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domenica 10 luglio 2022

Risparmio privato e investimenti

Ogni tanto penso (e non vorrei che mi fosse imputato di assumere atteggiamenti elitari…) che prima di commentare dati e fatti economici occorrerebbe che chi parla dimostrasse di aver sostenuto un esame di contabilità nazionale, o quantomeno (o forse meglio ancora) di ragioneria e partita doppia.

Per carità, elitario mai. Tutti hanno diritto di parola e di opinione.

Però debunkare alcuni ragionamenti apparentemente sensati, ma in realtà sconnessi dalla realtà, è un esercizio utile, anzi doveroso.

Ad esempio, un classico è l’affermazione che “l’Italia ha un enorme risparmio privato ma viene utilizzato per alimentare investimenti esteri, bisogna che rimanga qui e sostenga la crescita italiana”. E quindi via con le proposte sugli incentivi fiscali alle quotazioni in borsa, o roba del genere.

Come al solito, meglio guardare i dati e rifletterci un po’ sopra.

Ecco qui di seguito la Net International Investment Position del nostro paese, dati Bankitalia al 31.12.2021.



Sulle prime si potrebbe pensare che i dati diano ragione ai commentatori sopra citati. I residenti italiani detengono la bellezza di 3.339 miliardi di investimenti all’estero.

Soltanto che, a loro volta, gli stranieri hanno investito in Italia e il controvalore dei loro investimenti è dello stesso ordine di grandezza: 3.207 miliardi.

Il saldo netto è positivo – gli italiani hanno investito all’estero più degli stranieri nel nostro paese – ma la differenza non è una cifra eclatante: 132 miliardi.

Tra parentesi l’accumulo di un controvalore positivo è la conseguenza di surplus commerciali esteri generati in passato. Quei 132 miliardi si sono formati negli ultimi anni, in cui l’Italia ha prodotto saldi commerciali esteri positivi. Nel 2022 potrebbero calare, perché il saldo estero dai 60 miliardi circa annui degli anni recenti sta puntando verso lo zero, o forse diventando leggermente negativo, per l’impennata dei prezzi di gas, petrolio (principalmente) e altre materie prime. Le cause (rotture delle catene di fornitura post fine Covid lockdown, guerra in Ucraina) sono ben note.

In realtà c’è un sistema molto sicuro per fare in modo che gli investimenti italiani all’estero divengano inferiori a quelli stranieri in Italia: andare in deficit negli scambi di beni e servizi con l’estero. Ma visto che questo deficit lo dobbiamo finanziare in una moneta straniera (l’euro o casomai il dollaro) non mi sembra una grande idea.

Tra l’altro per ogni commentatore che si lamenta del “risparmio italiano che scappa all’estero” un altro puntualmente strepita contro “gli stranieri che vengono a colonizzare l’Italia comprandoci le aziende”.

Poi vedi che gli investimenti diretti azionari italiani all’estero (488 miliardi) sono superiori a quelli stranieri in Italia (361).

Il punto è che in Italia si investe troppo poco in beni reali e produttivi, certo. Ma non perché il risparmio italiano scappi all’estero più di quanto quello straniero arrivi in Italia.

In Italia si investe poco perché da un quarto di secolo, dall’euroaggancio in poi, ci siamo assoggettati a un sistema di regole che impone la costante compressione della domanda interna e dei deficit pubblici.

Con il risultato che in beni produttivi si è disincentivati a investire. Il settore pubblico perché gli si chiede sempre e solo di tagliare. Il settore privato perché non investi dove la domanda è compressa.

L’incentivo a “mobilitare il risparmio per investire in Italia” non viene dalle agevolazioni fiscali alla quotazioni in borsa, o cose del genere (posso capire che le chiedano gli operatori attivi in queste transazioni. Ma loro cercano di fare – legittimamente – gli interessi propri, a costo di raccontare – un po’ meno legittimamente – che coincidono con quelli del paese).

L’incentivo a investire, facendo ripartire occupazione e crescita, verrà, se verrà, dalla rimozione dell’attuale, delirante assetto dell’eurosistema.


domenica 5 giugno 2022

Il “figlio scialacquatore”, ovvero: il costante sforzo di smontare i luoghi comuni

 

Tra le mitragliate di luoghi comuni che ci si sente ripetere da chi si “documenta” su temi macroeconomici leggendo la Repubblica, oppure ben che vada (ma siamo lì come livello) il Sole 24Ore, un posto di rilievo lo occupa la parabola del “figlio scialacquatore”.

