mercoledì 3 maggio 2017

La Moneta Fiscale l'hanno studiata molto bene

Mi riferisco ai gestori di questo sito, Gefira.org. La sintesi e una serie di riferimenti bibliografici, in merito al progetto Moneta Fiscale / Certificati di Credito Fiscale, la trovate qui.

La versione originale dell'articolo è in inglese - metto il link anche a quella, per chi volesse "diffondere il verbo" (ulteriormente) dei CCF / MF a lettori non ferratissimi con l'italiano...

Un solo piccolo appunto, al titolo: "L'Italia può circonvenire la BCE con una moneta parallela". "Circonvenire" sostanzialmente significa raggirare, e l'intenzione mia e degli altri proponenti del progetto ovviamente non è di raggirare nessuno, ma di risolvere una gravissima disfunzione dell'euro così come è strutturato oggi.

Ma questo in realtà è chiaro anche agli autori del sito, che si definiscono "europeisti critici": favorevoli al progetto di integrazione europea ma convinti che alcune scelte siano controproducenti se non fallimentari. A partire dall'euro nella sua veste attuale, appunto.

PS 25.5.2017: nel frattempo ho avuto alcuni interessanti scambi di opinioni con l'autore dell'articolo, Carlo Sacino. Che ha modificato il titolo, da "circonvenire" a "bypassare". Grazie, e complimenti ancora per la qualità e per l'efficacia della sua sintesi.

lunedì 1 maggio 2017

Il “Wishful Thinking” europeista sulla Brexit

Theresa May ha convocato le elezioni politiche anticipate per l’8 giugno prossimo, forte di sondaggi che danno il suo consenso in notevole crescita e confidando di uscirne con una maggioranza parlamentare nettamente rafforzata.

Tra le altre cose, questo dovrebbe aiutarla a gestire con maggiore efficacia il complicato processo negoziale avviato a fine marzo, che porterà all’uscita del Regno Unito dalla UE.

Gli europeisti, definiti come coloro che inseguono il sogno dell’unità politica europea, non si sono messi ancora del tutto il cuore in pace e alcuni di loro continuano a ipotizzare che si verificherà un “pentimento”. Pochi per la verità a questo punto sognano ancora che il processo di uscita si blocchi. Qualcuno in più, piuttosto, spera che si riveli deleterio per l’economia britannica.

E’ una speranza poco nobile, perché il male al prossimo non si dovrebbe mai augurare. Ed anche autolesionista, perché queste ipotetiche difficoltà del Regno Unito impatterebbero negativamente sugli altri paesi europei. Ma in ogni caso, è ben poco fondata.

Quali sarebbero i danni che il Regno Unito potrebbe riportare da una contrazione dell’interscambio commerciale con l’Unione Europea ? o da limitazioni alla libertà di circolazione delle persone ?

Il Regno Unito ha un deficit nei saldi commerciali: compra dalla UE più di quanto vende. Se, per assurdo, l’interscambio si azzerasse, il danno sarebbe maggiore per la UE.

Anche perché la UE non fornisce al Regno Unito materie prime o prodotti o servizi che le isole britanniche (1) non abbiano capacità di produrre in proprio, oppure (2) non possano acquistare da altri paesi.

Detto questo, l’interscambio non si azzererà. Alla peggio, Regno Unito e UE commerceranno sulla base degli accordi WTO: cosa che entrambe già oggi fanno con Stati Uniti, Cina, Giappone e tanti altri paesi (tutt’altro che marginali, come si vede) con i quali non esistono accordi commerciali specifici (al di fuori delle regole WTO, appunto).

E la libera circolazione delle persone ? ogni tanto sento qualcuno parlare dei danni ciclopici che il Regno Unito potrebbe subire per la carenza di medici, infermieri, insegnanti esteri, eccetera.

L’aspetto elementare che sfugge è che se verrà meno il diritto AUTOMATICO per un cittadino di un paese UE di trasferirsi e lavorare nel Regno Unito, questo non impedirà, evidentemente, ai britannici di far entrare in casa loro qualunque persona le cui competenze professionali siano necessarie o utili.

O stiamo ipotizzando che sia la UE a bandire la possibilità di espatrio dei cittadini dei suoi paesi… ? a trasformarsi in un blocco sovietico con tanto di cortina di ferro ??

La Brexit, previsione mia, si concluderà nei tempi previsti, e non produrrà, per il Regno Unito, alcun danno economico significativo.

