venerdì 11 ottobre 2013

CCF: modello di previsione del debito pubblico

In merito al progetto CCF una delle domande più ricorrenti è “OK tu proponi di emettere e assegnare senza corrispettivo, a cittadini e aziende, questi Certificati che sono negoziabili immediatamente, quindi hanno valore fin da subito. Saranno utilizzabili (due anni dopo l’emissione) per pagare le tasse. Su che basi prevedi che questo non crei difficoltà, in futuro, riguardo alla sostenibilità del debito pubblico ?”
 
Domanda molto legittima (formulata tra gli altri, pochi giorni fa, da Alessandro Pedone). Qui di seguito illustro un modello numerico, dove mi sono sforzato al massimo di chiarire i dati essenziali senza introdurre nessuna complicazione superflua.
 
Parto dalle previsioni dell’ultimo documento rilasciato dal Ministero dell’Economia (MEF) (20.9.2013). Per il 2013 si prevede un PIL di 1.557 miliardi e un rapporto debito pubblico lordo / PIL del 133%.
 
Per gli anni successivi (2014-2017) il documento prevede tassi di crescita reali positivi (1-1,7-1,8-1,9%), troppo bassi tuttavia per ridurre la disoccupazione e il sottoutilizzo della capacità produttiva dell’economia. Dal 2018 in poi, ho ipotizzato un 1,5% costante.
 
L’inflazione (deflatore del PIL) è prevista sotto il 2% fino al 2017. Ho mantenuto il 2% successivamente.
 
Il documento MEF prevede anche che si riesca, tra il 2014 e il 2015, a portare il bilancio pubblico in pareggio. Il debito pubblico quindi finisce per stabilizzarsi a 2.140 miliardi nel 2017, e cala gradualmente in rapporto al PIL.
 
Questo è lo scenario “inerziale”, senza CCF.
 
Lo scenario “con CCF” prevede di assegnare, a partire dall’1.1.2014, 200 miliardi (all’anno) di Certificati di Credito Fiscale.
 
Essendo moneta (sia pure a utilizzo differito) i CCF immediatamente aumentano il potere d’acquisto di chi li riceve e diminuiscono il costo del lavoro effettivo delle aziende (destinatarie di una quota rilevante di assegnazioni, al fine di riallineare la competitività delle imprese italiane ai livelli dei paesi più efficienti dell’area euro-nord – Germania in primo luogo).
 
Moltissimi tra i più affermati economisti (Olivier Blanchard e Paul Krugman tra gli altri) affermano che in una situazione di domanda molto depressa, un’azione di sostegno alla domanda produce una crescita di PIL più che proporzionale. Questo accade perché il maggior potere d’acquisto mette in moto una catena di eventi: il percettore aumenta i consumi, le aziende espandono la produzione, riprendono ad assumere, si rivitalizza il credito bancario perché le imprese e gli individui migliorano la loro affidabilità, eccetera.
 
Ho qui ipotizzato un effetto moltiplicativo di 1,5, distribuito però su tre anni. In pratica 200 miliardi di potere d’acquisto in più espandono il PIL di 300, in ragione di 100 all’anno nel 2014, nel 2015 e nel 2016.
 
Infine, nel 2013 le entrate delle pubbliche amministrazioni sono state pari al 48,7% del PIL. Ho lasciato la percentuale costante: quindi 100 miliardi di PIL in più producono 48,7 miliardi di maggiori incassi statali. Nel 2014 e nel 2015 questo genera una riduzione del debito pubblico.
 
A partire dal 2016, continua il beneficio del maggior PIL sugli incassi statali, a fronte del quale però ogni anno 200 miliardi di CCF vengono utilizzati per pagare tasse e altri oneri dovuti allo Stato.
 
Alla fine i due effetti, in termini di valore assoluto del debito pubblico lordo, si compensano. Anche nello scenario “con CCF” ci si stabilizza a circa 2.100-2.200 miliardi.
 
Naturalmente con un’importantissima differenza: nello scenario “con CCF” il PIL è molto più alto, la disoccupazione è molto più bassa e il rapporto debito pubblico lordo / PIL già nel 2016 è del 100% circa, e rimane costantemente, nettamente inferiore rispetto al caso “senza CCF”.
 
Ecco qui i numeri.
 
