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venerdì 12 ottobre 2018

Riflessioni sul PIL potenziale


Uno scambio di idee con Biagio Bossone mi ha spinto a mettere a fuoco alcune considerazioni in merito a questo articolo di Antonio Fatas. Articolo, peraltro, che riprende temi sviluppati dallo stesso Fatas in un precedente lavoro, elaborato in collaborazione con Larry Summers.

Fatas e Summers argomentano in termini molto convincenti che la reazione prociclica alla crisi dell’Eurozona – in particolare l’austerità attuata da vari paesi, soprattutto tra il 2010 e il 2014 – ha generato un processo di “aspettative autorealizzantesi”. L’errata valutazione dei moltiplicatori fiscali ha condotto ad azioni di consolidamento che hanno abbattuto il PIL molto più del previsto. A sua volta, l’andamento negativo delle economie ha spinto a rivedere al ribasso le stime in merito al PIL potenziale e ai suoi tassi di crescita.

Si è generato in effetti un circolo vizioso in cui l’austerità abbatteva il PIL, la mancanza di crescita creava dubbi sul potenziale di sviluppo delle economie, e la revisione al ribasso del PIL potenziale veniva addotta come giustificazione del rifiuto di abbandonare le politiche di austerità (perché, si sosteneva, gli spazi di recupero, in altri termini la differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale, non erano poi così elevati).

Non si tratta, in effetti, solo di psicologia. Il pessimo andamento dell’economia, in particolare (soprattutto in Italia) tra metà 2011 e inizio 2014, ha prodotto caduta dei redditi, fallimenti aziendali, riduzione della propensione a investire, contrazione del credito bancario. Tutto questo crea non solo disoccupazione e sottoutilizzo delle risorse produttive, ma anche un abbassamento del potenziale economico del paese, dovuto in prima battuta e principalmente al calo degli investimenti.

Premesso che si tratta di ulteriori conferme in merito a quanto siano state scellerate le politiche intraprese in quel periodo, il dubbio che si pone oggi è il seguente: se il potenziale produttivo è inferiore a quanto sarebbe altrimenti stato, attuare politiche espansive della domanda non rischia di essere meno efficace di quanto ci si attende – appunto perché gli spazi di recupero sono meno ampi del previsto, a causa della diminuzione del potenziale ?

Una prima considerazione in merito è che il potenziale a breve termine è una cosa, quello a medio-lungo termine è un’altra. Le aziende hanno a disposizione un’enorme riserva di manodopera inattiva o sottoutilizzata, che può rientrare velocemente in azione se la domanda riparte. La capacità impiantistica invece può essersi in una certa misura contratta, ma ripristinarla non è difficile (anche se è meno immediato) quando i livelli di attività tornano a crescere e (di conseguenza) le aziende riprendono a investire.

Esempio pratico: un’azienda aveva sei linee produttive in un capannone e ne ha disattivate due perché la domanda si è abbassata. Quanto è difficile riportarle a sei ? è solo questione di comprarle e di metterle in funzione. Non lo fai in pochi mesi non perché sia impossibile, ma perché vuoi prima verificare che il recupero di domanda sia permanente. Ma entro un paio d’anni, se la tendenza prosegue, senz’altro sì. E gli investimenti sono un ulteriore fattore di accelerazione della ripresa.

In altri termini, una depressione economica che dura un anno termina con un forte e rapido rimbalzo, una depressione che è durata dieci anni, invece, con un recupero più graduale. Se viene ripristinato un adeguato livello di domanda, l’Italia è in grado di generare crescite del PIL non, evidentemente, del 7% o del 10%, ma sicuramente superiori al 3% annuo per tre o quattro anni in fila. E questi ultimi risultati sono infatti quelli che riteniamo raggiungibili con il progetto Moneta Fiscale.

La crisi del 2008 e le catastrofiche politiche euroausteriche hanno sicuramente ridotto, in questi anni, il potenziale di crescita del PIL italiano. Ma questo non significa che non esista, oggi, un enorme output gap, cioè una fortissima differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale.

A valori costanti 2017, il PIL reale è sceso da 1.816 miliardi nel 2007 a 1.716 nel 2017. Ipotizzando che il livello del 2007 (ultimo anno precrisi) esprimesse la piena capacità dell’economia italiana, il PIL potenziale del 2017 sarebbe arrivato a 2.107 crescendo dell’1,5% annuo (stima che ai tempi era ritenuta ragionevole, e anzi cautelativa). Gli avvenimenti di questa decade hanno sicuramente ridotto il trend di sviluppo potenziale: ma anche stimandolo allo 0,5% (un punto annuo in meno) si arriva, nel 2017, a 1.909.

