassorbimento della disoccupazione causata dalla crisi.

Un netto miglioramento dei saldi di finanza pubblica (deficit e debito in euro).

 

La stima di 1,30 è in linea con recenti ipotesi formulate tra gli altri da Olivier Blanchard, capo economista del FMI, ed è probabilmente prudenziale (il moltiplicatore tende a essere particolarmente alto quando un’economia risale da condizioni di domanda fortemente depresse, come le attuali).

 

Effetti nettamente positivi (significativa ripresa e calo del rapporto debito pubblico / PIL, a deficit invariati) si hanno comunque anche con ipotesi molto conservative in merito al moltiplicatore (0,70).


Clausole di salvaguardia

 

 

Attualmente la UE richiede di compensare con tagli di spesa e tasse eventuali ammanchi rispetto agli obiettivi di deficit pubblico.

 

 

Ma se gli ammanchi nascono da una congiuntura sfavorevole, queste azioni hanno effetto prociclico: come dimostra l’esperienza degli ultimi anni, il risultato è di protrarre e aggravare la crisi, senza peraltro migliorare la situazione della finanza pubblica.

 

 

Nell’ambito di un programma CCF, le clausole di salvaguardia potrebbero essere attuate con un ventaglio di interventi, di ben altra flessibilità ed efficacia, e senza inasprire le difficoltà dell’economia:

 

 

Non tagli di spesa, ma utilizzo di CCF in luogo di euro per sostenere alcuni pagamenti statali.

Non maggiori tasse, ma prelievi in euro compensati da erogazioni di CCF.

Collocamenti di titoli in CCF (tax-backed bonds) al fine di ridurre il debito in euro.

Offerta, su base volontaria, ai detentori di CCF in scadenza di posporre il loro utilizzo, in cambio dell’incremento del loro valore facciale (in pratica, riconoscimento di un interesse pagato in “moneta” fiscale).

 

 

Questo ventaglio di azioni dà ampie garanzie di conseguire, senza effetti recessivi sull’economia, obiettivi quali:

===> il saldo zero tra incassi e pagamenti pubblici in euro

===> la progressiva e costante riduzione del rapporto debito pubblico (da rimborsare in euro) / PIL, fino al 60%.