 
Anno  201320142015201620172018201920202021202220232024202520262027202820292030
PIL senza CCF 1.5571.6021.6611.7191.7821.8451.9101.9772.0472.1192.1942.2712.3522.4352.5212.6102.7022.797
Crescita reale1,0%1,7%1,8%1,9%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%
Inflazione   1,9%1,9%1,7%1,7%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%
Debito pubblico lordo2.0712.1282.1492.1492.1402.1402.1402.1402.1402.1402.1402.1402.1402.1402.1402.1402.1402.140
Debito pubblico lordo / PIL %133,0132,8129,4125,0120,1116,0112,0108,2104,5101,097,594,291,087,984,982,079,276,5
Beneficio da CCF  100100100              
PIL con CCF 1.5571.7021.8642.0302.1042.1782.2552.3352.4172.5022.5912.6822.7772.8752.9763.0813.1903.303
Crescita reale escluso beneficio CCF1,0%1,7%1,8%1,9%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%
Crescita reale incluso beneficio CCF7,3%7,5%7,1%1,9%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%1,5%
Inflazione   1,9%1,9%1,7%1,7%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%2,0%
Debito pubblico lordo2.0712.0792.0012.0502.0832.1212.1522.1782.1982.2112.2182.2182.2102.1962.1742.1442.1052.059
Debito pubblico lordo / PIL %133,0122,1107,3101,099,097,495,593,390,988,485,682,779,676,473,069,666,062,3
Maggior PIL  100204311322333345357370383397411425440456472488506
Maggiori incassi fiscali  48,7%4999152157163168174180187193200207215222230238247
Effetto utilizzo CCF    -200-200-200-200-200-200-200-200-200-200-200-200-200-200-200
Differenza debito  491481005719-13-38-58-71-78-78-70-56-34-43481

martedì 8 ottobre 2013

La riforma “morbida” dell’euro con i CCF (Certificati di Credito Fiscale)

La soluzione della crisi è, dal punto di vista tecnico, molto più semplice di quanto si pensi.
 
L’euro, com’è costruito oggi, è un sistema troppo rigido. E’ una moneta sottovalutata rispetto ai fondamentali della Germania, sopravvalutata per l’Italia e per gli altri paesi mediterranei.
 
“Spaccare” l’euro e sostituirlo con monete nazionali è possibile ma complicato, e manca il necessario consenso politico. Inoltre l’opinione pubblica, pur rendendosi conto in misura crescente che qualcosa non funziona, è preoccupata dal fatto che una manovra “deflagrante” possa sfuggire di mano.
 
La soluzione è che i vari paesi in deficit di competitività rispetto alla Germania introducano una nuova forma di titolo di stato, i Certificati di Credito Fiscale (CCF).
 
Il CCF è un titolo di stato monetario, non uno strumento di debito. Monetario significa che lo stato emittente non lo rimborserà in cash, ma (a partire da due anni dopo l’emissione) lo accetterà in pagamento di tasse, imposte, contributi sociali e pensionistici eccetera.
 
L’Italia può emettere 200 miliardi di CCF all’anno, assegnandoli gratuitamente ai datori di lavoro (80 miliardi), ai lavoratori (70 miliardi), mentre altri 50 potrebbero essere dati in corrispettivo di pagamenti scaduti a fornitori delle pubbliche amministrazioni, di opere di pubblica utilità eccetera.
 
Il percettore può mantenere i CCF in portafoglio, o venderli sul mercato con un piccolo sconto, paragonabile a quello di un BOT a due anni.
 
Si ottengono subito una forte immissione di liquidità nel sistema economico e una poderosa ripresa dell’attività economica. Cresceranno anche le entrate fiscali, in modo tale da compensare, quando i CCF arriveranno a scadenza tra due anni, il loro utilizzo per pagare le tasse. Quindi non ci sarà incremento del debito pubblico italiano, mentre migliorerà nettamente il rapporto debito pubblico / PIL (grazie all’aumento del denominatore).
 
In un paio di anni, si può stimare una crescita del PIL italiano più che proporzionale rispetto alle dimensioni dell’intervento (grazie agli effetti moltiplicativi dello stimolo alla domanda, che avvia un circolo virtuoso: le aziende producono e vendono di più, riprendono ad assumere, i nuovi dipendenti aumentano i consumi eccetera).
 