E per la verità neanche alla UE, che però a farsi male ci pensa già da sola…


mercoledì 26 aprile 2017

Sergio Cesaratto, i saldi Target2 e la trimurti della pizza di fango


Sergio Cesaratto ha di recente elaborato un corposo documento in merito al tema dei saldi Target2, citando molti recenti articoli. Tra questi il mio, pubblicato su Micromega.

In una nota a piè di pagina, fornisce un’interpretazione alquanto curiosa delle mie argomentazioni, precisamente la seguente.

“Cattaneo non si esenta dal ribadire una proposizione di sapore MMT per cui basta stampare lire e offrirle nel mercato delle valute per procacciarsi gli euro per saldare i conti Target2: “utilizzare la sua ritrovata potestà di emissione monetaria per emettere NL (nuove lire) da convertire in euro sul mercato valutario – con i quali estinguere una parte del saldo verso BCE”. Questo farebbe naturalmente crollare il valore delle nuove lire. Peraltro, se bastasse la stampa di lire nella presunzione che essa sia una solida moneta di riserva, allora queste verrebbero direttamente accettate dalla BCE a regolazione dei saldi. Un’altra proposta è di “concordare swap di attività con BCE a riduzione dei saldi Target2”, ovvero la BCE ci dà euro in cambio di lire, e con quegli euro regoliamo i saldi T2: un evidente gioco delle tre carte, sempre euro dobbiamo alla BCE, prima come T2, ora come swap. Infine, si sostiene, si possono prendere i soldi a prestito: “acquisire finanziamenti garantiti dagli attivi”, sostituendo in debito con un altro!”

Cesaratto ha ritenuto necessario concludere la nota con un punto esclamativo, come se il rifinanziamento di un debito fosse una procedura di inusitata anomalia, invece di un’azione che aziende e governi effettuano su base quotidiana…

Subito dopo nel testo del documento, Cesaratto cita una mia proposta alternativa – “mantenere in vita Target2 per i pagamenti verso l’Italia”. E la commenta più avanti affermando che in questo modo “l’Italia perde valuta pregiata utile per le importazioni”. E quindi “buona fortuna ai cittadini italiani che vedrebbero la lira colare a picco e l’inflazione aumentare corrispondentemente”.

Allora, facciamo un po’ d’ordine. Le opinioni espresse da Sergio Cesaratto sono – con ogni probabilità lui non se n’è reso conto, ma è così – una riedizione della “teoria della pizza di fango”, cara a tanti opinionisti di quelli che una volta si definivano da bar e che oggi hanno a disposizione blog e social network per diffondere le loro opinioni con maggiore agio. La teoria, sic et simpliciter, è che la reintrodotta nuova lira sarebbe una moneta sostanzialmente senza valore, non in grado di essere scambiata sul mercato dei capitali a nessun rapporto di cambio sensato, come se non fosse l’unità di conto e di scambio di un paese da quasi 1.700 miliardi di PIL (una delle prime dieci economie mondiali, nonostante tutto).

Abbiamo naturalmente esempi di paesi il valore della cui moneta si è disintegrato per effetto di un volume di emissioni e di circolazione di potere d’acquisto abnorme rispetto alle capacità produttive dell’economia. E si inquadrano in tre casistiche:

Paesi la cui economia è fortemente dipendente da una materia prima il cui prezzo è crollato sul mercato internazionale.

Paesi funestati da violenti fenomeni di instabilità politica, ai limiti o oltre i limiti della guerra civile, con conseguente crollo della produzione economica.

Paesi in cui le medesime conseguenze sono state prodotte dall’occupazione militare straniera di una parte significativa delle proprie risorse economiche e del proprio apparato produttivo.

Insomma, la trimurti  Venezuela – Zimbabwe – Weimar, con cui gli opinionisti da bar si illudono di controbattere le tesi di chi propone manovre keynesiane di stimolo della domanda, finanziate con emissione monetaria – o di debito in moneta sovrana, o di moneta nazionale parallela quali i CCF / MF.

Queste manovre funzionano se l’azione espansiva riporta la domanda a livelli allineati con la capacità produttiva del sistema economico, ed hanno quindi un senso se esiste un rilevante output gap, alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione, pesante sottoutilizzo del potenziale produttivo delle aziende: che è la situazione dell'Italia oggi. Altrimenti produrrebbero solo inflazione, e in quel caso non mi affannerei certo a sviluppare e a promuovere il progetto CCF / Moneta Fiscale.

