D. Oggi più che mai
non è facile per i cittadini avere gli strumenti per comprendere le origini
della crisi economica che ha investito l’Eurozona già da diversi anni. Molti
analisti economici ed esponenti politici insistono nell’indicare il principale
fattore della crisi economica negli sprechi che aumentano il debito pubblico e
nella cattiva gestione dello Stato. Che lettura dà lei della situazione e di
queste analisi ?
R. Sulla qualità
di gestione della spesa statale esistono molti aneddoti e molti luoghi comuni,
su cui ci sarebbe parecchio da discutere. La singola maggiore voce di spesa
pubblica in Italia è il sistema sanitario, che è considerato uno dei cinque più
efficienti al mondo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Possibile che
tutto il resto del settore pubblico italiano sia una tale sciagura da renderlo la
palla al piede dell’economia ?
Il punto su cui
riflettere, però, è che gli indicatori economici italiani si sono pesantemente
e improvvisamente discostati, in peggio, da quelli (per esempio) del Regno
Unito a partire da metà 2011. La spesa pubblica italiana non è improvvisamente
diventata meno efficiente in quel periodo: sono invece stati attuati forti
incrementi di tassazione, mentre gli inglesi – dotati della loro moneta –
continuavano, al contrario, a supportare la ripresa della loro economia.
Quanto al debito
pubblico italiano, il 99% del problema non è relativo al suo livello, ma
all’essere denominato in una moneta – l’euro – che per l’Italia è a tutti gli
effetti una valuta straniera. L’austerità è stata imposta da UE e BCE come
condizione per garantire il debito pubblico: ma se il debito fosse rimasto in
lire, non ci sarebbe mai stato un rischio d’insolvenza – una banca centrale
nazionale è sempre in grado di garantire il rifinanziamento del debito in
moneta propria. E in una fase di domanda depressa (conseguenza della crisi
finanziaria mondiale del 2008, i cui effetti non erano ancora stati sanati) questo
è possibile senza che inflazione e tassi d’interesse vadano fuori controllo.
D. La moneta è
unita di misura dell’operosità in termini di quantità, qualità e valore. Prima
dell’euro, la moneta era fondamentalmente gestita dallo Stato. Oggi l’euro è
gestito da una banca sostanzialmente privata che presta denaro agli stati a
debito e con interessi. Quali conseguenze ha portato questo cambio strutturale
?
R. Uno stato che
emette la propria moneta è in grado di utilizzarla per attuare azioni di
espansione della domanda – meno tasse, più spesa pubblica, più sostegni alla
spesa privata – in modo da superare fasi di depressione della domanda
conseguenti, per esempio, a crisi del mercato finanziario. Se la moneta deve
invece essere presa a prestito, proprio nei periodi di difficoltà economica
questo può risultare impossibile, o troppo oneroso. La crisi di molti paesi
dell’Eurozona è in larga misura una risultante di questa situazione.
D. Quali effetti
hanno avuto le manovre “di salvataggio” attuate dalla Banca Centrale Europea,
come il Quantitative Easing (QE), messo in campo da Draghi all’inizio del 2015,
nel rivitalizzare l’economia reale dei paesi aderenti all’Eurozona ?
R. Il QE, che ha
fatto seguito a una serie di azioni di garanzia dei debiti pubblici intraprese
a partire dal 2012, ha prodotto due fenomeni: il calo dei tassi d’interesse
pagati dagli stati, e l’indebolimento dell’euro, soprattutto rispetto al
dollaro. Il calo dei tassi tuttavia non si è tradotto in una spinta al potere
d’acquisto disponibile per aziende e cittadini, in quanto la UE non ha smesso
di richiedere azioni di riduzione dei deficit pubblici – che, in una situazione
di economia depressa, implica di continuare a sottrarre risorse all’economia
reale.
L’unico effetto
positivo degno di nota è legato alla svalutazione dell’euro. Le aziende
italiane che esportano nell’area del dollaro stanno traendone alcuni vantaggi.
Siamo ben lontani, tuttavia, da quanto occorrerebbe per avviare un significativo
recupero dei pesanti danni subiti dall’economia italiana dal 2008 in poi, anche
perché metà del nostro interscambio estero si svolge all’interno dell’Eurozona.
D. Quali
decisioni secondo lei deve prendere il governo italiano per dare un nuovo
impulso all’economia nazionale e per far uscire il nostro paese dalla spirale
recessiva in cui è impantanato (meno lavoro, meno stipendi e meno consumi) ?
