sabato 18 gennaio 2014

Il M5S non si è schierato, è un problema ?


Non si è esplicitamente schierato a favore dell’uscita dall’euro “senza se e senza ma”, e questo disturba parecchi eurocritici.

Allora, il M5S è esplicitamente a favore della rimozione / ridiscussione dei vincoli di governance economica che caratterizzano l’eurozona e la UE – il 3% deficit / PIL, il MES, il fiscal compact, il pareggio di bilancio.

Però non dice “break-up” e continua invece a parlare di referendum. E questa è ritenuta una posizione troppo blanda, ambigua, confusa da chi sostiene che “o break-up o sei PUD€”.

Ma ci sono un paio di elementi oggettivi che sfuggono all’attenzione di molti, e che è invece bene aver presente.

In primo luogo, il sistema monetario europeo può essere efficacemente ristrutturato, per iniziativa autonoma di ogni singolo paese, senza passare tramite un break-up. Questo è un dato tecnico, un elemento di fatto - a modesto avviso di chi come me ha elaborato in dettaglio una via per effettuare questa ristrutturazione. Chi non ne è a conoscenza dovrebbe, mi sembra, approfondirla e (se non è in grado di confutarla sul piano tecnico) prendere atto che il break-up non è l’unica strada, e neanche la migliore.

In secondo luogo, il referendum è una via impercorribile in quanto, si dice, nell’imminenza delle sua effettuazione si avrebbero turbative di mercato, fughe di risparmio all’estero, rischi di corse agli sportelli eccetera. E questo è inaccettabile perché tra l’annuncio del referendum e la sua effettuazione passano necessariamente diversi mesi.

Già. Ma i breakuppisti duri e puri non hanno pensato a una cosa. Se un partito (o movimento che sia) che abbia una concreta chance di vincere le elezioni, di diventare il prossimo partito di governo, mette nel suo programma con grande determinazione e credibilità il break-up… tutto quanto sopra (turbative, fughe di risparmio, bank-runs) avviene, appunto, nel momento in cui le condizioni per accedere al governo si verificano.

Detto altrimenti, non c’è effetto sorpresa.

Dice: ma la Lega Nord si è schierata per il break-up “senza se e senza ma”. Ma la Lega Nord sa bene che non arriverà mai a essere il partito di riferimento di una coalizione di governo.

Chiarisco: valuto positivamente la presa di posizione della Lega, perché ritengo che si debba ragionare in termini di Comitato di Liberazione Nazionale: formare l’aggregazione di forze politiche più ampia possibile che attui l’uscita dalla camera a gas economica che è, oggi, l’Eurozona.

Quindi ben vengano tutti i soggetti che saranno disponibili a far parte di questa aggregazione. Ma la Lega ne potrà essere un partecipante, non il perno: che dica “break-up” a voce spiegata non è determinante su come realmente si agirà.

Ancora: ma Marine Le Pen in Francia ? beh a quanto mi consta neanche il Front National ha MAI detto “break-up o niente”. Ha detto e sta dicendo: fuori dai trattati, dai vincoli, dalla gabbia. Sulle modalità specifiche non mi risulta che si sia espresso – come un movimento politico che aspira alla leadership di governo effettivamente NON è tenuto a fare, e probabilmente NON è opportuno che faccia, fino al momento in cui l’azione verrà effettivamente attuata.

Tornando al M5S: quello che oggi deve dire, e sta dicendo, è: no a questa governance economica e a questo sistema monetario e finanziario.

Sulle modalità, è corretto che si tenga le mani libere. Primo, perché la via riformista, morbida, esiste.

Secondo, perché ove mai si imboccasse la strada del break-up, sarebbe (per ammissione dei breakuppisti stessi…) non solo possibile o opportuno, ma addirittura indispensabile restare nell’ambiguità fino all’ultimo momento.

giovedì 16 gennaio 2014

Che cosa hanno in testa gli eurocrati ?


