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mercoledì 3 luglio 2024

Chi è indipendente da chi ?

Nelle alte sfere europee ed eurocratiche c’è molto nervosismo per gli esiti del secondo turno delle elezioni politiche francesi. Ed è interessante riflettere su due recenti dichiarazioni.

Da un lato, il ministro delle finanze tedesco, Christian Lindner, ha affermato che la Germania potrebbe opporsi all’intervento della BCE per calmierare i tassi sui titoli di Stato francesi (s’intende, in caso di esito “troppo favorevole” a Marine Le Pen, che potrebbe mandare in fibrillazione i mercati finanziari).

Dall’altro, il presidente di una grande banca francese (Société Générale), che peraltro è un italiano (Lorenzo Bini Smaghi, già membro del comitato direttivo BCE) ha ribattuto che la dichiarazione di Lindner “ha oltrepassato il limite perché ha dato l’impressione di minare l’indipendenza della Banca Centrale Europea”.

Ora, lungi da me sostenere la posizione di Lindner, esponente dell’euroausterismo più ottuso. Però l’affermazione di Bini Smaghi ripropone la solita domanda: ma perché è anatema mettere in dubbio l’indipendenza della BCE dai governi, mentre viene ritenuto perfettamente normale, al contrario, che la BCE condizioni pesantemente l’operato dei governi medesimi (come è del tutto evidente almeno dal 2011, cioè dalla famigerata lettera Trichet – Draghi inviata al governo Berlusconi) ?

Una volta di più, si riconferma che l’eurozona è un mostro antidemocratico. L’istituto di emissione monetaria è indipendente dai governi, che non si devono neanche azzardare a mettere in discussione questo dato di fatto. Ma l’istituto di emissione monetaria condiziona pesantemente le politiche degli stati membri, fino a mettere in atto vere e proprie azioni di ricatto. E questo agli eurocrati e agli euroausterici appare invece perfettamente normale.

Tutto questo sarebbe inaccettabile anche se producesse effetti positivi sul benessere economico dei cittadini dell’Eurozona. Ma gli effetti sono invece pessimi.

La domanda (retorica) è la solita. Per quanto tempo ancora dobbiamo accettare questa situazione ?

 


martedì 15 febbraio 2022

La Moneta Fiscale è qui per restare

 

Tutta la confusione che si è creata in merito ai crediti fiscali prodotti da interventi immobiliari sta avendo, e avrà, anche ripercussioni positive. 

La conferenza stampa di settimana scorsa è stata fuorviante. Potrei dire menzognera, ma parto da un presupposto di buona fede e quindi non accuso Draghi e Franco di essere bugiardi. Se non bugiardi, però, sono stati estremamente confusi.

Come conseguenza, tuttavia, hanno avuto ampia circolazione i dati presentanti dalla Agenzia delle Entrate in sede di audizione presso la commissione bilancio del Senato. Dati da cui emerge che solo il 3% delle frodi accertate riguardano il Superbonus 110, contro l’80% complessivo del bonus facciate (46%) e dell’eco-bonus (34%).

E Draghi è quindi andato fuori strada (e ha mandato fuori strada i media “allineati”) puntando l’indice, nelle sue dichiarazioni, sul Superbonus. Mentre emerge chiaramente che proprio il Superbonus, essendo dotato di procedure di accertamento e verifica dettagliate ed efficaci, NON ha generato (sospette) frodi, se non in misura del tutto marginale.

Da tutto il polverone emerge quindi con chiarezza che l’attribuzione di bonus non crea nessun significativo problema di frodi quando i controlli alla fonte sono ben impostati; e che se i controlli ci sono, la circolazione successiva dei crediti (quindi la loro trasformazione in Moneta Fiscale) non produce difficoltà - mentre rende potentissimo lo strumento.

Perché è importante, tutto questo ? perché il problema vero, principale, dell’economia italiana è che la ridefinizione del Patto di Stabilità e Crescita non sta andando da nessuna parte. Germania e altri paesi nordeurozonici non prendono minimamente in considerazione la proposta franco-italiana. Se qualcuno aveva illusioni al riguardo, la nomina del superfalco Lars Feld come capoeconomista alle dipendenze del ministro delle finanze Christian Lindner le ha demolite una volta per tutte.

