In un recente post, avevo manifestato grande apprezzamento per il testo di Mitchell, Wray e
Watts sulla MMT, accennando però anche al fatto che non mi trovavo in totale
sintonia – o quantomeno, non ritenevo del tutto chiara – la loro trattazione
dell’origine dei fenomeni inflattivi. Torno qui sull’argomento.
Gli autori parlano
frequentemente, nel testo, di “inflazione da costi”, soprattutto con
riferimento alle crisi petrolifere degli anni Settanta. Introducono anche una
distinzione tra questo fenomeno e l’”inflazione da domanda” senza chiarirla del
tutto, e accennando (ma senza approfondire) al fatto che i due fenomeni non
possono essere completamente separati.
Penso che il tutto
possa essere meglio chiarito come segue.
L’inflazione,
intesa come una tendenza forte e persistente all’aumento del livello medio dei
prezzi, è sempre provocata da un
eccesso di potere d’acquisto in circolazione nell’economia, rispetto alla
capacità del sistema economico di produrre reddito. In sintesi, dalla domanda
che eccede l’offerta.
La cosiddetta
inflazione da domanda nasce quando, a causa per esempio di un eccesso di spesa
da parte del settore pubblico, la richiesta di beni e servizi cresce troppo
velocemente rispetto alla capacità del sistema economico di produrli.
La cosiddetta
inflazione da costi proviene anch’essa da uno squilibrio domanda-offerta: ma in
questo caso è la crescita del costo di determinati input produttivi – esempio
classico, appunto, il petrolio negli anni Settanta – che abbassa la capacità di
produrre reddito. Con il risultato che anche a domanda invariata, la capacità
di spesa del sistema economico si trova ad essere eccedente rispetto al reddito
potenziale.
Su scala più
accentuata, del resto, anche i citatissimi (a sproposito) fenomeni di
iperinflazione (Weimar, Zimbabwe, Venezuela) sono nati a seguito di crolli
della capacità produttiva e quindi del reddito potenziale, provocati, in questo
caso, da turbolenze politiche.
La caduta del
reddito potenziale deve necessariamente generare inflazione ? in teoria no, se
i policymakers reagiscono togliendo
potere d’acquisto dal sistema economico: riducendo la spesa pubblica in valore
nominale, alzando le tasse, alzando i tassi d’interesse, ecc.
Ma un’azione di
questo tipo avrebbe conseguenze disastrose, perché aziende e famiglie
subirebbero un calo dei loro redditi nominali (oltre che reali) a fronte di
impegni invariati per pagamenti di debiti, mutui, affitti e contratti di varia
natura.
Ne seguirebbe una
pesantissima catena di default e
dissesti.
In pratica, una
caduta del reddito potenziale finisce quindi per accompagnarsi a una salita
dell’inflazione.
Negli anni
Settanta tutti i paesi economicamente più sviluppati hanno visto l’inflazione
salire, per periodi più o meno lunghi, a livelli intorno al 10% o anche al 20%.
Non c’era altra strada per evitare che la seria recessione economica prodotta
dagli oil shocks degenerasse in una
gravissima depressione.
Quando si
distingue tra inflazione da costi e inflazione da domanda si fa quindi
riferimento all’origine dello
squilibrio tra capacità di spesa e reddito potenziale – tra domanda e offerta.
Ma l’inflazione si verifica sempre a
seguito di un eccesso di domanda rispetto all’offerta. E non è certo sorprendente
che sia così.