Accolgo con
piacere l’invito degli amici di www.getup-italia.org
a “dire la mia” sulla questione euro.
Getup-italia si
definisce come un “convivio di persone unite da una comune visione”: “meritocratica,
liberale, laica, europeistica e privatistica”.
Comincio con il soffermarmi
sulla qualifica di “liberale”. E’ una definizione che ben volentieri
attribuisco anche a me stesso. Ma è importante chiarirne il contenuto.
Liberale è, a
mio modesto avviso, chi ritiene che i singoli individui abbiano il diritto di
esprimere le proprie potenzialità e di perseguire le proprie finalità, purché
questo diritto non interferisca con quello, analogo, che deve essere garantito
ad ogni altro singolo membro di una comunità.
Ne consegue che
lo stato deve svolgere un ruolo sussidiario: deve esistere e funzionare, per
raggiungere le finalità che i singoli individui, da soli o raggruppati in
organizzazioni volontarie, non potrebbero efficacemente perseguire.
In questo senso,
siamo liberali tutti, salvo i pochi che perseguono modelli politici di anarchia
pura o di totalitarismo assoluto.
Il punto è
intendersi su che cosa si intenda per “finalità che i singoli individui… non
potrebbero efficacemente perseguire”. Qui c’è spazio per opinioni differenti,
che non possono tuttavia prescindere da analisi tecnicamente ben fondate.
A me pare
incontestabile che una società moderna ed efficiente debba porsi l’obiettivo di
impiegare al meglio le sue risorse produttive, tecniche e umane. Per
massimizzare il benessere materiale della collettività, ma – anche e
soprattutto – per evitare la gravissima piaga sociale della disoccupazione di
lungo termine.
L’opera di
grandi economisti del passato, primo fra tutti il LIBERALE John Maynard Keynes,
e gli eventi che hanno caratterizzato l’economia mondiale negli ultimi anni,
offrono chiarissime indicazioni in merito al fatto che una crisi finanziaria
come quella del 1929 o come quella del 2008 produce pesanti strascichi in
termini di caduta di reddito, incremento della disoccupazione, debiti
problematici o inesigibili che gravano su aziende e individui, clima
generalizzato di pessimismo.
In queste
condizioni, non si verifica un riequilibrio naturale che faccia uscire l’economia
dalle sue condizioni depresse in tempi ragionevolmente brevi per effetto del
libero operare delle forze di mercato. La depressione economica dura, al
contrario, molti anni, a meno che lo stato non intervenga con un’azione
anticiclica: che significa rimettere potere d’acquisto in circolazione nell’economia
reale, mediante incremento di spesa pubblica, riduzione del carico fiscale o
una combinazione delle due cose.
Che cosa c’entra
tutto questo con l’euro ? in senso stretto, il problema non è (solo) la moneta
unica, ma l’interpretazione errata della crisi adottata dalle autorità di
governo economico dell’Eurozona.
E’ pressoché
inevitabile che, se diciotto nazioni condividono la stessa moneta, le dinamiche
inflazionistiche e l’andamento dei costi di lavoro per unità di prodotto non
siano identici. La moneta, in un sistema rigido come l’attuale Eurozona,
risulterà troppo forte per alcuni e troppo debole per altri.
Dopo la crisi
del 2008, azioni di sostegno della domanda sono state intraprese, nell’Eurozona
così come nelle altre economie mondiali. Ma nel momento in cui l’economia di
maggiori dimensioni – la Germania – aveva recuperato gli effetti della crisi,
la preoccupazione si è spostata dal recupero dell’occupazione (che nel resto
dell’Eurozona ancora non aveva avuto luogo) al dubbio che i paesi meno
efficienti, che negli anni precedenti avevano accumulato deficit commerciali,
non sarebbero stati in grado di ripagare i debiti contratti.
