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lunedì 1 novembre 2021

Una soluzione per MPS

Le trattative con Unicredit per l’acquisto di MPS si sono arenate, pare a causa della esosissima, spudorata e quindi inaccettabile dote richiesta dal presunto compratore.

La mia soluzione favorita sarebbe lasciare MPS in mano pubblica. Ma non è possibile, perché la UE considera “turbativa della concorrenza e del libero mercato” la presenza di istituti di credito a controllo statale.

En passant, ricordo che larghissima parte del sistema bancario tedesco è di proprietà pubblica. Ma si sa, nella UE ci sono figli, figliastri, cugini di quarto grado e figli della serva.

Bene, come fare allora per privatizzare MPS ? essere forzati a cedere a qualsiasi costo entro una data prefissata mette ovviamente il venditore con le spalle al muro e trasforma qualsiasi negoziato in una svendita.

Propongo questa soluzione: lo Stato azzera il capitale e inietta nella banca qualche miliardo (3 o 4, meno di metà della dote che a quanto pare chiedeva Unicredit).

Poi suddivide il capitale così ricostituito in 60 milioni di azioni, e REGALA un’azione ad ogni cittadino italiano. Donne e uomini, vecchi e bambini, poveri e ricchi, vaccinati e non vaccinati.

MPS rimane quotata in borsa, e ognuno è libero di vendere le sue azioni a chi gli pare – o di tenersele.

MPS risulterebbe automaticamente privatizzata, con un azionariato estremamente diffuso. Scommettiamo che le azioni avrebbero un valore di mercato non trascurabile ? e non mi stupirebbe che poi un compratore, disposto a lanciare un’OPA per acquistare la banca, emerga in tempi anche rapidi.

Il costo per le finanze pubbliche sarebbe decisamente inferiore. E come contropartita ogni cittadino si ritroverebbe un’azione che magari potrebbe valere 50 o 100 euro. Forse, nel tempo, anche parecchio di più.

Mi pare una soluzione semplice e logica. Non richiede di coinvolgere megaconsulenti finanziari e di pagare commissioni milionarie. Non si presta a giochi a favore dell’istituzione di passaggio, dell’amico degli amici di turno.

Quindi non se ne farà nulla.

 

domenica 1 gennaio 2017

Quanti soldi servono per le banche ?

L’anno si è appena concluso con il tormentone MPS in pieno svolgimento, e la vicenda ci accompagnerà, sicuramente, per svariati mesi anche nel corso del 2017.

E’ un tema importante già di suo, ma diventa ancora più critico in quanto riflette una situazione problematica che coinvolge, a vari livelli d’intensità, molti altri istituti di credito italiani (e non solo, per la verità).

In questi giorni sto leggendo vari commenti che invocano soluzioni di ampia portata, per risolvere il problema “una volta per tutte”. L’idea sarebbe una forte azione di ricapitalizzazione e di pulizia dei crediti deteriorati, che metta in campo “quanto serve” perché il sistema bancario si lasci alle spalle la situazione attuale.

Ci sono un paio di problemi su cui riflettere, riguardo a questo approccio.

Il primo è che la stima delle esigenze di ricapitalizzazione è aleatoria, anche semplicemente riferendola, in modo statico, alla situazione attuale. Non esiste un mercato dei crediti deteriorati sufficientemente ampio e liquido da fornire indicazioni attendibili in merito ai valori di cessione delle posizioni in sofferenza.

In più, i “crediti deteriorati” lo sono in misura differente da caso a caso. Alcuni lo sono parecchio, e sono cedibili, o recuperabili, solo a una frazione minima del loro valore facciale. Altri sono meno problematici. Alcuni sono assistiti da garanzie reali o personali, altri no. Riguardo alle garanzie vanno stimati  - ed è molto difficile - tempi e valori di realizzo.

Sui fabbisogni di capitale delle aziende di credito italiane circolano quindi stime disomogenee e francamente ben poco affidabili. Il governo ha stanziato 20 miliardi. Altre fonti ne ritengono invece necessari 30, 40, 60. Il solo intervento su MPS è stato proposto per 5 miliardi, il giorno dopo la BCE è uscita con un’ipotesi di 8,8, per poi far sapere nei giorni successivi che era un valore riferito a “condizioni di particolare stress” e non necessariamente una richiesta di maggior intervento.