Secondo questa vulgata, la santa e buona UE fa bene a tenere sotto controllo l’indebitata Italia, perché “è evidente” la nostra tendenza a essere “un popolo di spendaccioni”, con la conseguenza di metterci in guai che non potranno se non peggiorare, se la sopracitata UE non ci tiene il guinzaglio corto.

Questa vulgata, scritta, letta, e ripetuta a pappagallo da tante persone, è una pura e semplice bestialità macroeconomica.

Senza far ricorso a fonti particolarmente evolute o raffinate, basterebbe andarsi a vedere la Wikipedia inglese alla voce “Net International Investment Position”, dove leggiamo che

“The Net International Investment Position (NIIP) is the difference in the external financial assets and liabilities of a country… a positive NIIP value indicates that a nation is a creditor country, while a negative value indicates that it is a debtor nation”.

La Wikipedia cita poi dati relativi a un ampio ventaglio di paesi e riguardanti il rapporto tra NIIP e prodotto interno lordo (PIL); ma riferimenti ancora più aggiornati sono disponibili sul sito Eurostat. E per quanto riguarda la quattro maggiori economie dell’Eurozona, apprendiamo che a fine 2021 la situazione era la seguente.


Rapporto NIIP / PIL

Germania    68,4%

Italia           7,4%

Francia        -34,5%

Spagna        -70,0%.


Beh, l’avreste mai detto ? l’Italia è UN PAESE CREDITORE. Non ai livelli molto elevati della Germania, ma comunque CREDITORE. Mentre debitori sono i francesi e ancora di più gli spagnoli. 

Il TREMENDO equivoco è considerare l’Italia “un paese indebitato” (quando leggete questa frase, prendetela come un marker infallibile: chi scrive non conosce la macroeconomia) perché è alto (un po’ più che in Francia e Spagna) il rapporto tra DEBITO PUBBLICO e PIL. Ma il debito pubblico italiano è in larghissima misura detenuto da residenti italiani.

Semplicemente, il debito pubblico è stato più che altrove, da noi, utilizzato come strumento di impiego del risparmio privato che i deficit del settore pubblico generano; e i mezzi necessari allo sviluppo dell’economia sono stati più che altrove immessi facendo ricorso al deficit pubblico, e meno al credito privato.

Tutto questo lo trovate spiegato in un recente post: dove si illustra anche come immettere potere d’acquisto nell’economia mediante deficit pubblici sia molto meno destabilizzante rispetto all’espansione del credito privato. Anzi, in effetti non lo è per nulla, a meno che…

A meno che non ci si trovi nel manicomio dell’Eurozona, dove la mancanza di garanzia da parte dell’istituto di emissione ha trasformato il debito pubblico in un fattore di instabilità. Potenzialmente gravissimo. SENZA che ne esista ALCUNA ragione tecnica né economica.

 

mercoledì 12 gennaio 2022

Sì, l’Italia ha ancora le aziende

 

Bazzicando i social networks, mi imbatto frequentemente in commentatori pervasi da pessimismo cosmico in merito alle prospettive economiche dell’Italia. E beninteso li comprendo: quanto è avvenuto dall’euroaggancio in poi non spinge esattamente alla positività e all’entusiasmo.

Però, per quanti danni abbia fatto l’eurosistema all’Italia, per quanto scellerate siano state le ricette “ispirate” dalla UE, la tendenza a vedere le cose più cupe di quanto in realtà siano spinge a volte a conclusioni eccessive, quando non del tutto sbagliate.

Un esempio è l’affermazione ricorrente secondo la quale “ormai l’Italia dipende dall’esterno per tutto, non ha più nulla, non produce, ha perso il tessuto aziendale”.

Al che replico facendo notare che dal 2014 in poi l’Italia ha registrato un surplus commerciale oscillante tra i 40 e i 60 miliardi di euro all’anno. Producendo, quindi, più beni e servizi – molti di più – di quanti ne utilizza. Con una gamma di presenze settoriali estremamente variegata e diversificata.

L’obiezione successiva è “ma bisogna vedere di queste aziende quante sono di proprietà italiana, abbiamo venduto quello, e anche quell’altro, mohbillgatessicompraildanieliavenezia”.

Anche in questo caso un’occhiata ai dati rimette le cose nella giusta prospettiva.