La domanda me l’ha posta Fabio Cattaneo, che, in nessun particolare ordine di importanza (ai fini di quanto segue) (1) è una persona molto intelligente (2) non ha studiato economia (è ingegnere elettronico) (3) si sta, come tanti altri, formando un’opinione su quello che succede (4) è allibito da quanto legge e sente dire in merito a euro, crisi economica, austerità, fiscal compact, MES eccetera (5) è mio fratello.


Più precisamente la domanda è: se tutto quanto sta accadendo è privo di qualsiasi logica di corretta gestione macroeconomica, se sta prolungando e aggravando la crisi senza nessuna possibilità di risolverla, se in altri termini per andare da Milano a Venezia ci si è incamminati per Torino – e si rifiuta di invertire il percorso – beh, per quanto sbagliati, distorti, confusi, contraddittori, autolesionisti, dei motivi ci saranno - vero ?


Provo a indicarli e a quantificare il loro peso.


Cospirazione per creare una dittatura tecnocratica (20%)


Afflato verso la creazione del nobile ideale degli Stati Uniti d’Europa, ritenuto un grande salto evolutivo per l’umanità (qualcosa tipo il paradiso sovietico dei lavoratori, insomma un fine che giustifica la triste ma inevitabile necessità storica di rovinare la vita di qualche decina di milioni di persone) (50%)


Incompetenza in buona fede (60%)


Consapevolezza che l’euro non funziona, ma incapacità di immaginare un’alternativa applicabile senza i traumi del break-up (90%)


Autoreferenzialità e carrierismo: vivi in un mondo slegato dalla realtà quotidiana, dove si fa carriera allineandosi alle opinioni di chi in quel momento conta di più (60%)


Collusione con interessi economici che in passato hanno beneficiato moltissimo (oggi meno) da questa situazione (60%)


Rifiuto di ammettere gli errori e di assumerne le conseguenti responsabilità (60%)


Il totale fa 400% e non 100%, che non è un errore perché in ogni persona si mischiano varie motivazioni.


Non so se è utile, questa riflessione, ma l’ho trovata interessante. Graditi commenti (come sempre…)

martedì 14 gennaio 2014

Euro break-up, riforma morbida e posizione patrimoniale dell’Italia sull’estero


Uno dei principali argomenti di questo blog è descrivere un progetto di recupero della sovranità monetaria da parte dell’Italia, basato però su un meccanismo “morbido” e non su uno schema di break-up.


Quindi, introduzione di una forma di moneta nazionale, i Certificati di Credito Fiscale, immediatamente utilizzati per rilanciare la domanda e la capacità di spesa, nonché per ridurre i costi di lavoro effettivi delle aziende (senza penalizzare le retribuzioni, anzi aumentandole).


Si evita, per questa via, la “spaccatura” dell’euro, che vorrebbe dire cambiare la moneta di denominazione di debiti, crediti, contratti, retribuzioni, pensioni – trasformandoli da euro a Nuove Lire (con connessa svalutazione).


I vantaggi dello schema “morbido” rispetto al break-up sono descritti in parecchi articoli del blog, per esempio qui in forma sintetica e qui in modo più esteso.


Un punto apparentemente sfavorevole è invece il seguente. L’Italia è, nel suo complesso, un paese debitore verso l’estero. Se i debiti vengono convertiti in Nuove Lire e svalutati, per il paese c’è un vantaggio patrimoniale, che con il meccanismo “morbido” al contrario non si ottiene.


Una prima considerazione tuttavia è che nel progetto CCF, una parte significative delle emissioni vanno a ridurre i costi effettivi delle aziende e producono un recupero di competitività analogo a quello che sarebbe conseguito mediante la svalutazione della Nuova Lira conseguente al break-up.


Riguardo al debito estero, la cosa importante non è tanto il suo importo quanto la sua sostenibilità. Se l’Italia svaluta e converte il debito in Nuove Lire, la sostenibilità migliora.


Ma lo stesso tipo di miglioramento viene ottenuto se tutto il debito rimane in euro, e anche i costi delle aziende rimangono espressi in euro, MA vengono fortemente ridotti grazie alle assegnazioni di CCF previste dalla “riforma morbida”.


Questa è già una motivazione molto forte a favore del progetto CCF, rispetto alle ipotesi di break-up: si ottengono benefici analoghi evitando la “deflagrazione” dell’eurozona.