Ma a rendere ancora più confuso, e di parecchio, il quadro, la valutazione non può essere condotta in termini statici. Il sistema bancario italiano è paragonabile a un natante che ha imbarcato acqua. Abbiamo a disposizione un secchio per svuotarlo. Quando ci mettiamo ? due ore, quattro, sei ? stiamo a contare le secchiate necessarie ?

La risposta è che una stima si può effettuare se il natante smette di imbarcare acqua. E in quel caso stabilire in anticipo quanto tempo ci si mette a svuotare magari non è neanche così importante. Si dà dentro col secchio, e prima o poi si svuota.

Ma se non chiudo prima le falle ?

Le falle del sistema bancario italiano sono un'economia depressa da otto anni, che continua a non mostrare alcuna ripresa degna di questo nome perché ci si ostina a non immettere nel sistema il maggior livello di domanda che lo farebbe ripartire.

In queste condizioni, le secchiate d’acqua necessarie potrebbero benissimo essere infinite. La barca non si svuota mai. I crediti deteriorati vengono svalutati e ceduti, ma subito dopo si scopre che se ne sono formati altri.

L’intervento sulle banche può essere risolutivo se, e solo se, contemporaneamente si mette in atto un’azione di rilancio di domanda, PIL e occupazione. Di cui non si sta parlando. E il timore, anzi, è che invece, in ulteriore ossequio alle catastrofiche prescrizioni UE, il governo attui azioni “compensative” – tasse in più e tagli di spesa pubblica. Azioni che, se si effettuano, non compenseranno nulla: al contrario accelereranno la riformazione delle falle.

I problemi delle banche italiane sono un “di cui” del tema più generale: la diagnosi sbagliata della crisi economica italiana. Un problema di carenza di domanda, indotto dai difetti congeniti dell’eurosistema.

Le leve d'azione ci sono. Ma si continua a non prenderle in considerazione.

martedì 13 dicembre 2016

Moneta Fiscale, banche e rilancio dell’economia

Appena insediato, il governo Gentiloni si trova sul tavolo il dossier MPS, che in effetti è un “di cui” di un problema più ampio – i fabbisogni di capitale del sistema bancario italiano.

Il tema MPS è il più imminente, ma nei prossimi mesi dovrà essere varato il riassetto di Unicredit – in situazione meno critica, ma con dimensioni e necessità di intervento potenzialmente maggiori. E rimane irrisolto il destino delle quattro banche – Etruria, Marche, Carife e Carichieti - su cui si è intervenuti a fine 2015.

Il fabbisogno complessivo potrebbe aggirarsi intorno a un massimo di 30 miliardi. Se non andranno in porto le soluzioni di mercato su cui si sta (con molta fatica) lavorando, sarà necessario un intervento pubblico. Gli accordi necessari con la UE probabilmente verranno trovati: è di interesse generale che non si inneschi una crisi sistemica.

E’ tuttavia fondamentale attuare interventi che non creino effetti depressivi sull’economia. Diversamente, la ripatrimonializzazione delle banche diventerebbe un “cerotto” di breve termine. In poco tempo, probabilmente non molto più di un anno, i portafogli crediti delle banche riprenderebbero a deteriorarsi e a riportare incagli e sofferenze a livelli di allarme.

Occorre in primo luogo evitare il bail-in di correntisti e depositanti. Ed impedire che gli obbligazionisti subiscano perdite ulteriori rispetto a quelle espresse dai valori di mercato correnti. In pratica, evitare che ampi segmenti di risparmiatori subiscano un depauperamento patrimoniale.

Ma è anche indispensabile che, a fronte dell’intervento pubblico, non siano varate azioni fiscali restrittive per “rientrare”, in parte o totalmente, dall’impegno finanziario. Al contrario, tamponare i problemi delle banche ha senso se contemporaneamente l’economia italiana “gira l’angolo” e si immette, finalmente, in un percorso di crescita. Il che è ottenibile solo rilanciando domanda, PIL e occupazione.

Lo strumento utilizzabile per raggiungere questi obiettivi è la cosiddetta Moneta Fiscale (MF): titoli che danno diritto a beneficiare di riduzioni d’imposta futuri (per esempio, a partire da due anni dopo la loro emissione).