I dati sono in miliardi di euro e forniscono il dettaglio della cosiddetta Net International Investment Position, che è la posizione patrimoniale italiana sull’estero. Altrimenti detto, il saldo tra attività patrimoniali possedute all’estero da residenti italiani, e attività patrimoniali possedute da residenti stranieri in Italia.

Prima considerazione: la posizione netta è attiva, per 90 miliardi di euro, corrispondenti a un rispettabile 5% del PIL. Residenti italiani possiedono 3.201 miliardi di beni esteri. Residenti stranieri detengono 3.111 miliardi di beni italiani.

OK, mi si obietta a questo punto: ma dall’estero ci stanno comprando le aziende !! loro prendono beni produttivi, noi investiamo in “carta” !!!

Beh, viene in soccorso la prima sezione della tabellina, quella che riguarda gli investimenti diretti. Qui si parla proprio di partecipazioni di controllo in aziende. Non di investimenti di minoranza in azioni comprate e vendute in borsa: mio cugino che si è comprato 100 Apple, al netto del mio amico Bernhard di Zurigo che ha 5.000 Enel, stanno sotto, negli “investimenti di portafoglio”.

Allora: anche il saldo degli investimenti diretti azionari è positivo per i residenti italiani. Il valore detenuto da italiani all’estero è 488 miliardi. Quello degli stranieri in Italia, 356. Differenza +132.

Prendiamo pure in considerazione anche gli “strumenti di debito”, perché per fornire capitali a una filiale estera spesso si utilizzano finanziamenti intragruppo, e non (solo) partecipazioni azionarie. Includendoli, il saldo scende ma rimane comunque ampiamente positivo: 618 contro 521, +97.

Insomma, questa calata di lanzichenecchi venuti a prendere possesso di tutto l’apparato produttivo italiano proprio non si vede. Gli italiani, a volte, investono per comprare o creare aziende all’estero. Gli stranieri, per comprare o creare aziende in Italia. Ma in termini di valori, pesa di più il primo caso del secondo. Siamo più “colonizzatori” che “colonizzati”, sotto questo profilo.

mercoledì 22 aprile 2020

Il saldo commerciale estero dell’Italia


L’interscambio commerciale italiano con l’estero era partito alla grande all’inizio del 2020, come si scopre esaminando i dati raccolti dalla Banca d’Italia.

Il surplus commerciale estero aveva raggiunto, nel 2019, il record storico di 58,4 miliardi di euro. Il bimestre gennaio-febbraio 2020 ha registrato un ulteriore notevole ulteriore miglioramento rispetto all’anno precedente. I mesi iniziali dell’anno per motivi stagionali sono più deboli della media. Ma comunque il surplus è salito da 2,4 a 6,5 miliardi.

E’ l’effetto combinato di una crescita del 5% nelle esportazioni di beni e servizi (per meglio dire dei beni, +6,1%, mentre i servizi sono scesi del -0,8%) a fronte di importazioni pressoché piatte al +0,2% (beni +0,5%, servizi -1%).

Questo, prima del lockdown. Sarò molto curioso di scoprire che cosa sta succedendo tra marzo e aprile. Non mi stupirebbe che il surplus cresca in misura ancora più accentuata.

Ovviamente la produzione è calata perché molte aziende sono chiuse, ma il mio sospetto è che l’export abbia (relativamente) tenuto, in quanto la restrizioni dei nostri partner commerciali sono state quasi sempre (forse senza il quasi) parecchio meno accentuate delle nostre. In pratica, chi ha prodotto (e chi ha smaltito il magazzino) ha venduto proporzionalmente più all’estero che in Italia.

Mi aspetto invece un crollo dei nostri consumi interni, e di conseguenza anche delle importazioni.

La caduta del prezzo del petrolio è un fattore in più che spinge nella stessa direzione. Due giorni fa il WTI per consegna aprile è sceso all’incredibile livello di meno 40 dollari al barile. Si veniva pagati per comprare. Questo fenomeno è connesso alla saturazione dei siti di stoccaggio negli USA. Si ricevono soldi, in pratica, se si è in grado di ritirare (nel senso fisico) i barili e di aiutare il decongestionamento.

In effetti il petrolio europeo, il Brent, sta invece oscillando su valori meno assurdi, intorno a 20 dollari o poco più. Ma prima della crisi sanitaria eravamo a 50-60.

