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giovedì 7 marzo 2019

MMT e pneumatici da gonfiare


Raccomando a tutti la lettura di questo eccellente articolo di John T. Harvey sulla polemica che si è recentemente accesa tra vari economisti MMT (in primo luogo Stephanie Kelton) da una parte, e parecchi “keynesiani mainstream”, tra cui Krugman, Summers, Rogoff (e anche il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell) dall’altra.

Spero che qualcuno trovi il tempo di tradurlo in italiano. A me in questo periodo risulta difficile, ma do un (piccolo) contributo con la seguente versione del punto 13, che ho trovato particolarmente appropriata e illuminante:

“Queste politiche (quelle raccomandate dalla MMT) sono inflazionistiche solo quando ci si trova in condizioni di pieno impiego e si cerca si spingere la domanda al di sopra della capacità produttiva. Tuttavia, dato che l’obiettivo è appunto il raggiungimento del pieno impiego, non c’è ragione di continuare oltre quel punto. E’ un po’ come dire che se continuate a soffiare aria in uno pneumatico, alla fine scoppierà. Certo, e questa è la ragione per cui (a un certo punto) smettete. Lo scopo è solo di poter continuare a guidare”.

Per cui, il fatto che soffiando aria in uno pneumatico oltre un certo punto scoppierebbe, non è una ragione per lasciarlo sgonfio.

Un modo efficace e anche simpatico di esporre i concetti di cui a questo post.


venerdì 12 ottobre 2018

Riflessioni sul PIL potenziale


Uno scambio di idee con Biagio Bossone mi ha spinto a mettere a fuoco alcune considerazioni in merito a questo articolo di Antonio Fatas. Articolo, peraltro, che riprende temi sviluppati dallo stesso Fatas in un precedente lavoro, elaborato in collaborazione con Larry Summers.

Fatas e Summers argomentano in termini molto convincenti che la reazione prociclica alla crisi dell’Eurozona – in particolare l’austerità attuata da vari paesi, soprattutto tra il 2010 e il 2014 – ha generato un processo di “aspettative autorealizzantesi”. L’errata valutazione dei moltiplicatori fiscali ha condotto ad azioni di consolidamento che hanno abbattuto il PIL molto più del previsto. A sua volta, l’andamento negativo delle economie ha spinto a rivedere al ribasso le stime in merito al PIL potenziale e ai suoi tassi di crescita.

Si è generato in effetti un circolo vizioso in cui l’austerità abbatteva il PIL, la mancanza di crescita creava dubbi sul potenziale di sviluppo delle economie, e la revisione al ribasso del PIL potenziale veniva addotta come giustificazione del rifiuto di abbandonare le politiche di austerità (perché, si sosteneva, gli spazi di recupero, in altri termini la differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale, non erano poi così elevati).

Non si tratta, in effetti, solo di psicologia. Il pessimo andamento dell’economia, in particolare (soprattutto in Italia) tra metà 2011 e inizio 2014, ha prodotto caduta dei redditi, fallimenti aziendali, riduzione della propensione a investire, contrazione del credito bancario. Tutto questo crea non solo disoccupazione e sottoutilizzo delle risorse produttive, ma anche un abbassamento del potenziale economico del paese, dovuto in prima battuta e principalmente al calo degli investimenti.

Premesso che si tratta di ulteriori conferme in merito a quanto siano state scellerate le politiche intraprese in quel periodo, il dubbio che si pone oggi è il seguente: se il potenziale produttivo è inferiore a quanto sarebbe altrimenti stato, attuare politiche espansive della domanda non rischia di essere meno efficace di quanto ci si attende – appunto perché gli spazi di recupero sono meno ampi del previsto, a causa della diminuzione del potenziale ?

Una prima considerazione in merito è che il potenziale a breve termine è una cosa, quello a medio-lungo termine è un’altra. Le aziende hanno a disposizione un’enorme riserva di manodopera inattiva o sottoutilizzata, che può rientrare velocemente in azione se la domanda riparte. La capacità impiantistica invece può essersi in una certa misura contratta, ma ripristinarla non è difficile (anche se è meno immediato) quando i livelli di attività tornano a crescere e (di conseguenza) le aziende riprendono a investire.

Esempio pratico: un’azienda aveva sei linee produttive in un capannone e ne ha disattivate due perché la domanda si è abbassata. Quanto è difficile riportarle a sei ? è solo questione di comprarle e di metterle in funzione. Non lo fai in pochi mesi non perché sia impossibile, ma perché vuoi prima verificare che il recupero di domanda sia permanente. Ma entro un paio d’anni, se la tendenza prosegue, senz’altro sì. E gli investimenti sono un ulteriore fattore di accelerazione della ripresa.

In altri termini, una depressione economica che dura un anno termina con un forte e rapido rimbalzo, una depressione che è durata dieci anni, invece, con un recupero più graduale. Se viene ripristinato un adeguato livello di domanda, l’Italia è in grado di generare crescite del PIL non, evidentemente, del 7% o del 10%, ma sicuramente superiori al 3% annuo per tre o quattro anni in fila. E questi ultimi risultati sono infatti quelli che riteniamo raggiungibili con il progetto Moneta Fiscale.

La crisi del 2008 e le catastrofiche politiche euroausteriche hanno sicuramente ridotto, in questi anni, il potenziale di crescita del PIL italiano. Ma questo non significa che non esista, oggi, un enorme output gap, cioè una fortissima differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale.

A valori costanti 2017, il PIL reale è sceso da 1.816 miliardi nel 2007 a 1.716 nel 2017. Ipotizzando che il livello del 2007 (ultimo anno precrisi) esprimesse la piena capacità dell’economia italiana, il PIL potenziale del 2017 sarebbe arrivato a 2.107 crescendo dell’1,5% annuo (stima che ai tempi era ritenuta ragionevole, e anzi cautelativa). Gli avvenimenti di questa decade hanno sicuramente ridotto il trend di sviluppo potenziale: ma anche stimandolo allo 0,5% (un punto annuo in meno) si arriva, nel 2017, a 1.909.

Gli ordini di grandezza, in sintesi, sono i seguenti: la crisi e le politiche procicliche “prescritte” dalla UE hanno tagliato il potenziale italiano di un paio di centinaia di miliardi, ma ciò nonostante il PIL reale è comunque un altro paio di centinaia al di sotto del potenziale stesso.

Un’indicazione in merito alla plausibilità di queste stime la fornisce il diverso trend delle esportazioni reali italiane rispetto al PIL: +8,7% le prime nel 2007-2017, -5,5% le seconde. Sono circa quattordici punti di differenza, che corrisponde a un ordine di grandezza grosso modo di 240 miliardi. Questo è il maggior PIL che l’Italia genererebbe se la sua domanda interna avesse seguito il trend della produzione rivolta all’estero, cioè ai mercati dove la domanda non è stata artificialmente compressa dagli eventi del 2011-2014.

Iniettando la domanda mancante nell’economia italiana, i margini di recupero, nonostante i danni inflitti al tessuto produttivo dalle catastrofiche azioni “europrescritte”, sono enormi. Questa è la direzione lungo la quale procedere. E la Moneta Fiscale è lo strumento da adottare.