Per approfondire il tema, comunque, è utile analizzare i dati relativi alla posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia. La situazione al 30.6.2013 si può sintetizzare come segue (fonte Banca d’Italia, dati in miliardi di euro).

 

DATI TOTALI
Attivo
Passivo
NETTO
% PIL 2013
Investimenti diretti e altri investimenti azionari
798
-415
383
Finanziamenti, obbligazioni e altri crediti / debiti (incluse posizioni in derivati)
1.075
-1.919
-844
TOTALE ITALIA
 
 
1.873
-2.334
-461
-30%

 

Il saldo netto delle posizioni patrimoniali attive e passive dell’Italia nei confronti dell’estero era, al 30 giugno 2013, negativo per 461 miliardi di euro, corrispondenti a circa il 30% del PIL.


Non si tratta di un valore molto elevato: per intenderci, in rapporto al PIL siamo in una situazione non molto differente dalla Francia o dagli Stati Uniti.


La posizione patrimoniale, tuttavia, va analizzata più in dettaglio effettuando alcune disaggregazioni.


Intanto i 461 miliardi sono un saldo netto tra la posizione relativa ad attività e passività che hanno natura di crediti e debiti, e gli investimenti di natura azionaria (compresi gli investimenti diretti, cioè le aziende italiane controllate da stranieri e, dall’altro lato, quelle straniere possedute da italiani).


I residenti italiani hanno debiti netti verso l’estero per 844 miliardi, parzialmente compensati da un saldo netto degli investimenti di natura azionaria positivo per 383 (844 meno 383 uguale 461, appunto).


Gli 844 miliardi di debiti netti a loro volta sono un saldo: i residenti italiani hanno debiti esteri per 1.919 ma anche crediti verso l’estero per 1.075.


Idem per gli investimenti azionari, dove invece c’è un saldo positivo. L’attivo è 798 (il signor Rossi che possiede azioni Apple, ma anche la Ferrero che ha filiali produttive in Germania o commerciali in Malesia), il passivo 415 (il fondo pensioni californiano che ha azioni Generali, ma anche l’IBM che ha una controllata italiana), per un netto come visto di 383.


Ora, se l’Italia svalutasse che cosa ci aspettiamo che accada alla sua posizione patrimoniale verso l’estero ? è in realtà estremamente aleatorio rispondere, perché l’effetto totale dipende da molti fattori non completamente noti e/o difficilmente prevedibili.


Debiti verso l’estero (1.919): quali si convertirebbero in Nuove Lire e quindi rimarrebbero nella loro valuta originaria ? In quest’ultima fattispecie rientrerebbero tutti quelli denominati in monete diverse dall’euro (dollari, yen, sterline, franchi svizzeri, valute asiatiche ecc.) Ma probabilmente anche i debiti in euro governati da contratti di diritto internazionale e non di diritto italiano. Per i debiti governati da contratti di diritto italiano è possibile dare applicazione alla lex monetae e trasformarli in Nuove Lire, per quelli governati dal diritto internazionale presumibilmente no.


Crediti verso l’estero (1.075): questi sono in euro o in altre valute, e in teoria se l’Italia adotta la Nuova Lira aumentano il loro valore (dal punto di vista del residente italiano che li detiene). In teoria: in quanto c’è da immaginare che se l’Italia svaluta i suoi debiti, ci saranno azioni di ritorsione da parte dei debitori stranieri (tu mi paghi Nuove Lire svalutate, e allora io ti rimborso, a mia volta, in moneta svalutata).


Rimane un saldo netto (844, come si diceva) di eccesso dei debiti rispetto ai crediti. Il beneficio netto della svalutazione potrebbe forse essere stimato in base a quello. Per esempio, una svalutazione del 20% corrisponde in questa ipotesi a un vantaggio di 20% x 844 = 169 miliardi di euro.


Ma è una stima, dicevo, molto aleatoria. Presuppone di convertire in Nuove Lire tutti i debiti esteri: e in parte, per quelli di diritto internazionale, presumibilmente questo sarebbe impossibile. E sicuramente non si convertirebbero quelli in valute diverse dall’euro.


