giovedì 19 dicembre 2013

La svalutazione non serve ? il caso Giappone


Sugli effetti della svalutazione, si continua a fare parecchia confusione.

Ogni volta che un paese svaluta e dopo un certo periodo di tempo si constata che non c’è stato un miglioramento dei saldi commerciali con l’estero, invariabilmente qualcuno commenta che “la svalutazione è inutile”.

Il punto è che l’evoluzione dei saldi commerciali non risente solo della svalutazione. Un altro importantissimo fattore è l’evoluzione della congiuntura nel paese che svaluta, in termini relativi (cioè rispetto ai suoi partner commerciali).

Si era vista la combinazione di questi due fattori all’opera nel caso del Regno Unito. Vediamo ora che cosa sta accadendo in Giappone.

Il saldo delle partite correnti negli USA, nell’Eurozona e in Giappone si è evoluto nel modo seguente tra il 2012 e il 2013 (dati in miliardi di dollari, fonte FMI):


2012
2013
Usa
-440
-451
Eurozona
227
295
Giappone
60
61

 
Il saldo del Giappone è rimasto sostanzialmente invariato, come quello USA, mentre è aumentato nettamente quello dell’Eurozona. Questo, nonostante una svalutazione dello yen del 18% contro dollaro e del 21% contro euro.
Allora, la svalutazione non serve ? l’incremento maggiore l’ha avuto l’Eurozona, la cui moneta non si è svalutata ma addirittura rafforzata nei confronti dello yen e anche, leggermente, del dollaro.

Il mistero si svela facilmente se guardiamo al dato del PIL procapite. La prestazione migliore, in termini di variazione 2013 vs 2012, è nettamente quella del Giappone: +2,2%. Molto staccati gli USA a +0,8%. L’eurozona registra un pessimo -0,6%.

Il punto è che congiuntamente alla svalutazione, il Giappone ha effettuato forti azioni di rilancio della domanda, e il PIL è cresciuto. Senza la svalutazione, questo avrebbe creato sbilanci nei saldi commerciali esteri, che invece sono stati evitati. La svalutazione serve, eccome.

L’Eurozona invece ha incrementato l’attivo delle partite correnti, certo, ma per quale via ? distruzione della domanda interna in tutti i paesi mediterranei (come da “manuale Monti”), crollo delle importazioni e ulteriore caduta del PIL procapite (e dell’occupazione, e della coesione sociale, e della capacità di tenuta del sistema finanziario e bancario…)

Un paese che desidera ottenere una crescita del PIL e dell’occupazione, in termini sia assoluti che relativamente ai suoi partner commerciali, deve rilanciare la domanda: ma per evitare che gli effetti siano in buona parte vanificati dal peggioramento dei saldi esteri, occorre svalutare.
 
O in alternativa, effettuare un altro tipo di azione che analogamente ne migliori, con effetti immediati, la competitività. Quale ad esempio la diminuzione del carico fiscale sul lavoro prevista dal progetto CCF.

6 commenti:

  1. Interessante analisi. Mi piacerebbe capire meglio qual è il meccanismo con cui il vantaggio competitivo della svalutazione si tramuta in un aumento del PIL lasciando inalterato il saldo CA. SI tratta forse di un aumento progressivo delle retribuzioni che segue la svalutazione annullandone il vantaggio competitivo ma incrementando la domanda interna?

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    1. E' un'azione di spinta della domanda interna, che può prendere varie forme (anche in combinazione naturalmente): retribuzioni nette più alte, minori tasse, più spesa sociale ecc.
      Questa azione, nel momento in cui porta la domanda interna del paese che la effettua a crescere più velocemente dei suoi partner commerciali, si traduce in un peggioramento dei saldi commerciali - quindi crescita del PIL inferiore a quella della domanda e peggioramento della posizione finanziaria con l'estero - A MENO CHE non sia compensata da un miglioramento della competitività.
      Come può essere ottenuto questo miglioramento di competitività ? la svalutazione e un modo, l'intervento sul cuneo fiscale previsto dal progetto CCF è un altro.