Gli ordini di grandezza, in sintesi, sono i seguenti: la crisi e le politiche procicliche “prescritte” dalla UE hanno tagliato il potenziale italiano di un paio di centinaia di miliardi, ma ciò nonostante il PIL reale è comunque un altro paio di centinaia al di sotto del potenziale stesso.

Un’indicazione in merito alla plausibilità di queste stime la fornisce il diverso trend delle esportazioni reali italiane rispetto al PIL: +8,7% le prime nel 2007-2017, -5,5% le seconde. Sono circa quattordici punti di differenza, che corrisponde a un ordine di grandezza grosso modo di 240 miliardi. Questo è il maggior PIL che l’Italia genererebbe se la sua domanda interna avesse seguito il trend della produzione rivolta all’estero, cioè ai mercati dove la domanda non è stata artificialmente compressa dagli eventi del 2011-2014.

Iniettando la domanda mancante nell’economia italiana, i margini di recupero, nonostante i danni inflitti al tessuto produttivo dalle catastrofiche azioni “europrescritte”, sono enormi. Questa è la direzione lungo la quale procedere. E la Moneta Fiscale è lo strumento da adottare.


giovedì 9 giugno 2016

Il PIL potenziale dell’Italia



Lorenzo Zanellato mi pone una domanda - quale sia il PIL potenziale italiano - a cui non è facile rispondere in termini precisi. Ma in effetti una risposta molto precisa non è nemmeno indispensabile…

In varie occasioni ho citato una stima di 300 miliardi (abbondanti) di “output gap”, a cui si arriva, sostanzialmente, constatando che il PIL reale 2015 è stato circa 150 miliardi inferiore a quello 2007, e ipotizzando che in condizioni normali si sarebbe conseguita una crescita (già considerata modesta, prima della crisi) dell’1% annuo. L’1% del PIL italiano è 16-17 miliardi circa, quindi grosso modo altri 150 miliardi di ammanco cumulato in otto-nove anni.

La crisi, certo, ha prodotto molte chiusure di aziende, il che implica una riduzione di capacità produttiva, difficile da stimare con precisione. D’altra parte, le aziende buone ci sono ancora tutte - ma lavorano al di sotto del loro potenziale. Esportano più di prima. Fatturano invece meno sul mercato interno perché ALL’INTERNO DEL PAESE circola meno potere d’acquisto. Il fatturato domestico può essere rapidamente recuperato, se si introduce domanda nel sistema economico.

Inoltre, la forza lavoro potenziale, il numero di persone in età lavorativa, non è calato: semplicemente ci sono molti meno occupati. La capacità produttiva è fatta da persone e da strutture. Le prime ci sono ancora tutte e si tratta di rimetterle al lavoro. Le seconde hanno bisogno di un ciclo di investimenti per ripristinare ciò che si è perso: ma sarà l’effetto naturale di una domanda interna in ripresa, e rafforzerà, peraltro, la ripresa stessa.

Del resto l’inflazione a zero, con tendenza a scivolare verso la deflazione, e che comunque non c’è verso di riportare al target BCE del 2%, è la prova che la domanda che circola è comunque, oggi, molto inferiore alle potenzialità produttive del sistema.

E’ chiaro che non si possono recuperare 300 o neanche 150 miliardi di PIL dalla sera alla mattina, e nemmeno in un solo anno, ma quello che va fatto è semplice: introdurre domanda nel sistema economico, continuando ad accelerare l’impulso (emissioni di CCF in graduale ma costante incremento, se utilizziamo il meccanismo CCF) e continuare fino al momento in cui avremo riassorbito gli inoccupati che si sono venuti a creare in questi anni, e finché l’inflazione si sarà riportata intorno al 2%. A quel punto potremo rallentare l’impulso espansivo.

Per esempio se puntiamo a recuperare 150 miliardi in quattro anni, questo equivale a un quadriennio di crescita reale intorno al 3% invece dell’attuale 1%. E la crescita di domanda stimolerà, come si diceva, investimenti, aperture di aziende, e anche parziale rimpatrio di capacità produttiva emigrata all’estero. Tutte cose che alimentano ulteriormente, oltre alla crescita immediata, il potenziale futuro. 

Il potenziale produttivo italiano non è semplice da stimare con precisione, ma di sicuro è molto più alto dell’attuale ! Se vedo una persona alta 1,80 che pesa 40 kg, non ho bisogno di sapere se il suo peso ideale, in condizioni fisiche perfette, è 73, 76, o 80. Quello che è certo è che ORA è sottoalimentata, e gli devo dar da mangiare di più. Gradualmente, ma partendo SUBITO, e con un programma finalizzato a rimetterla in forma il più velocemente possibile…

giovedì 12 maggio 2016

Spaventapasseri venezuelani



“Straw-man argument” o “argomentazione dello spaventapasseri”, definizione: dare l’impressione di controbattere la tesi dell’interlocutore, quando in realtà ci si sta contrapponendo a una tesi diversa, solo superficialmente (in genere, molto superficialmente) simile.