La MF permette di abbinare la ricapitalizzazione del sistema bancario con il rilancio dell’economia, secondo varie modalità. Ad esempio:

UNO, lo Stato effettua una serie di interventi sulle banche per complessivi massimi 30 miliardi, e contemporaneamente emette MF nell’ambito di un programma che ne vale altrettanti su base annua. La MF è assegnata gratuitamente per una varietà di fini: sostegno ai redditi dei lavoratori, interventi di spesa sociale, riduzione del cuneo fiscale delle aziende, cofinanziamento di investimenti pubblici, ecc. Si verifica una rapida ripartenza di potere d’acquisto (perché la MF ha valore fin dal momento dell’emissione, incorporando un diritto futuro certo), domanda, occupazione e PIL. Cresce il gettito fiscale. Nel giro di un paio d’anni, la ripresa economica compensa l’impiego della MF per beneficiare di sconti fiscali (quando diventerà utilizzabile). E le quote che lo Stato ha acquisito a seguito dell’intervento nelle banche saranno ricollocabili, probabilmente senza perdite o addirittura con la possibilità di un utile, grazie al recupero di valore che si assocerà alla ripresa.

DUE, lo stesso schema può essere applicato con la variante che lo Stato non mette soldi nelle banche ma garantisce un valore minimo (una put option, in pratica) per l’investimento, che viene invece effettuato da operatori di mercato. La ripresa dell’economia rende plausibile che la put option non sarà, in pratica, esercitata.

TRE, lo Stato ricapitalizza le banche comprando obbligazioni dagli attuali detentori, a un valore che non li penalizza rispetto alle quotazioni correnti, e li paga con MF. Converte poi le obbligazioni in capitale. Contemporaneamente effettua azioni di rilancio della domanda come descritto al punto UNO.

Questi schemi d’azione (utilizzabili anche in combinazione) limitano o evitano totalmente l’incremento del debito pubblico e consentono, finalmente, il rilancio dell’economia e la riduzione, progressiva e costante, del rapporto debito / PIL.

In generale, l’intervento pubblico a sostegno di un sistema bancario in situazione problematica non deve necessariamente essere oneroso per il contribuente. Ma per ottenere questo risultato è indispensabile che si associ a interventi espansivi su domanda, occupazione e PIL. E’ quanto si è constatato negli USA post-crisi Lehman, ma anche in episodi passati quali la soluzione della crisi bancaria svedese dei primi anni Novanta.

Se invece si pretendesse di “compensare” l’impegno finanziario statale sulle banche con azioni fiscali restrittive, il risultato sarebbe di stroncare la debolissima crescita che l’Italia sta oggi faticosamente conseguendo, di ricreare a breve termine problemi di insolvenze e sottopatrimonializzazione nelle banche, e di “bruciare” il valore dell’investimento pubblico.

domenica 9 ottobre 2016

Deutsche Bank (e MPS ?) verso la zombificazione ?

Il più noto istituto di credito tedesco, Deutsche Bank, vive da anni una situazione di grave incertezza, che ultimamente non ha fatto di aggravarsi. L’enorme portafoglio di posizioni in derivati finanziari è un fattore di rischio di cui è praticamente impossibile valutare l’effettiva dimensione. Ed è in corso un contenzioso con le autorità USA per ridurre una sanzione di 14 miliardi di dollari connessa a finanziamenti immobiliari ad alto profilo di rischio (subprime). La riduzione ci sarà, ma la sanzione resterà pari a svariati miliardi.

Il rischio d’insolvenza di DB è concreto, e per evitarlo si parla di possibili azioni, tutte però politicamente rischiosissime per il governo di Angela Merkel. Si fa molta fatica a capire come potrebbe essere giustificata, di fronte all’opinione pubblica tedesca, una ricapitalizzazione con fondi pubblici, o l’applicazione del bail-in agli obbligazionisti e magari anche ai depositanti. Ma lo stesso vale per l’eventuale richiesta di linee di credito speciali alla BCE – il famigerato Emergency Liquidity Assistance (ELA) di cui si è parlato tanto nei primi mesi del 2015, con riferimento alla Grecia.

Difficile immaginare la Germania che mette soldi pubblici in DB (violando peraltro le normative UE) o falcidia i risparmiatori. Ma anche la prospettiva della prima banca tedesca (prima in passato per dimensione e redditività, oggi ancora prima per notorietà, quantomeno) attaccata al tubo dell’ossigeno BCE per un periodo di tempo indefinito è difficile da concepire.