Ma, ci dice Cesaratto, qui non abbiamo solo il tema di emettere moneta (o suoi equivalenti) per produrre la ripresa della domanda ed eliminare l’output gap, abbiamo anche quello di gestire l’uscita dall’Eurosistema e l’estinzione del saldo Target2. Bene, si tratta appunto del rifinanziamento di un debito estero, dell’ammontare di 358 miliardi di euro a fine 2016 (sarebbero 312 al netto di alcune poste attive compensative, ma trascuriamole), equivalenti a 465 miliardi di Nuove Lire nell’ipotesi di una svalutazione del 30%.

L’Italia nel 2016 ha prodotto un saldo attivo delle partite correnti di 45 miliardi di euro (il saldo dell’interscambio di beni e servizi è ancora più positivo, 58 miliardi) e la “net international investment position” – il saldo netto tra tutte le attività e passività patrimoniali italiane verso l’estero – era passivo solo per il 15% del PIL, ovvero 250 miliardi di euro. In effetti esclusi i saldi Target2 (che sono compresi nei 250) l’Italia detiene un’eccedenza di attivi patrimoniali all’estero rispetto ai passivi.

Immaginate un’azienda che sviluppa un valore aggiunto di 1.700 milioni di euro (il PIL italiano in milioni invece che in miliardi). Se il valore aggiunto è pari al 40% del fatturato (grosso modo il dato medio per l’aggregato delle aziende nazionali) quest’ultimo (il fatturato) è pari a 4.250 milioni. Il debito finanziario netto di questa azienda “similItalia” – 250 – sarebbe circa il 6% del fatturato. C’è da gestire la sostituzione di una linea di credito da 465 milioni, l’11% del fatturato, quindi con ogni probabilità meno del suo capitale circolante netto (che tipicamente si aggira sul 15-20% delle vendite).

Sarebbe perfettamente normale per questa azienda finanziare l’esposizione con debito a breve revolving, e rinnovarlo senza nessuna difficoltà di anno in anno. La sostituzione di una linea di credito di quelle dimensioni è gestibile senza ansie. Tanto più che l’azienda in questione produce un flusso di cassa netto (e per netto s’intende dedotte tutte le esigenze di investimento, dividendi, pagamenti d’imposte ecc.) di 45 milioni annui. Quindi viaggia a un ritmo che azzera in poco più di sei anni il debito finanziario netto.

La linea di credito da rifinanziare – il saldo Target2 – tra l’altro, come argomentavo nel mio articolo, non è da estinguere dalla sera alla mattina. La soluzione più logica è in effetti a mio avviso di mantenerla in essere in un’unica direzione, rendendola cioè utilizzabile per pagamenti di altri paesi dell’Eurozona verso l’Italia (ma non viceversa). Se questi pagamenti fossero tutti per esportazioni di beni e servizi, l’estinzione della linea richiederebbe non meno di due anni: l’export italiano verso il resto dell’Eurozona è infatti pari a circa 220 miliardi (nel 2016), quindi i beni e servizi esportati sono meno della metà del saldo Target2 (465, già considerata la svalutazione della Nuova Lira rispetto all'euro).

Naturalmente l’estinzione può essere ben più rapida se – e in qualche misura sicuramente questo avverrà – una parte degli utilizzi dei saldi Target2 avvenisse a fronte di investimenti finanziari e non di acquisti di beni e servizi. Ma gli investimenti finanziari, nella misura in cui si verificano, sono appunto un rifinanziamento di parte del debito – quello che tanto spaventa Cesaratto…

In ogni caso, le esportazioni saldate con Target2 sottraggono valuta all’economia italiana, e ci sarà quindi, dice Cesaratto, il problema di finanziare le importazioni. Beh a essere sinceri questo è principalmente un problema di chi esporta verso l’Italia. Che tutto sommato non mi è mai parso così in difficoltà nel gestirlo. Esperienza mia recente: dopo parecchi anni, in famiglia ci siamo finalmente decisi a rinnovare il parco automobili (parco si fa per dire, due…). Abbiamo acquistato marche estere (non eurozoniche peraltro, una giapponese e un’anglo-indiana) e ricevuto finanziamenti per oltre il 90% dell’importo totale…

