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martedì 2 dicembre 2025

Debito pubblico e debito estero, la solita confusione

 

I presunti, sedicenti esperti che si candidano ad assumere la conduzione dell’economia del paese, affermando di possedere diagnosi e ricette, cadono in terrificanti confusioni su concetti che dovrebbero ormai essere chiari a chiunque.

Poco fa Luigi Marattin vaneggiava su twitter, pardon su X, che l’Italia è il terzo paese più indebitato al mondo, dopo Giappone e Grecia, e tra poco sarà il secondo.

Quello a cui Marattin si riferisce in realtà è il rapporto tra debito pubblico e PIL. Ma il debito pubblico non è il debito DEL PAESE. E’ il debito del SETTORE PUBBLICO, appunto.

Se parliamo di debito del paese, l’indicatore rilevante è la NIIP (Net International Investment Position), cioè il saldo netto tra attività patrimoniali estere possedute da residenti italiani, e attività patrimoniali italiane possedute da residenti esteri.

Questo è il dato che possiamo considerare il migliore indicatore del debito (netto) estero. Solo che non è un debito. La NIIP dell’Italia al 30.6.2025, come riportano i dati Bankitalia, era POSITIVA per 238 miliardi. Era un CREDITO.

Come è possibile avere una NIIP a credito in presenza di un alto debito pubblico ? ma semplicemente perché il debito pubblico è in larga maggioranza detenuto da residenti italiani.

Suggerimenti sensati di politica economica possono provenire da chi è così fuori strada su un tema così elementare ? Non contateci.

sabato 3 maggio 2025

L’alibi della piccola dimensione

 

Un luogo comune degli euristi / europeisti / euroausterici è che uno dei problemi strutturali dell’economia italiana sia la piccola dimensione media delle aziende.

A sentire per esempio le proposte di Luigi Marattin, gli incentivi alle aggregazioni dovrebbero essere un elemento non secondario delle azioni di politica economica.

I dati a sostegno di questa posizione sono facilmente confutabili. Trovate qui la spiegazione del perché la minore produttività delle PMI è solo apparente, e qui del perché i dati sulle retribuzioni medie vadano interpretati diversamente.

In effetti chi insiste sul tema “piccolo è brutto” dovrebbe porsi una domanda molto semplice.

La dimensione media delle aziende italiane è sempre stata inferiore a quella britannica, francese, tedesca, per non dire statunitense. Ma questo non ha impedito, per mezzo secolo, all’economia italiana di crescere più velocemente, e di guadagnare terreno, rispetto alle medie occidentali.

Questa tendenza si è bruscamente invertita a fine anni Novanta, non perché le aziende italiane si siano improvvisamente rimpicciolite, ma perché l’Italia ha preso la scellerata, catastrofica decisione di entrare nell’euro.

La piccola dimensione delle aziende italiane è figlia delle caratteristiche degli imprenditori, che a loro volta riflettono quella della popolazione.

L’italiano è tipicamente un grande individualista. Creativo, mentalmente flessibile, spesso geniale nel risolvere situazione impreviste, intuitivo. Ma poco organizzato, a disagio nell’inquadrarsi in grandi organizzazioni, nell’irregimentarsi in strutture rigide.

La piccola dimensione media delle aziende è un alibi eurista. Uno dei vari, implausibili tentativi da negare quale disastro sia stato e continui a essere l’euro per l’Italia.

domenica 4 settembre 2022

I maniaci delle coperture

 

Gli euroausterici amano parlare di finanza pubblica in termini di “coperture”. Ogni volta che qualcuno propone un provvedimento di spesa o di riduzione di imposte, i vari Luigi Marattin piuttosto che Veronica De Romanis pubblicano accorati editoriali, o anche semplici interventi sui social networks, chiedendosi “dove sono le coperture”.

Per loro il bilancio dello Stato è un gioco strettamente a somma zero. Nessuna somma si può spendere se non è stata, da qualche altra parte, incassata.

Il che, se si ragiona sul bilancio pubblico come se fosse il bilancio di un’entità privata, suonerebbe anche ragionevole.

Eppure dovrebbe essere facile rendersi conto che l’equivalenza non regge.