Esiste però almeno un’altra possibilità: la zombificazione. Nessuna iniezione di fondi di Stato, nessun bail-in, nessuna richiesta di ELA. Ma, in maniera poco visibile e soprattutto facendo il minimo di rumore a livello di opinione pubblica, vengono lasciati aperti una serie di canali di rifinanziamento BCE. Rifinanziamenti a fronte di garanzie (titoli e attività) di qualità dubbia, e senza guardare per il sottile riguardo alla loro (non) aderenza alle regolamentazioni.

Tutto questo nella misura necessaria a far sì che non si verifichino insolvenze sul rimborso di obbligazioni o depositi, e non s’inneschi quindi una crisi generalizzata di fiducia – evitando quindi corse agli sportelli fisiche, o virtuali.

La conseguenza è che DB si trasformerebbe, con ogni probabilità, in una sorta di banca zombie: ridurrebbe al lumicino l’assunzione di nuovi rischi e abbasserebbe progressivamente gli impieghi – “autocongelandosi”, in pratica. Ma senza attuare operazioni straordinarie di grande visibilità, ed evitando insolvenze.

Non è la soluzione del problema, ma la sua “sospensione”, buttando il barattolo in avanti. Che poi è il modo tipico in cui la UE affronta i problemi economico-finanziari (nonché la ragione per cui non ne risolve mai uno).

Lo stesso modello potrebbe essere applicato a MPS (se non si riuscirà a varare il pacchetto aumento di capitale + cessione di crediti problematici, su cui si sta molto faticosamente lavorando). E magari tra non moltissimi mesi a qualche altro istituto, magari tedesco (Commerzbank ?), magari italiano (Unicredit ?)


Dovessi scommettere, punterei sullo scenario “zombificazione”. 

domenica 4 settembre 2016

Banche, “facciamo come la Spagna” ? un attimo…

I problemi del sistema bancario italiano sono, durante il mese di agosto, momentaneamente passati in secondo piano, ma non c’è dubbio che stiano per tornare sotto i riflettori, in particolare con riferimento alla complessa situazione di Monte dei Paschi di Siena.

E’ stata annunciata un’articolata operazione che, con il coinvolgimento di JP Morgan e di Mediobanca, dovrebbe imperniarsi su una combinazione di aumento di capitale e di cessione di crediti deteriorati. Ma non sono chiari né data, né importi, né forme di coinvolgimento (bail-in ?) degli obbligazionisti subordinati (solo istituzionali, o anche investitori individuali ?).

In altri termini non è chiaro nulla, se non che un’operazione andrà fatta.

Periodicamente, qualche opinionista cita la possibilità di un intervento effettuato utilizzando i fondi UE – vedi qui, pochi giorni fa, Luigi Zingales. E un’argomentazione ricorrente è che non bisogna impressionarsi per l’immagine negativa che trasmetterebbe il ricorso a sostegni esterni. In fondo la Spagna l’ha fatto nel 2012, e i problemi del sistema bancario sono stati – almeno pare – risolti.

Continua a sfuggire, tuttavia, che la Spagna ha “svoltato l’angolo” perché l’economia dopo il 2012 ha cominciato a produrre decorosi tassi di crescita – che in Italia continuano a non vedersi. E a cominciato a produrli per un motivo molto semplice: non ha fatto austerità ai livelli imposti all’Italia, tra fine 2011 e 2012, dal governo Monti. Ha mantenuto il rapporto deficit pubblico / PIL al 9% medio per tre anni consecutivi, poi ha lasciato che si riducesse gradualmente grazie alla ripresa – ma comunque è tuttora sopra il 5%.

Inoltre la Spagna, nonostante avesse concordato con la commissione UE livelli di deficit ben più alti dei nostri, li ha anche sforati, senza che poi la commissione avesse il coraggio di imporre sanzioni.

Le riflessioni da fare, mi sembra, sono due. In primo luogo ricapitalizzare le banche è una “pezza” che si mette su una situazione traballante: ma il risanamento lo fa il riavvio della crescita. Altrimenti i crediti deteriorati – che nell’immediato vengono “tamponati” grazie agli interventi esterni – ricominciano a formarsi, e dopo poco tempo si ritorna alla situazione originaria (o peggio).

L’altra riflessione è che la Spagna si trova oggi in una situazione tutt’altro che ottimale (vedi la disoccupazione ancora altissima) ma viaggia su un trend sicuramente migliore dell’Italia, per una ragione fondamentale: ha abbracciato l’austerità molto a parole, e molto meno a fatti. Non ha contestato in linea di principio le prescrizioni UE, ma ha fatto molta, molta melina nell’applicarle (un po’ quello che intendeva fare Berlusconi, più o meno…) rispetto a quanto è avvenuto qui – da Monti in poi.