R. Il governo
italiano dovrebbe attuare azioni di espansione della domanda interna, e nello
stesso tempo favorire il recupero di competitività delle aziende italiane, in
primo luogo riducendo la tassazione e gli oneri accessori sui costi di lavoro.
Questo è
impedito dai trattati di funzionamento dell’eurosistema. In assenza di un
accordo politico che porti alla loro revisione, il superamento della crisi
richiede azioni unilaterali da parte dei paesi in difficoltà. La rottura
dell’euro, con uscita dal sistema di singoli paesi, è uno scenario possibile, che
presenta però forti complessità politiche e operative.
La via che personalmente
sto sviluppando e promuovendo, insieme a un gruppo di economisti e ricercatori,
è l’introduzione di Monete Fiscali nazionali. Vari paesi potrebbero introdurre
Certificati di Credito Fiscale (CCF), cioè titoli utilizzabili per pagare tasse
e imposte future nel territorio dello stato emittente, e assegnarli
gratuitamente a cittadini e aziende. Non sono debito perché lo stato emittente
non è obbligato a rimborsarli; hanno un valore di mercato e possono anche
essere utilizzati in transazioni dirette tra privati. Hanno quindi alcune
caratteristiche della moneta – pur non essendo moneta ai sensi di legge – e
ridarebbero ai singoli stati le leve di politica economica oggi necessarie, da
applicare in forme e misure differenziate in funzione delle esigenze specifiche
di ogni paese. L’azione espansiva prodotta dalla distribuzione di CCF rilancia domanda,
PIL, occupazione e gettito fiscale, il che evita il riformarsi di squilibri
fiscali quando, in futuro, i CCF arriveranno a scadenza.
E’ una strada
che comporta una forte revisione dei meccanismi di funzionamento
dell’eurosistema. Non è però deflagrante: l’euro continua a esistere come
moneta circolante e come valuta di conto in tutta l’Eurozona. E si evitano
quindi le grandi complicazioni connesse a un processo di rottura della moneta
unica.
D. La vicenda
greca sta evidenziando le criticità del sistema euro. Ritiene che queste
dinamiche possano presto coinvolgere altri paesi dell’Eurozona ? Cosa pensa
potrà accadere alla Grecia e agli altri stati membri dell’Eurozona ?
R. Il governo
Tsipras, vinte le elezioni del 25 gennaio 2015, ha sottoposto alla UE alcune
proposte, per la verità ragionevoli e moderate (forse addirittura troppo, nel
senso che rischiavano di essere insufficienti, a mio avviso). In pratica, una
riduzione (rispetto alle richieste UE) del surplus primario del bilancio pubblico
e un riscadenziamento del piano di rimborso del debito.
La UE ha però
reagito con un atteggiamento di totale chiusura, non manifestando alcuna
concreta disponibilità a rivedere le fallimentari politiche di austerità imposte
alla Grecia da fine 2011 a inizio 2015.
Il governo
Tsipras non vuole forzare l’uscita della Grecia dall’Eurozona. Dato questo presupposto,
l’introduzione di una Moneta Fiscale greca in affiancamento all’euro potrebbe
essere la soluzione appropriata. La Grecia dovrebbe adottarla unilateralmente,
senza “rompere” l’euro, e usarla per attuare le necessarie azioni di rilancio
della propria economia. Sempre unilateralmente, dovrebbe sospendere i pagamenti
delle rate di debito dei prossimi mesi, proponendo un nuovo piano di rientro
con scadenze posposte (non necessariamente di molto).
Il pallino
passerebbe nelle mani di UE e BCE: che potrebbero reagire forzando la rottura, eventualità
che sarebbe però – dal loro punto di vista – autolesionista. Oppure accettare
il nuovo status quo, prendendo atto che consente l’avvio a soluzione della
crisi greca. Va sottolineato che proprio il rilancio dell’economia è anche il
presupposto per rimborsare, sia pure con scadenze allungate, una quota significativa
e forse anche lo totalità del debito attuale. Teniamo conto che il debito non
deve essere portato a zero ma reso sostenibile, in parte diminuendolo e in
parte grazie al recupero del PIL. A quel punto diventa anche possibile
rifinanziarlo.
Naturalmente tutto questo potrebbe preludere
all’introduzione di Monete Fiscali nazionali anche da parte di altri paesi, ed
essere il presupposto per, finalmente, risolvere in modo soddisfacente la crisi
dell’Eurozona.