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  2. Dott.Cattaneo (se posso e se ha tempo)anche se non inerente al suo articolo, mi piacerebbe sapere la sua opinione su questo articolo del Sole a firma Guidoni:

    Fuori dall'euro? Dai conti correnti ai mutui. Così in sei mosse si rischia un buco da 2.000 miliardi nelle tasche degli italiani
    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-18/eurocrack-i-risparmiatori-patrimonio--105619.shtml

    Grazie,giovanni.
    di Fabrizio Guidoni - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/d4eIf

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    1. Guardi, lei può darmi atto, credo, che non ho l'abitudine di esprimermi in modo enfatico.
      Bene: è un articolo semplicemente vergognoso. Puro terrorismo privo di qualsiasi fondamento. Alcuni esempi: in caso di svalutazione, attività reali come gli investimenti azionari aumenterebbero di valore e non viceversa; prima si parla di una perdita di valore sui conti correnti pari all'inflazione (stimata nel 5%, secondo me ipotesi pessimistica, ma può starci) e poi si ipotizza un crollo di valore dei titoli a reddito fisso pari alla svalutazione (ma questo vale dal punto di vista dell'investitore estero, non di quello italiano !! che è penalizzato in misura pari all'inflazione, non alla svalutazione); si dà per scontato un incremento pauroso dei tassi d'interesse italiani (UK e Giappone hanno svalutato e i tassi non sono assolutamente saliti); si ignora che i mutui sono indicizzati all'euribor, che è un tasso europeo, non italiano; eccetera.
      Che un articolo così terribilmente disinformato possa essere pubblicato sul principale quotidiano economico italiano, mi lascia letteralmente costernato.

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  3. Luca Pieroni: Ciao Marco La svalutazione serve sempre se usata bene e fa danni se usata male, noi ne sappiamo qualcosa visto che non l'abbiamo usata poco ... Da sola, come qualsiasi strumento ha un impatto limitato. Resta sempre una domanda: se l'europa e' piena di aree di crisi, se l'euro sembra sempre in situazione critica, ... com'e' che resta sempre quella che si apprezza sulle altre (eccetto quelle che vengono da valori molto bassi) ? Buone feste

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    1. Ciao Luca ! in realtà la tendenza della lira a svalutarsi è stato soprattutto un fenomeno degli anni 70 e inizio 80, cioè del periodo di alta inflazione connesso alle crisi petrolifere. Inflazione tra l'altro che a mio parere era necessario accettare in conseguenza del calo di valore aggiunto potenziale prodotto in tutte le economie occidentali dall'impennata dei prezzi dell'energia - se lo si fosse contrastato abbassando la domanda aggregata ai livelli del (ridotto) PIL potenziale, si sarebbero mandate le economie in credit crunch e sarebbe stato molto peggio. Come al solito, i tedeschi sono stati più disciplinati di noi ma comunque anche da loro l'inflazione è arrivata vicino al 10% - e in USA UK Francia intorno al 15%, da noi transitoriamente al 20%. Dati i maggiori livelli inflattivi (su cui sicuramente si poteva lavorare meglio, in Italia) NON svalutare non era una soluzione percorribile...
      Da sola la svalutazione ha un impatto limitato, certo: ma il mio punto è che IN CONGIUNZIONE all'azione di rilancio della domanda, la svalutazione (o in alternativa la riduzione del cuneo fiscale via CCF) permette il recupero di PIL e occupazione senza creare sbilanci commerciali e indebitamento verso l'estero.
      L'euro si rafforza nonostante tutti i guai appunto perché gli altri spingono la domanda interna (e stampano moneta forzando il cambio al ribasso), noi DISTRUGGIAMO domanda interna... infatti l'eurozona è l'unica area dove l'attivo delle partite correnti aumenta ! ma non è affatto il sintomo di una forza dell'economia sottostante, anzi è la conseguenza di politiche totalmente sbagliate nel contesto attuale. Auguri a te Luca !

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