Nel frattempo, al 31.12.2019, la NIIP (Net International Investment Position) dell’Italia si è quasi azzerata: -30 miliardi, ovvero -1,6% rispetto al PIL. Aveva raggiunto -27% tra fine 2013 e inizio 2014.

La NIIP è la differenza tra attività patrimoniali estere possedute da residenti italiani, e attività patrimoniali italiane possedute da residenti esteri. In altri termini, è il passivo patrimoniale italiano verso l’estero.

Questo indicatore era quasi a zero a fine 2019 e con ogni probabilità in questi mesi si sta portando in territorio positivo. La prossima volta che sentite qualcuno dire che “l’Italia è piena di debiti”, mordetegli un polpaccio da parte mia.

I problemi finanziari dell’Italia nascono da un errore, uno solo: aver convertito il debito pubblico in una moneta straniera, sopravvalutata rispetto ai fondamentali della nostra economia.

mercoledì 6 giugno 2018

Oddio, oddio, chi presterà soldi all'Italia ?


In questi giorni mi capita frequentemente di leggere o ascoltare commenti del seguente tenore:

“Come facciamo a pensare di spendere di più, dobbiamo soldi a mezzo mondo !!”

“Se usciamo dall’euro / non paghiamo i debiti / torniamo alla lira chi ci presterà più un centesimo ???”

“Se usciamo dall’euro e svalutiamo, sono terrorizzato per i miei risparmi !!”

E varianti sul tema.

Una prima considerazione, ben presente a chi segue questo blog, è che uno stato emittente della propria moneta non ha necessità di indebitarsi con nessuno.

Se ha bisogno di aumentare il potere d’acquisto a favore dei propri cittadini (mediante azioni di spesa pubblica diretta, oppure rendendolo disponibile a famiglie e aziende tramite minori tasse e maggiori trasferimenti) può farlo semplicemente emettendo moneta.

Il potere d’acquisto in circolazione viene in parte speso e in parte risparmiato. E proprio perché viene in parte risparmiato, è senz’altro utile che lo Stato metta a disposizione dei propri cittadini uno strumento di gestione del risparmio privo di rischi d’insolvenza, e con una remunerazione modesta ma sicura.

Il debito pubblico ha (o aveva, prima della sciagurata decisione di convertirlo in una moneta straniera, l’euro) precisamente quella funzione. Non andrebbe chiamato debito, ma qualcosa tipo “conto di risparmio presso il ministero dell’Economia”. E dovrebbe essere proposto al pubblico con remunerazioni pari all’incirca all’inflazione, o qualcosa di più (un punto, massimo due) in caso di impieghi con vincoli di durata medi o lunghi (i BTP a cinque o dieci anni, per intenderci).

Il vincolo all’incremento del potere d’acquisto in circolazione sotto forma di “debito” non è dato dalla sua dimensione in rapporto al PIL.

Esistono vincoli, ma sono di altra natura: fondamentalmente, i due seguenti.

Evitare eccessi di potere d’acquisto in circolazione, che creino inflazione troppo elevata: ma oggi in Italia siamo sotto all’1%, e la BCE stessa ci ripete quasi ogni giorno che il livello corretto deve essere “inferiore ma prossimo al 2%”. L’inflazione attualmente è troppo bassa, non troppo alta.

Evitare eccessi di potere d’acquisto che aumentino l’import al punto di sbilanciare i saldi commerciali esteri, portandoli in significativo deficit: ma da diversi anni l’Italia genera circa 50 miliardi di surplus commerciale estero.

Tutto ciò premesso, che fondatezza ha l’affermazione secondo la quale “l’Italia vive prendendo soldi a prestito” ?

Il quadro più completo della situazione patrimoniale dell’Italia nei confronti dell’estero è dato dalla “Net International Investment Position” (NIIP).

La NIIP è il saldo algebrico tra lo stock di investimenti effettuati da residenti italiani (privati, aziende e settore pubblico), da un lato; e gli investimenti effettuati in Italia da non residenti, dall’altro.

I dati Banca d’Italia al 31.12.2017 ci dicono che la NIIP italiana è negativa per 115 miliardi di euro, corrispondenti al 6,7% del PIL. E’ vero quindi che è negativa, ma per importi modesti (rispetto alle dimensioni della nostra economia).

Il saldo, inoltre, è in costante miglioramento (aveva raggiunto un picco del -27% circa a inizio 2014) grazie ai surplus commerciali che il nostro paese continua a generare (anche se un po’ in rallentamento nel 2018, principalmente a causa dell’indebolimento del dollaro e dalla risalita del prezzo del petrolio).