Un’azione da 200 miliardi permette un recupero di PIL di 300, che è quanto necessario a recuperare la perdita di occupazione di cui l’Italia ha sofferto dal 2007 ad oggi.
 
Inoltre la quota allocata alle aziende riduce il costo del lavoro effettivo (senza penalizzare le retribuzioni nette, che anzi aumentano).
 
Quest’ultimo è un punto di grande importanza.
 
L’abbassamento del costo del lavoro per le aziende riduce praticamente a zero il rischio che la forte ripresa del PIL si accompagni a inflazione. Rischio comunque basso, visto che non sono prevedibili tensioni inflazionistiche prima che vengano riassorbiti (almeno in gran parte) gli attuali, estremamente elevati, livelli di disoccupazione e di sottoutilizzo della capacità produttiva del sistema economico.
 
Il miglioramento immediato di competitività porta, inoltre, il costo del lavoro per unità di prodotto italiano (CLUP) a livelli tedeschi. Questo evita che la ripresa italiana si traduca in un peggioramento dei saldi commerciali esteri e in problemi di bilancia di pagamenti: l’import aumenterà a causa della ripresa, l’export netto crescerà anch’esso, grosso modo in pari misura, grazie al forte miglioramento del CLUP.
 
Una soluzione come questa ha l’enorme vantaggio che NON occorre chiedere NULLA alla Germania:
 
-non si chiedono trasferimenti finanziari
-non si chiedono eurobond

-non si chiede ai tedeschi di aumentare le loro retribuzioni e quindi di perdere competitività

-non si chiede ai tedeschi (come avverrebbe in seguito al break-up dell’euro) di rivalutare la loro moneta

-non si chiede ai tedeschi (ancora, come avverrebbe in seguito al break-up dell’euro) di accettare il rimborso dei loro crediti in moneta svalutata.

domenica 6 ottobre 2013

Articoli su Voxeu

Biagio Bossone, oltre a scrivere l'introduzione del libro in uscita (la prefazione sarà di Warren Mosler) ha citato la soluzione Certificati di Credito Fiscale in due articoli usciti su Voxeu.org, prestigioso sito che pubblica analisi e commenti su temi di macroeconomia e di politica economica.

NB Il titolo definitivo del libro (Hoepli Editore, in libreria tra poche settimane) è "Una soluzione per l'euro - Gli strumenti per rimettere in moto l'economia italiana". CCF a parte, rispetto al progetto originario la sezione di Giovanni Zibordi parla molto estensivamente di moneta, credito e debito pubblico: perché le depressioni (compresa quella attualmente in corso) sono prodotte dall'insufficiente circolazione monetaria, perché il debito pubblico è in larga misura un falso problema e l'austerità una non soluzione, e molto altro.

Gli articoli di Biagio li trovate qui e qui e sono una molto interessante rivisitazione delle politiche monetarie "non convenzionali". "Non convenzionali" più che altro nel senso che, pur essendo ben note e chiare agli economisti competenti, non sono quelle in voga presso le istituzioni politiche. In primo luogo a Bruxelles e a Francoforte e di conseguenza a Roma, purtroppo.

Speriamo ancora per poco.

sabato 5 ottobre 2013

Birra, Cina e welfare state

In merito allo stato attuale dell’economia, non è certo difficile, oggi, imbattersi in commenti e citazioni “presunte molto assennate”.
 
Per intenderci, il tipo di affermazione che suona saggia a un distinto signore, con una buona posizione professionale, di quelli che leggono il Corriere della Sera, che ritengono Panebianco un profondo politologo, che hanno visto in Monti (al suo arrivo) il salvatore della patria, che su Alesina e Giavazzi cominciano ad avere qualche dubbio ma insomma, li considerano ancora economisti di vaglia.
 
Prendiamo ad esempio questa. L’ho sentita attribuire all’Economist e ad Angela Merkel, non so chi abbia copiato da chi o se magari tutti e due da qualcun altro (ma non importa).
 
“L’Europa ha il 7% della popolazione mondiale, il 25% del PIL, ma il 50% delle spese per welfare. E’ insostenibile”.
 
Forte vero ? leggi questa frase e come fai ad avere ancora dubbi che il welfare state vada tagliato ?
 