In un regime di
monete nazionali e cambi flessibili, il riallineamento valutario agisce da
ammortizzatore di questi scompensi. Le autorità di governo economico dell’Eurozona
hanno invece preteso di compensare questi disallineamenti imponendo un pesante
regime di austerità e di deflazione salariale ai paesi periferici dell’unione
monetaria europea: un’azione prociclica, proprio in un contesto che richiedeva
– al contrario – il proseguimento di azioni anticicliche. Si è così prodotta una
depressione economica peggiore di quella sperimentata negli anni Trenta.
In un recente articolo, Simone Paoli commentava che “i no euro comunicano decisamente
meglio”. Indubbiamente alcuni di loro sono abili divulgatori, ma li aiuta
enormemente il fatto che i “sì euro”, intestardendosi a difendere le politiche
imposte all’Eurozona dall’asse Bruxelles – Francoforte – Berlino soprattutto dal
2011 a oggi, sono gli avvocati di una causa strapersa sul piano teorico,
tecnico e pratico.
In realtà ai “sì
euro” è rimasta una sola argomentazione di una qualche solidità: il fatto che
“rompere” l’attuale sistema monetario è complicato e pericoloso. Si rischiano
turbolenze nel sistema bancario e finanziario, contenziosi e cause legali,
effetti di cambio difficili da prevedere e gestire.
Personalmente,
sono impegnato da più di un anno a elaborare e a divulgare un progetto di
riforma del sistema monetario europeo che eviti la “deflagrazione” della moneta
unica, ma che nello stesso tempo permetta ad ogni singolo stato membro di ripristinare i livelli di domanda
necessari a riassorbire tutta la disoccupazione prodotta dalla crisi, di mantenere
saldi commerciali esteri equilibrati e di finanziare questi interventi senza
che nessuno stato debba far ricorso a indebitamento erogato da istituzioni
private e/o straniere.
La riforma si
incentra su uno strumento, i Certificati di Credito Fiscale, che ogni paese può
introdurre in quantità e con caratteristiche attagliate alle specifiche
circostanze. E’ uno strumento monetario (non è un titolo di debito) che lo
stato emittente accetta in pagamento di imposte e qualsiasi obbligazione
finanziaria futura nei suoi confronti. Non è peraltro necessario introdurlo
sotto forma di banconote e monete metalliche, né tantomeno convertire
forzatamente contratti e rapporti giuridico-finanziari attualmente espressi in
euro.
L’introduzione
dei Certificati di Credito Fiscale permette, ai vari stati dell’Eurozona oggi
in difficoltà, di avviare una forte ripresa delle loro economie e nello stesso
tempo di ridurre fortemente i debiti pubblici denominati in euro, e i deficit
statali intesi come saldo tra spese e incassi, sempre espressi in euro.
E’ quindi
possibile risollevare fortemente il PIL dei vari paesi, riassorbire la
disoccupazione prodotta dalla crisi e nello stesso tempo risanare le finanze
pubbliche.
Ho denominato
questo progetto “Riforma Morbida” perché rivede completamente tutte le linee di
gestione macroeconomica dell’attuale eurosistema, risolvendo le attuali,
gravissime disfunzionalità della moneta unica europea, senza tuttavia generare i rischi e le complicazioni connesse a una sua “rottura”.
L’alternativa
”euro sì – euro no” è mal posta. Oggi abbiamo un sistema economico-monetario
che non funziona. Occorre riformarlo: ed è possibile farlo, avviando la
soluzione della crisi economica ed evitando effetti collaterali pericolosi.
Questo deve
diventare il punto focale del dibattito.
Marco Cattaneo
(1962) gestisce fondi e rappresenta primari investitori internazionali
nell’effettuazione di operazioni di private equity, principalmente rivolte ad
aziende imprenditoriali italiane di dimensioni comprese tra i 10 e i 50 milioni
di euro.
Gestisce il blog
http://bastaconleurocrisi.blogspot.it/
Ha pubblicato
nel marzo 2014 il libro:
“La soluzione
per l’euro: 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana”
Marco Cattaneo / Giovanni Zibordi – Hoepli Editore