La situazione potrebbe migliorare se i titolari italiani di crediti verso l’estero (i 1.075 di cui sopra) riuscissero a evitare di vederseli convertire in Nuove Lire. Ma qui si tratta di formulare previsioni sull’esito di contenziosi legali che sicuramente nascerebbero e coinvolgerebbero pesantemente non solo i privati ma anche e soprattutto i governi.


Teniamo anche conto che i residenti italiani detengono attività estere di natura azionaria (investimenti diretti e azioni) per, come si diceva, 798 miliardi, superiori ai corrispondenti passivi (415): e se si arriva a situazioni di contenzioso, non è affatto da escludere che possano esserci sequestri e azioni di rivalsa che toccherebbero anche queste attività.


Vi sembra che la situazione sia complicata ? bene, non ho ancora finito… fin qui si è ragionato come se esistesse un “signor Italia” che detiene attivi e passivi verso l’estero. Naturalmente non è così. C’è un settore pubblico italiano, che si trova nella seguente situazione.

 

SETTORE PUBBLICO
Attivo
Passivo
NETTO
% PIL 2013
Investimenti diretti e altri investimenti azionari
80
-49
31
Finanziamenti, obbligazioni e altri crediti / debiti
648
-1.642
-994
TOTALE SETTORE PUBBLICO
 
728
-1.691
-963
-62%

 

Il settore pubblico ha investimenti diretti e investimenti azionari di importi relativamente trascurabili. I numeri importanti sono i debiti verso l’estero (1.642) e i corrispondenti crediti (648), per un saldo totale negativo dell’ordine di un migliaio di miliardi.


Poi c’è il settore privato:

 

SETTORE PRIVATO
Attivo
Passivo
NETTO
% PIL 2013
Investimenti diretti e altri investimenti azionari
718
-366
352
Finanziamenti, obbligazioni e altri crediti / debiti
427
-277
150
TOTALE SETTORE PRIVATO
 
1.145
-643
502
32%

 

Al settore privato fa capo il grosso degli investimenti diretti e degli investimenti azionari (sia attivi che passivi) e questo non sorprende. Ma anche una parte non trascurabile dei crediti e dei debiti, con un saldo netto positivo (150 miliardi, risultato di 427 di attivo e 277 di passivo).


Peraltro, i privati non sono un soggetto unico, e quindi andrebbero capite le posizioni dei singoli, dove si avranno dei danni per alcuni e dei benefici per altri.


Tutto si può gestire, possono essere previsti dei meccanismi di compensazione eccetera. Tuttavia mi preme sottolineare quanto già detto in altri articoli: la situazione post un eventuale euro-breakup è alquanto diversa da quella che segue alla rottura delle parità nell’ambito di un sistema di cambi fissi (lo SME, per intenderci).


Nel 1992, l’Italia abbandonò la parità di 750 lire contro marco, uscì dallo SME e svalutò. Ma rimasero in essere, senza variazioni, tutti i contratti precedentemente stipulati: che si detenessero crediti o debiti in lire, marchi, dollari, yen o qualsiasi altra cosa, la valuta rimaneva quella. Non c’era alcun presupposto per megacontenziosi legali, che infatti non si verificarono.


Inoltre, chi aveva posizioni attive o passive in valuta sapeva che esisteva un rischio di modifica delle parità: i cambi fissi durano finché durano, e i riallineamenti sono sempre possibili (prima del 1992 in realtà se ne erano già avuti diversi, anche se di minore entità). Il rischio di cambio poteva quindi essere stimato. E se un’azienda o un investitore lo riteneva opportuno, poteva limitarlo o azzerarlo con opportune operazioni di copertura (vendita di valuta a termine, opzioni, finanziamenti in valuta ecc.): il che infatti è quanto avvenne nella maggior parte dei casi.


Per tutti questi motivi, la rottura dell’euro sarebbe sicuramente un evento dalle ripercussioni più complicate della rottura dello SME. Se “un po’” più complicate o enormemente più complicate, è una valutazione estremamente aleatoria.