Che cosa rimane, come via percorribile ? ma la Moneta Fiscale, appunto. Con grande semplicità, si dice ai tedeschi: il debito da rimborsare in euro lo riduciamo (in percentuale del PIL) secondo un percorso concordato, senza più deroghe ed eccezioni; ma la Moneta Fiscale la utilizziamo per sviluppare le necessarie politiche di sostegno alla crescita, di promozione degli investimenti, di supporto alle classi disagiate, di mitigazione dei costi per gas ed energia, e quant’altro.

La Moneta Fiscale non concorre né al deficit né al debito pubblico – non può essere debito, perché non è da rimborsare. E non essendo da rimborsare, non è soggetta a rischio di default causato dall’andamento dei mercati finanziari: di conseguenza, la sua emissione da parte di uno Stato non può, non deve essere oggetto di alcuna preoccupazione, vincolo o condizionamento da parte della UE, della BCE o di altri stati membri della UE o dell’Eurozona.

Altro non c’è, per far funzionare il sistema euro. Draghi ne deve prendere atto ed agire di conseguenza. Salvo che non voglia fare l’ingloriosa fine di Monti, cosa alla quale mi riesce difficile credere.

 

domenica 10 ottobre 2021

Paura di Christian Lindner ?

 

Le elezioni tedesche hanno dato un risultato che impone la formazione di un governo di coalizione, probabilmente a tre. Ipotesi più probabile SPD – FDP – Verdi; non è ancora escluso però (almeno sul piano dell’aritmetica) che rimanga in sella la CDU-CSU al posto della SPD.

In entrambi i casi, la FDP (il partito liberale) entrerà comunque al governo con un ruolo importante, ed è pronta a rivendicare la poltrona di ministro delle finanze per il suo leader, Christian Lindner.

Il che preoccupa molti commentatori, perché Lindner è un superfalco, estremamente ostile a qualsiasi revisione in senso espansivo del patto di stabilità e crescita e del Fiscal Compact.

C’è da preoccuparsi, dal punto di vista dell’Italia ?

Dipende da Draghi. Il quale a trattare con un tedesco ottuso, fanatico e dogmatico, ha un certo allenamento. In qualità di presidente BCE, aveva a che fare con Jens Weidmann. Il che non gli ha impedito di varare il whatever it takes nonché, successivamente, il Quantitative Easing.

E li ha varati nonostante i dubbi (tutt'altro che infondati, per dirla in tutta sincerità) che queste azioni non fossero proprio perfettamente in sintonia con i trattati che regolano la governance dell’Eurozona.

Naturalmente, è riuscito a farlo perché l’alternativa era la rottura dell’eurozona (peccato, diranno in parecchi – e quei parecchi hanno tutta la mia simpatia).

Però l’alternativa non è granché diversa oggi. Le regole fiscali dell’Eurozona non possono essere riattivate in termini invariati rispetto all’assetto pre-Covid. Salvo continuare a far finta di volerle rispettare sapendo in partenza che è impossibile.

E Draghi su una cosa dice senz’altro il vero, senza ipocrisie: è indispensabile per l’Italia non solo recuperare la caduta di PIL prodotta dal Covid, ma anche tornare a un passo di crescita ben superiore a quello dell’ultimo quarto di secolo (il quarto di secolo dell'euro…).

Dicendo questo, lo dico un volta di più, non sto mitizzando Draghi. Preferirei avere la lira e non aver bisogno di lui.

Però la lira non l’abbiamo, e allora meglio lui (certo astuto, certo spregiudicato, però una personalità che non prende ordini da un tedesco, o da un non tedesco) rispetto a un lacchè.

Perché Draghi appartiene all’establishment che gli ordini li dà, non li riceve.

Ed è troppo scaltro e ambizioso per pensare, neanche lontanamente, di declassarsi al ruolo di un Monti o di un Letta.