Tipico esempio “come fai a dire che la sovranità monetaria e l’espansione della domanda risolvono qualsiasi problema dell’economia ? non vedi che il Venezuela non riesce più neanche a stampare la carta moneta che gli serve ? carta moneta che vale pressoché zero, del resto ?”

L’espansione della domanda non risolve QUALSIASI problema economico. Risolve un PARTICOLARE, SPECIFICO problema: la disoccupazione massiccia e il sottoutilizzo delle risorse produttive dovuto al fatto che in un sistema economico non circola sufficiente potere d’acquisto, quindi sufficiente domanda, per impiegare a livelli ottimali persone e impianti.

Emettendo moneta e incrementando la domanda, non aumento il POTENZIALE produttivo: ma sono in grado di saturare quello esistente – se attualmente è sottoutilizzato.

Il PIL 2015 italiano è stato, in termini reali, inferiore del 9% a quello del 2007. E’ totalmente assurdo ipotizzare che l’economia italiana non possa produrre ALMENO gli stessi livelli di PIL e di reddito che aveva raggiunto OTTO ANNI prima. Il sistema economico italiano sta operando MOLTO al di sotto delle sue potenzialità.

Al contrario, quando il sistema economico di un paese si fonda anche e principalmente sulla produzione di una materia prima – per esempio il petrolio – e il prezzo di mercato di quella materia prima cala, quel paese – per esempio il Venezuela – subisce una diminuzione di PIL potenziale, che non è risolvibile stampando moneta e sostenendo la domanda.

E se il PIL potenziale annuo di un paese africano è 1.000 dollari pro-capite, stampare moneta non lo eleva a 10.000, 20.000 o 30.000.

Ma se un paese, COME L’ITALIA, ha un PIL effettivo nettamente inferiore al suo potenziale, stampare moneta ed espandere la domanda RISOLVE IL PROBLEMA. Fa ripartire produzione e occupazione, e risolve la crisi.

martedì 4 giugno 2013

CCF: come determinare le quantità da emettere


Per cominciare, alcuni dati.


 
 
PIL a
 
 
Crescita PIL
 
Delta PIL
 
 
prezzi
Crescita
Effetto
potenziale
PIL
potenziale
Differenza
Anno
PIL
2007
reale
prezzi
(*)
potenziale
vs effettivo
cumulata
2007
1.554
1.554
 
 
 
1.554
 
 
2008
1.575
1.535
-1,2%
2,6%
1,5%
1.618
43
43
2009
1.520
1.451
-5,5%
2,1%
1,5%
1.677
157
200
2010
1.553
1.478
1,9%
0,3%
1,5%
1.707
154
355
2011
1.580
1.484
0,4%
1,3%
1,5%
1.755
175
530
2012
1.566
1.450
-2,3%
1,5%
1,5%
1.809
243
773
2013
1.559
1.423
-1,8%
1,4%
1,5%
1.861
302
1.075
(*) Escluso effetto prezzi.
 
 
 
 
 
 

 
Commenti. Depurato per l’effetto prezzi, il PIL 2013 italiano è previsto dall’OCSE a livelli inferiori di quasi il 9% (1.423 contro 1.554) rispetto al 2007.
 
Il PIL potenziale di un paese cresce per effetto dell’accumulazione di capitale produttivo, dei miglioramenti della tecnologia e della crescita demografica. Ipotizziamo che il PIL 2007 sia stato pari al livello potenziale, cioè a una situazione ottimale sotto il profilo dell’occupazione. Anche se per la verità il contesto economico 2007 dell’Italia lo ricordo discreto, non proprio smagliante.
 
Ipotizziamo inoltre che il PIL potenziale in Italia abbia una tendenza a crescere in ragione dell’1,5% annuo medio. E’ un dato inferiore a quelli che circolavano prima della crisi, dove il 2% era già considerato cautelativo.
 
Con queste due ipotesi, si arriva a stimare il PIL italiano potenziale, altrimenti detto il PIL “di piena occupazione”: che non significa disoccupazione zero, bensì un’economia sufficientemente dinamica, in cui trovare lavoro a condizioni decorose e stabili è possibile in modo abbastanza rapido sia per i giovani al primo impiego, sia per chi si trova a cercarne uno in età più matura.
 
Un livello “sano” di attività economica richiede che il PIL effettivo corrisponda al potenziale. La differenza negativa è il cosiddetto “output gap” ed è la perdita di produzione, e quindi di reddito, che il paese subisce a causa dell’incapacità di sfruttare una parte delle sue risorse produttive.
 