Però se magari la metti a confronto con quest’altra…
 
“la Germania ha l’1% della popolazione mondiale, il 4% del PIL ma consuma il 10% di tutta la birra. Quindi aboliamo l’Oktoberfest”.
 
Il livello di analisi economica è esattamente lo stesso.
 
Dietro alle affermazioni sulla necessità ineluttabile di tagliare il welfare (e le retribuzioni) c’è un concetto del genere: vent’anni fa Cina e India erano puntini minuscoli sulla mappa dell’economia mondiale, ora sono cresciuti e competono grazie a bassi salari e a bassi livelli di protezione sociale. Quindi noi dobbiamo allinearci al ribasso, giusto ?
 
Ma a che cosa devono essere correlati retribuzioni e welfare, in un determinato paese ? alla capacità dell’economia di produrre beni e servizi. E questa capacità è calata in Occidente rispetto a vent’anni fa ? NO. Anzi è cresciuta, perché la tecnologia e l’inventiva umana non si fermano.
 
L’emergere di paesi economicamente meno sviluppati è sicuramente un fenomeno di grande importanza. Ma se io ho una capacità di produzione otto volte superiore a quella del mio vicino, e quello a un certo punto recupera e raddoppia, quindi la differenza da otto scende a quattro, significa che io devo RIDURRE il mio benessere ? e perché mai ?
 
Certo, esistono il commercio e la concorrenza internazionale. I paesi emergenti prenderanno quota in certe produzioni, tendenzialmente quelle a minor valore aggiunto. I paesi più progrediti dovranno riorientarsi e riconvertirsi.
 
Processi non semplici, da gestire nei tempi e nei modi.
 
Ma nei paesi emergenti intanto si diffonde benessere, crescono i segmenti di popolazione con capacità di consumo a livello occidentale, si aprono spazi per i produttori (occidentali) di beni a maggior contenuto di qualità, tecnologia eccetera.
 
Le economie occidentali, i loro settori, le loro aziende, hanno necessità di spostare la composizione della loro attività. Ma NON di abbattere le retribuzioni e il welfare: l’effetto principale di questo è, di gran lunga, la caduta dei consumi e della domanda interna. E nessun fenomeno di recupero di competitività nei confronti dell’estero è in grado di compensarlo.
 
Soprattutto se, come oggi, la domanda è già a livelli depressi, e per di più queste azioni vengano intraprese contemporaneamente da tutti i paesi in difficoltà.
 
La pretesa di risolvere la crisi riducendo il sistema di protezioni sociali ha lo stesso senso (è in effetti una variante sul tema) della strategia di deflazione salariale. E’ controproducente, insostenibile e autodistruttiva.
 
Modificare il sistema monetario reintroducendo flessibilità (quella che l’euro com’è oggi non contempla), ripristinare domanda e PIL, riportare il sistema economico al suo potenziale di produzione e occupazione. Questi sono gli obiettivi: totalmente raggiungibili, Cina o non Cina.
 
E totalmente compatibili con il mantenimento del welfare state: il PIL potenziale italiano è 300 miliardi superiore all’attuale. E pensiamo di non poterci permettere il welfare ? chi lo afferma è fuori strada.
 
Tutto questo, va precisato, non ha nulla a che vedere con la dialettica pubblico / privato, cioè se determinate forme di spesa sociale debbano essere erogate dallo stato, garantite dallo stato ma erogate da privati, o addirittura lo stato se ne debba disinteressare.
 
Prendiamo la sanità, per esempio. Può esistere un servizio sanitario pubblico (come in Italia e in molti paesi europei), un sistema in cui lo stato garantisce livelli minimi di copertura sovvenzionando il costo dell’assicurazione sanitaria privata (grosso modo il modello USA) o, in astratto, lo stato potrebbe non occuparsene affatto.
 
Quest’ultimo modello non lo adotta, credo, nessuno. Ma se fossimo così massimalisti sulle virtù del privato da prenderlo in considerazione, la conseguenza economicamente corretta sarebbe di azzerare la spesa sanitaria pubblica (sia per erogare il servizio che per sovvenzionare forme di assicurazione) e di conseguenza anche i contributi prelevati per finanziarla.
 