Se ogni spesa del settore pubblico deve avere la sua copertura, come mai:

tutti gli Stati registrano deficit pubblici per quasi tutto il tempo della loro esistenza, salvo rare e brevi eccezioni ?

tutti gli Stati di un qualche rilievo economico emettono titoli di debito pubblico, che sono l’accumulo di deficit passati (e nemmeno di tutti i deficit, perché i deficit possono anche essere attuati emettendo moneta, e non titoli di debito) ?

Dovrebbe essere evidente che qualcosa non torna. Che non ha senso ragionare in termini di “copertura da prevedersi per ogni spesa”.

Che occorre invece interrogarsi su quale sia l’appropriato mix di spese e di tasse, da cui deriva un CORRETTO LIVELLO DI DEFICIT.

Per motivi ampiamente illustrati in questo blog, in particolare qui e qui, il deficit del settore pubblico è la CONDIZIONE ASSOLUTAMENTE NORMALE dei sistemi economici.

Pretendere che “ogni spesa debba avere una corrispondente copertura” è la ricetta per contingentare senza necessità la circolazione di potere d’acquisto, per tarpare il potenziale di crescita dell’economia, per abbattere gli investimenti, per distruggere competitività.

E per costringere l’economia a crescere espandendo oltremisura non i saldi di finanza pubblica ma il credito PRIVATO. Che è il presupposto per generare speculazione, bolle e instabilità.

 

mercoledì 26 febbraio 2020

Marattin, lo spazio fiscale e il Coronavirus


Luigi Marattin, responsabile economico del partito renziano “Italia Viva”, afferma via twitter quanto segue:

“Per anni, chi predicava maggiore attenzione alle finanze pubbliche (perché in caso di forte shock negativo non avremmo avuto spazio fiscale per contrastarlo) è stato definito un bieco sostenitore dell’austerità. Tra poco sarà chiaro chi aveva ragione. E quale sarà il costo”.

Se date un’occhiata alle risposte, il commento marattiniano non ha esattamente provocato applausi a scena aperta.

Per esempio, Marattin – è stato detto - implicitamente sostiene che si sarebbero dovuti chiudere più ospedali per avere adesso i soldi necessari a riaprirne qualcuno (per fronteggiare l’emergenza Coronavirus).

Ma in verità è anche peggio. Se si fosse fatta più austerità, e chiusi più ospedali, il PIL sarebbe sceso ancora di più, il debito in percentuale sarebbe ancora più alto, e oggi avremmo non solo meno ospedali, ma ancora meno soldi di quelli che (non) abbiamo per riaprirli (e in generale per fronteggiare l’emergenza).

Il punto è che l’intero concetto di “spazio fiscale” è fuorviante. In assenza di tensioni sull’inflazione, non esiste un limite preciso al livello di deficit o di debito pubblico espresso in moneta nazionale.

In assenza d’inflazione, uno Stato che stampa la propria moneta può fronteggiare qualsiasi emergenza. Parlare di “spazio fiscale” ha senso solo se si è vincolati a usare una moneta emessa da terzi.

Avendo commesso il ciclopico errore di entrare nell’euro (e SOLO per quello), l’Italia ha mani e piedi legati: salvo che decida, e sarebbe ora, di avviare il progetto CCF.

venerdì 18 luglio 2014

Tutto confermato per Ferrara

Come già preannunciato qui: giovedì 24 luglio alle 21.
 
Di seguito i link:
 
alla pagina di presentazione dell'evento su ferraraitalia
 
alla pagina facebook di ferraraitalia
 
e alla pagina eventi di facebook

sabato 5 luglio 2014

Dibattito a Ferrara: si scaldano i motori…


Poi vi confermo tutto, comunque data, ora e località del dibattito sono previsti come segue:

 

24 luglio 2014, ore 21

Sala della musica di Via Boccaleone, Ferrara

All’interno del chiostro di San Paolo, circa 250 metri dal palazzo comunale.

 

Partecipanti previsti: Luigi Marattin, Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi.

 

Nel frattempo Luigi Marattin ha rilasciato questa intervista a Sergio Gessi di www.ferraraitalia.it: Sergio la definisce “imprevista apertura di credito” (rispetto, si capisce, a giudizi espressi precedentemente). Il che forse deluderà chi si aspetta un duello all’OK Corral. Io mi attendo invece un proficuo confronto e scambio di opinioni, e il curriculum di Marattin mi rende ottimista sul fatto che così sarà.