L’output gap italiano nel 2013 è di circa 300 miliardi di euro. Stiamo procedendo oltre il 16% sotto le potenzialità della nostra economia.
 
Questo ammanco è stato prodotto essenzialmente da due fenomeni: la crisi finanziaria esplosa, a livello mondiale, nel settembre 2008 con il fallimento Lehman Brothers, e la crisi dell’eurozona la cui data d’inizio può essere situata nel 2009, e che ha investito in pieno l’Italia nel 2011 (impennata del costo del debito pubblico, dimissioni di Berlusconi, governo Monti).
 
Stimare separatamente gli effetti è difficile, o meglio opinabile. Le due crisi si sono sovrapposte – nel 2011 l’output gap dovuto alla crisi Lehman dava segni di attenuazione, ma ancora molto parziali. D’altra parte le differenze di competitività tra Germania e Italia, tra Nord e Sud Europa, si stavano accumulando e stavano frenando il recupero italiano sicuramente da prima delle manovre di austerità (iniziate a metà 2011).
 
Con tutti i limiti e le approssimazioni del caso, suggerisco comunque di etichettare sotto la voce “Crisi Lehman” l’output gap complessivo rilevato nel 2008, 2009, 2010 e metà 2011. E sotto la voce “Eurocrisi” l’altra meta 2011, il 2012 e il 2013.
 
Fanno impressione, in ogni caso, le cifre totali. In sei anni, l’Italia subisce una perdita di PIL, quindi di reddito della collettività nazionale, di 1.075 miliardi di euro, di cui 443 attribuibili alla Crisi Lehman e 632 all’Eurocrisi.
 
E la devastazione economica non finisce certo con il 2013. Nemmeno si attenua, se le politiche adottate in Italia e in Europa proseguiranno per inerzia, secondo le linee attuali.
 
Bene, applichiamo a questi dati il progetto Certificati di Credito Fiscale per ottenere la chiave di soluzione di questo pesantissimo contesto. Stime recenti elaborate e / o utilizzate da economisti di grande prestigio e notorietà (Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale; Paul Krugman, premio Nobel 2008) stimano intorno a 1,3 il cosidetto “moltiplicatore keynesiano”.
 
Questo equivale a dire che un insieme di politiche attive di sostegno della domanda, in situazione di PIL inferiore a quello potenziale, produce un recupero di produzione e reddito pari a 1,3 volte circa il loro importo.
 
Dato un output gap di 302 miliardi di euro, per riportare l’economia italiana al suo potenziale vanno quindi emessi, su base annua, CCF per un importo di 302 / 1,3 = 232 miliardi. Nelle prime formulazioni del progetto avevo parlato di 150 miliardi, successivamente incrementati a 200. La cifra lievita essenzialmente per una ragione: il tempo passa, il PIL effettivo italiano continua a scendere e l’output gap ad aumentare.
 
Oltre a colmare il gap di domanda e di capacità di spesa, dobbiamo però essere ragionevolmente certi che questa immissione di strumenti monetari non produca un peggioramento della bilancia commerciale italiana. Altrimenti l’effetto positivo sul PIL sarebbe in parte eroso dall’aumento del deficit commerciale, e riprenderebbe ad accumularsi debito verso l’estero.
 
Per ottenere questo effetto, il progetto CCF prevede che una parte significativa delle emissioni di CCF vada alle aziende private, per ridurre la tassazione effettiva del lavoro che grava su di esse e riportare la competitività (costo del lavoro per unità di prodotto) a livelli Nord Europei.
 
L’attuale deficit di competitività è stimato nel 20% circa, mentre i costi di lavoro annui lordi delle aziende private italiane sono previsti in 466 miliardi di euro. La quota di CCF ad esse destinate dovrebbe essere quindi all’incirca pari a 466 x 20% = 93 miliardi.
 
Non sono previste assegnazioni di CCF al datore di lavoro pubblico. In primo luogo si tratterebbe di una partita di giro (moneta statale assegnata allo Stato medesimo). Inoltre l’amministrazione pubblica eroga servizi che, salvo eccezioni complessivamente di poco conto, non sono destinati all’export né competono con le importazioni: sanità, pubblica istruzione, ordine pubblico, giustizia, difesa, territorio.
 
Restano 232 – 93 = 139 miliardi annui utilizzabili per altre forme di sostegno dei redditi e della domanda:

Integrazione di reddito di TUTTI i lavoratori (dipendenti pubblici, dipendenti privati e autonomi).
Sostegno ai redditi delle categorie disagiate e più colpite dalla crisi.
Miglioramento / reintegro di spesa sociale.
Accelerazione dei pagamenti a fornitori della pubblica amministrazione.