Naturalmente, post svalutazione può essere che qualche produttore sia meno competitivo sul mercato italiano, e rinunci quindi ad alcune vendite. Più Fiat e meno Lexus e Jaguar quindi (ma magari anche più Audi, Bmw e Mercedes con i tedeschi che aumentano la quota di componenti acquistati in Italia). Insomma può essere che calino le importazioni nette italiane. Il che riduce di per sé il problema di finanziarle…

In sintesi, un paese con forti attivi commerciali e poco debito finanziario estero non ha problemi a rifinanziare il debito Target2, se si trova nella necessità di estinguerlo (gradualmente) nel contesto di un’azione di rilancio dell’economia abbinata a un riallineamento del cambio reale che lascia invariato il surplus commerciale.

Che sono, tra parentesi, le caratteristiche del progetto CCF / Moneta Fiscale. Il quale però non prevede la rottura dell’euro e quindi alcun ipotetico problema a fronte dei saldi Target2. Ma che tuttavia, mi si dice, Cesaratto vede con scetticismo. Ho il sospetto che non l’abbia ancora esaminato attentamente e che quindi ritenga che sia una nuova riedizione del “principio della pizza di fango”. Non è così e lo invito alla lettura di questo documento – sintetico ma, credo, completo ed esaustivo.

Mi auguro che avremo il piacere di accoglierlo tra le fila dei sostenitori. E devo dire che mi sento ottimista al riguardo, perché Sergio Cesaratto è un eccellente economista e quindi – come disse un giorno Charlie Munger a Warren Buffett – “ you will end up agreeing with me Warren, because you are smart and I am right !”


martedì 25 aprile 2017

Modena, 29 aprile 2017 ore 16

Un convegno di economia con la partecipazione di un vincitore del Festival di Sanremo non ve lo sareste aspettato, vero ? e invece...

venerdì 21 aprile 2017

Non so come andranno le elezioni francesi, ma…


…trovo interessante questo articolo, segnalato da Stefano Sylos Labini. Aldo Cazzullo (sul Corriere della Sera) cita i punti di contatto tra la candidata anti-establishment di destra, Marine Le Pen, e l’anti-establishment di sinistra, Jean-Luc Mélenchon; e a un certo punto si legge quanto segue:

“Soprattutto, sono [entrambi] contro il sistema, le élites, l’establishment, i “media di regime” e la finanza, cui minacciano di rimborsare il debito pubblico in “moneta fiscale” o in franchi”.
 
L’ho trovato interessante perché una volta di più dà evidenza che il progetto Moneta Fiscale / CCF, quando si arriva al momento di ipotizzare soluzioni praticabili per uscire dai vincoli dell’Eurosistema, è di gran lunga l’alternativa più plausibile: forse l’unica. Questo è vero in Francia così come in Italia.
 
L’articolo di Cazzullo non chiarisce (non è la sede giusta, va detto) vari temi importanti, che è auspicabile siano invece ben presenti nella testa di MLP e di JLM.
 
In primo luogo, il progetto MF / CCF può essere un ponte verso lo scioglimento dell’euro, ma non necessariamente. Ne risolve infatti le disfunzionalità e sul piano tecnico ha tutte le caratteristiche per essere un nuovo assetto permanente, ed efficiente, dell’Eurozona.

Inoltre, l’emissione di MF / CCF è il mezzo per rilanciare la domanda interna e incrementare la competitività delle aziende. Senza bisogno di spaccature della moneta unica e di ridenominazioni di crediti e debiti.

Non essendoci ridenominazioni, non si tratta di “rimborsare il debito pubblico in “moneta fiscale””, ma di stabilizzarlo (lasciandolo in euro). Mentre MF / CCF svolgono la funzione di rilanciare domanda, crescita e occupazione.

Magari (lo sapremo domenica) al ballottaggio per le elezioni presidenziali francesi andranno Fillon e Macron, e non JLM e MLP (già notevole comunque che un derby tra candidati anti-establishment sia una concreta possibilità: poche settimane fa era impensabile).

Ma il punto degno di nota è che l’espressione “moneta fiscale” sta diventando ricorrente anche negli organi di informazione “allineati”. E lo diventerà sempre di più: perché il dato di fatto è, e rimane, che l’Eurosistema nella sua struttura attuale non funziona.


mercoledì 19 aprile 2017

Italy's Third Way Between Austerity and Euroexit

By Biagio Bossone and Marco Cattaneo


Everybody is talking in these days in France about the possibility of either Ms Le Pen or Mr Melenchon winning the presidential election and engineering a France-exit from the Eurozone.