L’approccio ultraliberista (nel senso corretto del termine) portato all’estremo equivale a: spesa pubblica molto più bassa, reddito disponibile per i cittadini molto più alto. Ma questo non cambia i redditi lordi, né il costo totale del lavoro.
 
Sarebbe la via “Margaret Thatcher” portata alle conseguenze ultime. Che io NON condivido in primo luogo sulla base di considerazioni di equità e di solidarietà.
 
Ma che per di più non regge alla prova dei fatti. Confrontiamo l’Italia, dove la maggior parte dei servizi sanitari sono erogati dal pubblico, e gli USA, dove sono gestiti dal privato.
 
Ebbene l’Italia, rispetto agli USA (e anche alla Germania, per la verità) ha: una spesa sanitaria pro-capite, e in rapporto al PIL, minore; una mortalità infantile inferiore; e una durata media della vita più elevata.
 
Tuttavia mi preme rimarcare un’altra cosa. Quello che ho definito “ultraliberismo” (spesa pubblica molto più bassa, reddito disponibile per i cittadini molto più alto) NON è la via che, oggi, si sta cercando di percorrere in Europa.
 
La via che si sta cercando di percorrere è MOLTO peggio. Smantellamento delle protezioni sociali per competere AL RIBASSO contro i paesi emergenti.
 
Questa, sotto il profilo sia economico che sociale, è una strada disastrosa, iniqua e insostenibile.

giovedì 3 ottobre 2013

Quattro proposte...

Il Sole 24 ore, 3 ottobre 2013: link.

Blanchard, Cattaneo, Fitoussi, Krugman... secondo me la migliore è quella di Cattaneo.

PS Avevate capito che sono un narcisista pazzesco, vero ???

PPS Sto scherzando... il problema è serio ma sdrammatizziamo un po'... :)

martedì 1 ottobre 2013

Sagge parole Claudio Borghi, ma serve un programma attuabile

Claudio Borghi è una figura molto nota tra gli economisti e i divulgatori che stanno oggi prodigandosi in un’intensissima opera di informazione sulla crisi economica e sui problemi del sistema monetario europeo. In questo momento è forse il più conosciuto in Italia, insieme ad Alberto Bagnai (con il quale opera in stretto coordinamento) e a Paolo Barnard.

Intervenendo in una conversazione facebook, un paio di settimane fa ha scritto:

“Allora, cerco di essere chiaro: per uscire dall’euro in modo unilaterale non c’è bisogno di chiedere nulla a nessuno, si esce e stop, quindi è perfettamente inutile parlare con altri in Europa di ciò. Ovvio che questa sia la mia prima scelta. Peccato che però per farlo occorre che qui in Italia il 130% degli elettori sia convinto e informato perché altrimenti i partiti tradizionali non faranno mai nulla. Io faccio del mio per cercare di spiegare meglio che posso a tutti ma l’informazione generalista sapete tutti a chi è in mano. Comunque non demordo”.
Nel frattempo, insieme a Bagnai e a un gruppo di economisti di varie nazionalità, Borghi ha sottoscritto un “Manifesto di solidarietà europea”, che propone “la segmentazione controllata dell’eurozona mediante uscita preconcordata dei paesi più competitivi”. Vale a dire, fondamentalmente, della Germania.

La citazione sopra riportata indica senza ambiguità che Borghi non crede a questa soluzione, cioè nella volontà della Germania di prenderla anche solo minimamente in considerazione. Evidentemente il “Manifesto” è, per lui, uno strumento in più per sensibilizzare la pubblica opinione. Ma la via rimane l’Italia che “esce e stop” che però richiede un’altissima percentuale di elettorato “convinto e informato”.

Tutto questo ha una logica: ma a mio modesto avviso trascura che l’uscita “secca” dell’Italia dall’eurozona è sicuramente fattibile, ma altrettanto sicuramente implica una serie di problemi operativi, psicologici e politici.