Un corollario è che le prescrizioni UE non sono affatto vincolanti come da noi la stampa filogovernativa di solito racconta. Almeno in parte, sono la giustificazione per fare qualcosa che le autorità italiane hanno deciso di fare, scaricandone (“ce lo chiede l’Europa”) la responsabilità sulla UE (che ha il torto, beninteso, di prestarsi al gioco).

Tornando alle banche: il “tampone” per MPS si troverà, perché nessuno si può permettere una deflagrazione. Ma la soluzione dei problemi dell’Eurosistema (di cui, in Italia, la situazione del sistema bancario è una conseguenza, non la causa) passano sempre e comunque dall’adozione di forti politiche di rilancio della domanda.

Invocare l’intervento UE scordando quest’ultimo “dettaglio” porta - parecchio - fuori strada, a mio modesto avviso…


lunedì 8 agosto 2016

Ricatto MPS sul referendum costituzionale? non credo


Negli ultimi giorni ho letto alcuni commenti incentrati sulla tempistica con cui dovrebbe aver luogo l’(ennesimo) salvataggio di Monte dei Paschi di Siena.

I dettagli sono tuttora alquanto nebulosi. Si parla di un’operazione - coordinata da JP Morgan, e con un ruolo importante di Mediobanca - che prevederà un aumento di capitale di MPS per un ammontare dell’ordine di 5 miliardi, e, contestualmente, la cessione di una decina di miliardi di NPL, per un valore pari a circa un terzo del facciale.

L’operazione ha ricevuto l’approvazione della BCE e delle autorità di vigilanza dell’Eurosistema, il che dovrebbe corrispondere a un’attestazione di fiducia nella sua adeguatezza a sanare la situazione patrimoniale della banca senese - unico istituto italiano che ha ricevuto una valutazione negativa in conseguenza degli “stress test” resi noti a fine luglio scorso.

Lascia perplessi, indubbiamente, che si sia approvato un piano i cui elementi chiave sono tuttora così vaghi: primo fra tutti, non si capisce se le istituzioni finanziarie che lo organizzano garantiscano effettivamente il successo dell’operazione.

I commenti sulla tempistica che menzionavo sopra, comunque, riguardano il fatto che l’operazione non si dovrebbe perfezionare prima di dicembre 2016. La data interagisce in qualche modo con il referendum sulle riforme costituzionali, che si dovrebbe tenere poco prima, probabilmente a novembre. L’operazione MPS secondo alcuni dovrebbe pendere come una sorta di spada di Damocle sull’esito del referendum.

Magari mi sfugge qualcosa, ma mi pare un’ipotesi infondata. In primo luogo, il tema è troppo tecnico per influenzare un segmento sufficientemente ampio della pubblica opinione e dell’elettorato.

Inoltre, non vedo come la cosa potrebbe in pratica funzionare. Se il referendum si svolge in condizioni di mercato turbolento perché ci sono dubbi sul successo del salvataggio, questo è un fattore negativo per il governo in carica, che del referendum è il proponente nonché, ovviamente, il principale sostenitore.

Bisognerebbe immaginare quindi una situazione in cui la borsa è agitata, ci sono dubbi sul successo dell’operazione MPS, e i sostenitori del sì riescono a convincere l’opinione pubblica che il referendum e le riforme costituzionali devono passare per “calmare i mercati”. Mi sembra che sia molto più probabile il contrario: le turbolenze finanziarie casomai diminuirebbero la fiducia nei confronti del governo Renzi e delle sue proposte di riforma.

Non credo quindi che il tema MPS sia strumentalizzabile a favore del sì al referendum. Casomai ha senso pensare che, al contrario, la data posteriore al referendum (per l’operazione di “salvataggio”) sia stata programmata per evitare che un eventuale insuccesso affondi totalmente il fronte del sì.

Quindi, se c’è una interrelazione tra le date, il governo Renzi non sta giocando all’attacco (“votate sì perché altrimenti MPS, e di conseguenza il sistema bancario, sono a rischio”) ma casomai in difesa (il referendum facciamolo prima per evitare che le ipotetiche turbolenze abbattano il consenso). Se c’è un nesso tra tempistica del salvataggio e tempistica del referendum, questo mi sembra l’unico possibile.