Perhaps less noticeable but possibly even more eventful are in our view the developments that are taking place in the Italian political landscape. With the national institute of statistics (ISTAT) certifying 4.5 million Italians living in absolute poverty (three times the 2007 level, and not declining) the debate is intensifying on whether the country should still struggle to remain within the Eurozone.

At least four main political parties are seriously considering the introduction of some form of parallel currency as a way to overcome the Eurosystem’s dis-functionalities. The Fiscal Money project was recently introduced in Beppe Grillo's M5S electoral program (M5S being credited with a 30% support, according to recent polls), while Mr Berlusconi, who still leads Forza Italia (13%), talks about a national parallel currency and the right wing coalition of Mr Salvini's Lega Nord and Ms Meloni's Fratelli d'Italia (17%) plans to distribute tax-backed small-denomination government bonds, albeit as an intermediate step eventually leading to ExItaly.

The time is ripe for having a national debate on ‘Fiscal Money’ as an instrument to avert Italy taking the complex step of leaving the euro, while giving it a strong chance to recover from perennial stagnation.


What is Fiscal Money?

It is a tax-credit security, issued by the Government, which entitles its holders to reduce future tax payments, say, two years from its issuance. It is assigned, free of charge, to households (thus supplementing their income) and to enterprises (thus cutting their labour costs), and a portion of it can also be used to fund social programs and public investment. It is not legal tender, but it can be voluntarily used and accepted as a means of payment in exchange for goods, services and assets of all types. As to its value vis-à-vis the euro, it should trade at a discount similar to a 2-year zero-coupon bond, but if uncertainty were to widen its discount or make it too erratic, an interest rate could be paid on its holdings to stabilize its value. As the Eurostat rules stipulate, fiscal money would not add to the current budget deficit and public debt, and would be recorded in the budget only when used for tax rebates. 

Once assigned, fiscal money would provide additional purchasing power. In a stagnant economy with largely underused resources, a multi-year sustained program of fiscal money issuances would increase spending, raise output and employment, and generate during the 2-year deferral the additional revenues needed to finance the tax rebates, until full-employment were achieved. In the (unlikely) event of raising inadequate revenues, pre-committed safeguard measures would kick in automatically, thus offsetting any deficit. These safeguards would therefore assuage market uncertainties as to potentially negative budgetary implications. The reduction of enterprise labour cost, on the other hand, would improve Italy’s external competitiveness and prevent trade balances from worsening under increasing demand and support the output multiplier effect.

In conclusion, whereas there would be no downside risks even in the event of the program fiscally underperforming, in all other cases the economy would recover as expectations steadily improve, confidence is restored and enterprises start new investments.


How does fiscal money work?

Fiscal money would be exchanged across a nationwide electronic platform where all resident agents hold accounts that can be accessed through cards, mobile phones or the Internet.  Government would allocate new fiscal money issuances by directly crediting the accounts of select agent categories. Payments and value transfers would take place via the simultaneous debiting and crediting of the accounts of payers and payees, respectively, and fiscal money would become the settlement instrument for all transactions executed in the platform. Fiscal money could also be exchanged as an asset, being demanded from those who may want to use it for future tax rebates or to make profit out of asset price arbitrage.  

Participation in the platform would be governed by a voluntary arrangement whereby the state and individual agents (enterprises, workers, pensioners, merchants and utilities, as well as banks and other financial institutions) accept to use and receive fiscal money for transaction purposes. While not compulsory, acceptance would be actively promoted and supported by Government, with a view to maximizing efficient and effective circulation of the new monetary instrument.


What would be gained?

In practice, fiscal money is the only option available to reflate the economy of a country, such as Italy, with no fiscal space left, no monetary sovereignty, and thus no control over exchange rate policy. We believe it is the only ‘third way’ possible between austerity and Euroexit, capable to help the country survive the shortcomings of the deeply flawed euro architecture.  

giovedì 13 aprile 2017

Intervento al convegno Attuare La Costituzione - il transcript

Grazie a Francesco Chini, che si è sobbarcato la faticaccia di trascrivere il mio intervento (e anche tutti gli altri della giornata !) e a Bottega Partigiana che li sta pubblicando sul suo sito.