Tra i problemi operativi si possono citare: come evitare fughe di notizie nell’imminenza dell’attuazione; come prevenire movimenti disordinati sui mercati dei capitali; come gestire i contenziosi che sicuramente nasceranno (il creditore tedesco accetta di essere pagato in nuove lire perché il finanziamento era di diritto italiano ? e nello stesso tempo l’italiano che ha attività finanziarie in Germania ne ottiene la rivalutazione, senza che i tedeschi dicano beh ?); quali saranno gli effetti di cambio per banche e aziende che hanno sbilanci tra partite attive e passive con l’estero, e che non hanno coperto perché non potevano sapere a che tipo di rischio di traslazione erano esposte.
In merito a quest’ultimo punto, tra l’altro, mi piacerebbe che qualcuno indicasse uno studio relativo a questi effetti di traslazione e ai possibili scenari, valutati anche sul piano giuridico (contratti che si convertono o meno, possibili azioni di rivalsa eccetera). Forse ne esiste qualcuno: io li ho cercati ma non ne ho trovati.

Dal punto di vista dell’opinione pubblica, non mi stanco di ripetere una cosa. Il risparmiatore italiano ha una sola certezza se gli si prospetta uno scenario di euroexit dell’Italia. Che il suo conto corrente o i suoi titoli di stato saranno trasformati in qualcosa che vale di meno. Da euro a nuove lire svalutate.

Non spiegatemi (non c’è bisogno) che il danno in realtà è minimo perché il risparmiatore italiano vive e spende (di solito) in Italia e l’inflazione dovuta all’uscita non ci sarà, o sarà in proporzione molto inferiore. Qualsiasi economista competente lo sa. Ma la persona media in buona fede può non saperlo, non capirlo o comunque non fidarsi.

Il punto è: la via di rottura secca, di possibile deflagrazione, dell’eurozona è qualcosa su cui un forte consenso di pubblica opinione è molto difficile da coagulare. Ed è proprio su questo che hanno fatto affidamento i creatori dell’euro – chiudo la porta, butto via la chiave e poi nessuno la ritroverà, o meglio in teoria sa dov’è ma non se la sente di aprire la porta e uscire dalla prigione.

Ma su questo si sbagliavano. Una costruzione economica o politica non è mai irreversibile. E’ caduto l’impero romano, è caduta l’Unione Sovietica, e dovrebbe essere impossibile cambiare un sistema monetario ?

E’ POSSIBILE, ma la complessità e soprattutto i tempi in cui si arriverà a farlo dipendono ANCHE dall’avere a disposizione un progetto DI DETTAGLIO, che eviti tutti i problemi operativi e psicologici che il break-up comporta (e che sarebbe un errore ignorare).

E’ quello che mi sto sforzando di fare divulgando il progetto Certificati di Credito Fiscale (CCF), non solo avendolo ideato ma anche elaborandolo in una proposta di legge. Che come qualsiasi cosa può naturalmente essere discussa e migliorata, ma rispetto al “break-up” ha “qualche” vantaggio – tra cui: può essere introdotta, letteralmente, DOMANI MATTINA.
Mi permetto di suggerire a Claudio Borghi di riprendere in considerazione la via “morbida”, di “affiancamento e sostituzione”, rispetto alla strada di rottura dell’euro. Dico riprendere perché ho avuto modo di parlargliene quasi un anno fa, riscontrandone interesse – a parole, perché da allora in realtà ha continuato a battere sul concetto che “il break-up non ha alternative”.

Idem per Alberto Bagnai: che ancora di recente ha scritto che qualcuno “difende ancora l’euro, a volte in modo coperto, evocando monete comuni o parallele di cui non si capisce mai bene il senso”. Probabilmente aveva in mente la proposta “euro-bancor” che anch’io non ritengo credibile (pronto a cambiare idea, nel caso, quando ne avrò visti i dettagli attuativi – al momento non mi risulta che nessuno li abbia formulati).

Ma i Certificati di Credito Fiscale sono tutt’altro. Sono sì una moneta parallela, ma introdotta e costruita in modo da poter ottenere tutti i benefici del break-up, evitandone però le elevatissime difficoltà di attuazione.

In qualche misura è un problema di comunicazione, di etichette che sono più o meno evocative e che quindi inducono (o no) chi le vede a pensare di averne capito le implicazioni.

“Via dall’euro” è uno slogan di tre parole, immediato.
“Introduciamo una strumento monetario nazionale parallelo” ne richiede qualcuna in più.

Ma in entrambi i casi, capire che cosa sia più efficace o meno, più semplice o più complesso da attuare, richiede di andare oltre le etichette.