Comunque qualche annotazione su quanto dichiarato a fine intervista da Marattin ve la anticipo:

LM: “Immaginiamo che io sia lo Stato e nell’economia ci siano solo due consumatori, A e B. Io emetto un titolo di 20.000 euro, e lo do a B. A se lo compra per 18.000 euro. Ma se è vero che ora B ha 18.000 euro di liquidità in più, è altresì vero che A ha 18.000 euro in meno… l’effetto aggregato è quindi nullo. Come dicevo, è solo un gioco delle tre carte. Del resto, anche in economia “nulla si crea e nulla si distrugge” o meglio “nessun pasto è gratis”.

SG: “E’ altresì verosimile che B induca A a scongelare 18.000 euro che A avrebbe trattenuto come riserva, con l’effetto che sul mercato vengono emessi 18.000 euro che altrimenti sarebbero rimasti immobilizzati”.

LM: “E che ne sai ? E se invece A li avesse spesi ? In realtà sono sempre quei soldi che il governo (o la banca centrale) ha immesso nel sistema economico all’inizio. Ma allora tanto vale ridurre le tasse per quell’ammontare (con interventi di politica fiscale) o aumentare la base monetaria di quell’ammontare (politica monetaria). Null’altro al di fuori di questo”.

 

Già qui avevo trattato abbastanza estesamente dubbi di questa natura. Il punto fondamentale è che chi riceve 20.000 euro in CCF, equivalenti nell’ipotesi a 18.000 in euro, ha UN EFFETTIVO ARRICCHIMENTO. Chi compra i CCF contro cash non fa nient’altro che modificare il suo portafoglio di attività finanziarie, e NON HA NESSUN IMPOVERIMENTO.

Certamente, se al maggior valore di CCF in circolazione non corrispondesse nessun incremento della produzione di beni e di servizi, questo maggior potere d’acquisto si tradurrebbe esclusivamente in crescita di prezzi (inflazione). Ma l’economia italiana oggi soffre di fortissimi livelli di disoccupazione, quindi di sottoutilizzo di capacità produttiva. Il maggior potere d’acquisto stimolerà quindi maggiore produzione, e di conseguenza maggior reddito reale, non inflazione.

Il punto finale di Marattin, che lo stesso effetto si otterrebbe riducendo le tasse, o emettendo moneta (diretta, aggiungo io, ad incrementare la domanda di beni e servizi, non a erogare credito che, se manca potere d’acquisto, nessuno è interessato a contrarre) lo condivido, invece, totalmente.

Ma i CCF servono proprio a superare il problema della moneta unica: se 18 paesi utilizzano la stessa moneta, questi interventi di stimolo della domanda servono di più in certi paesi e di meno (o per niente) in altri. E se lo sgravio fiscale viene finanziato non da moneta ma da debito pubblico, abbiamo il problema che ha portato alla creazione del Fiscal Compact: i paesi in difficoltà accrescono, nell’immediato, il debito, e gli altri (leggi Germania…) temono di dovere, alla fine, pagare i debiti altrui – o di subire le conseguenze di default e dissesti che colpiscono gli altri stati, e i loro sistemi finanziari (che sono i principali acquirenti del debito nazionale).

Allora, perché la proposta CCF è risolutiva ? perché si emette una forma di moneta NAZIONALE, che è accettata SOLO dallo stato emittente (non da tutti e 18 come l’euro). E che però non può generare nessun default e nessun dissesto, perché lo stato emittente si impegna ad accettarla per saldare obbligazioni finanziarie nei suoi confronti (tasse in primo luogo) ma NON a rimborsarla in euro. Appunto per questo NON si tratta di debito. E non interferisce con gli obiettivi di contenimento del deficit e del debito pubblico contemplati dal trattato di Maastricht e dal Fiscal Compact.

Non solo non interferisce con questi obiettivi, in realtà: E’ LA SOLA VIA PLAUSIBILE (per quanto so e per quanto mi riesce di immaginare) PER RISPETTARLI.

lunedì 30 giugno 2014

Cialtronate & soluzioni

Poi non dite che su questo blog pubblico solo i commenti favorevoli... la presentazione di Ferrara ha avuto eco sui media online locali, scatenando anche reazioni verbali alquanto vivaci.
Claudio Bertoni si sta attivando per organizzare il dibattito pubblico di cui si parla in questo secondo articolo.
Vi tengo aggiornati...