Esaminando poi la composizione della NIIP, si rileva quanto segue:

Investimenti diretti azionari


Attivi
441






Passivi
-304
137
Investimenti diretti in strumenti di debito


Attivi
119






Passivi
-157
-38
Investimenti di portafoglio in azioni, fondi comuni e strumenti
Attivi
1.427

di debito (escluso debito pubblico detenuto da non residenti)
Passivi
-545
882
Altri investimenti



Attivi
579






Passivi
-601
-22
Riserve ufficiali della Banca d'Italia




126
Saldi Target2

-450
Debito pubblico detenuto da non residenti



-750
NET INTERNATIONAL INVESTMENT POSITION 31.12.2017


-115

Particolarmente significativi sono gli investimenti netti di portafoglio in azioni, fondi comuni e strumenti di debito, che in buona sostanza corrispondono all’investimento netto all’estero dei risparmiatori italiani.

Il saldo è positivo per 882 miliardi di euro, che è un ammontare superiore al debito pubblico italiano detenuto da non residenti (750 miliardi, pari a circa un terzo del totale in circolazione).

In pratica, il risparmio netto dei residenti italiani è in grado di coprire tutto il debito pubblico. L’Italia non è dipendente dal risparmio estero.

Semplicemente, in contesto di libera circolazione dei capitali, alcuni investitori esteri hanno deciso di allocare una parte delle loro posizioni sul debito pubblico italiano, e analogamente i risparmiatori italiani (direttamente o, più spesso, tramite strumenti di risparmio gestito) hanno parzialmente diversificato i loro attivi rivolgendosi verso titoli di emittenti non italiani.

Va anche notato che nella stragrande maggioranza dei casi, è infondata la preoccupazione dei risparmiatori italiani di subire danni patrimoniali in caso di rottura dell’euro, con conseguente trasformazione in nuove lire dei titoli da essi posseduti.

In primo luogo, un risparmiatore italiano, che fa i conti e spende soldi nella moneta in uso nel suo paese, non subisce danni a meno che la svalutazione si traduca in inflazione. In un contesto di domanda pesantemente depressa, il nesso tra svalutazione e inflazione (già di per sé labile, nel senso che l’impatto inflattivo della svalutazione è di regola parecchio inferiore all’entità di quest’ultima) è prossimo a zero.

Ne è prova (un esempio tra i tanti) l’impatto nullo prodotto dalla rivalutazione del dollaro, che è passato da 1,39 contro euro a inizio 2014, fino a 1,04 a fine 2016, senza alcun apprezzabile variazione dell’inflazione.

In secondo luogo, il risparmiatore italiano ormai da parecchi anni è abituato a diversificare i propri investimenti finanziari (magari non agendo direttamente, ma, come già accennato, in quanto utilizza strumenti di risparmio gestito, che diversificano per emittente, per nazionalità, per valuta ecc.).

In caso di svalutazione, la perdita di potere d’acquisto della parte di portafoglio allocata su titoli italiani sarebbe modestissima se non nulla, mentre si avrebbe un significativo guadagno sulla componente estera.

Liberandosi dai vincoli dell’eurosistema, l’Italia non ha proprio nulla da temere riguardo alla gestione dei fabbisogni finanziari futuri del paese in generale, e della pubblica amministrazione in particolare.

Che poi la rottura dell’euro sia un processo complicato sul piano operativo e politico è un altro discorso: e da queste considerazioni nasce il progetto Moneta Fiscale / CCF.

Ma basta, per favore, con le farneticazioni secondo cui l’Italia dipende dalla carità del prossimo…


sabato 2 aprile 2016

L’Italia non è cresciuta a debito

Frequentemente, quando si parla di Eurocrisi e di temi connessi, sento ripetere un’affermazione del tipo “il problema dell’Italia è che per tanti anni l’economia è cresciuta “dopandosi” con il debito, i guai sono nati quando non ha più potuto farlo”.

E’ un’affermazione senza fondamento, che nasce dalla confusione tra debito pubblico e debito estero.

Un paese può, effettivamente, svilupparsi utilizzando risorse finanziarie provenienti dall’esterno. Ma la misura in cui questo avviene non è data dal debito delle sue amministrazioni pubbliche.

Il dato rilevante è l’indebitamento verso l’estero, o più precisamente la “Net International Investment Position” (NIIP), corrispondente al saldo netto tra attività estere possedute dai residenti nel paese, e passività dei residenti stessi nei confronti di soggetti non domestici.

Qui di seguito è riportato il rapporto NIIP / PIL a fine 2014 di alcuni paesi, nonché il dato medio dell’Eurozona (fonti: FMI ed Eurostat).

Giappone            74,8%
Germania            36,4%
Cina                    17,1%
Eurozona             -12,7%
Francia                -19,5%
Regno Unito        -24,8%
Italia                    -27,7%
USA                    -39,7%
Spagna                -94,5%
Irlanda                 -106,7%
Portogallo            -111,6%
Grecia                  -121,9%

Tre economie di grandi dimensioni, con una forte vocazione esportatrice – Giappone, Germania e Cina – hanno un rapporto NIIP / PIL positivo (sono creditori netti verso l’estero, in altri termini).

L’Italia ha invece una NIIP negativa in rapporto al PIL, ma a livelli moderati e comunque analoghi a quelli di altre tre grandi economie: poco più alti rispetto a Francia e Regno Unito, più bassi rispetto agli USA.

Una NIIP fortemente negativa, vicina o superiore al 100% del PIL, caratterizza invece gli altri quattro PIGS – Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia. Per questi paesi è corretto affermare che la crescita ottenuta fino allo scoppio della crisi finanziaria del 2008 è stata prodotta, alimentata, se vogliamo “dopata” da flussi di capitale esteri. Ma non per l’Italia.

Gli altri quattro PIGS hanno accumulato, fino al 2011, enormi saldi commerciali passivi, ed era inevitabile che a un certo punto dovesse verificarsi un riequilibrio per il tramite di un certo livello di contenimento della spesa interna (anche se non, detto en passant, dell’occupazione e del PIL - come spiegavo qui).

Per l'Italia, al contrario, il problema non è mai stato costituito da alti livelli di deficit commerciale o di debito netto estero.

L’Italia ha, come ci sentiamo ripetere ennanta volte al giorno, un rapporto debito pubblico / PIL elevato: oltre il 130%. Ma il debito pubblico è in larghissima misura finanziato da risparmio privato interno. Appunto perché non esiste una forte esposizione netta sull’estero, l’alto risparmio privato interno e l’alto debito pubblico sono in effetti, in larghissima misura, due facce della stessa medaglia – due lati di un'identità contabile.

Dal 2011 in poi, l’Unione Europea ha “prescritto” all’Italia massicce dosi di austerità a causa dei timori causati dal debito pubblico: non dal debito estero.

Questi timori sarebbero stati infondati se il debito fosse stato espresso, com’era fino al 1999, in moneta nazionale, e fosse stato garantito dalla potestà statale di emettere moneta.

Con l’avvento dell’euro, il problema della garanzia sui debiti pubblici diventa, al contrario, reale. In buona sostanza, questa garanzia è fornita dalla BCE (in seguito all’ormai celebre “whatever it takes” di Draghi – luglio 2012 - e all’introduzione del programma OMT).

A fine 2011, è stato inoltre varato il Fiscal Compact, trattato che impone ai firmatari di raggiungere (nell’arco di alcuni anni) il pareggio strutturale del bilancio pubblico nonché la tendenziale diminuzione del rapporto debito pubblico / PIL, fino al 60%.

Il combinato disposto dell’OMT e del Fiscal Compact equivale a dire che la BCE è impegnata a garantire i debiti pubblici, a condizione che non salgano in valore assoluto (azzeramento dei deficit annui) e che scendano in rapporto al PIL.

Ma, in un contesto di domanda depressa a causa dei postumi della “crisi Lehman” del 2008, il tentativo di raggiungere gli obiettivi del Fiscal Compact ha contratto la domanda ed esacerbato la depressione, con pesanti effetti negativi su occupazione e PIL.

La soluzione è introdurre un titolo fiscale – un diritto di riduzione sulle tasse future: il CCF o Certificato di Credito Fiscale.

Il CCF non costituisce debito in quanto non è soggetto a essere rimborsato e non richiede quindi alcuna forma di garanzia da parte della BCE. 

Il CCF può essere assegnato gratuitamente ad aziende o cittadini per rilanciare domanda e PIL. I possibili meccanismi di funzionamento della soluzione CCF e il modo in cui garantiscono il raggiungimento degli obiettivi di OMT e Fiscal Compact sono sinteticamente delineati qui.