In conclusione formulo una serie di domande ai sostenitori dell’”exit mediante break-up”:


Primo, è stata elaborata un’analisi di dettaglio delle implicazioni giuridiche e quantitative di tutti i fenomeni che ho sommariamente ricapitolato ? non mi risulta, ma sarò grato a chi mi fornirà indicazioni.


Secondo, non ritenete indispensabile definire un piano di dettaglio per attuare una procedura di break-up minimizzando gli effetti di quanto sopra ?


Terzo, vi è chiaro che il vantaggio patrimoniale per l’Italia di una svalutazione del suo passivo netto è estremamente aleatorio da stimare, ma peraltro non è neanche di un ordine di grandezza tale da fare una differenza significativa ?

(Chiarisco: sopra ho formulato l’ipotesi di un beneficio di 169 miliardi. Ora, premesso che l’imprecisione della valutazione, come spiegavo, è altissima, l’Italia attuando la “riforma morbida” si riappropria della sovranità monetaria, della possibilità di sviluppare politiche di pieno impiego e beneficia di un recupero di PIL stimabile nell’ordine di 300 miliardi nel giro di pochi anni. In queste condizioni non ha nessun problema di solvibilità sul suo debito estero: un beneficio una tantum di 100 o 200 miliardi, o quello che sia, non è determinante).


Quarto: ma in realtà non è nemmeno vero che ci sia un beneficio più elevato, nell’ipotesi di break-up, rispetto alla “riforma morbida”. Nel caso di break-up, miglioro la mia solvibilità perché svaluto. Nel caso di “riforma morbida”, la miglioro perché riduco fortemente il carico fiscale effettivo sul lavoro (e quindi abbasso il CLUP). Gli effetti (in termini di recupero del PIL e di sostenibilità del debito) sono analoghi. Mi sbaglio ?


Mi sembra molto importante che si avvii, con i sostenitori del break-up, un dibattito su questi temi.

domenica 12 gennaio 2014

Moneta, inflazione, domanda: quanto sono complicate le cose semplici ?


Quanto è complicato farle capire, voglio dire.

Avete letto l’ultimo articolo del blog, vero ? L’avete trovato semplice, giusto ? forse addirittura banale.

Repeat: stampare moneta non produce inflazione.

I prezzi crescono se la domanda di beni supera l’offerta di beni. Se no – NO.

Se stampo moneta, la do alle banche e quelle non la prestano, non c’è inflazione.

Se stampo moneta, la uso per comprare beni (direttamente da parte dello stato – spesa pubblica – o indirettamente perché riduco le tasse o aumento i trasferimenti a cittadini e imprese – spesa privata) ci sono due possibilità.

Possibilità numero uno: c’è disoccupazione (risorse inutilizzate). Aumenta la produzione, non i prezzi (perché non c’è bisogno di razionare le risorse: si rimettono al lavoro risorse inattive).

Possibilità numero due: se non ci sono risorse inattive in quantità rilevante, allora e solo allora aumentano i prezzi.

Tutto questo è molto semplice, quindi perché questa crisi economica non viene risolta ? basta incrementare la domanda, fino a quando la disoccupazione prodotta dalla crisi viene riassorbita. E fino a quel punto non c’è rischio di inflazione.

Perché non viene fatto ? C’è sotto un grande complotto, una grande congiura ?

Non escludo più nulla (a questo punto). Ma prima di essere certi delle tesi complottiste, ricordiamoci di quanto siano persistenti, vischiosi, difficili da schiodare i luoghi comuni.

Se esiste una congiura per creare l’eurodittatura nazifinanziaria, non sospetteremo certo Ambrose Evans-Pritchard di farne parte, credo.

Molti di voi sicuramente lo conoscono. Giornalista del Daily Telegraph, supercritico dell’euro e della governance economica dell’eurozona, in prima fila nel denunciare i catastrofici errori di Monti, Merkel, Schauble, Barroso, Van Rompuy.

Bene, che cosa ci dice qui ? Draghi deve assolutamente evitare che le economie dell’eurozona, soprattutto quelle in difficoltà (che ormai sono tutte tranne la Germania e pochi piccoli vicini) cadano in deflazione. E facendo cosa ?

Stampando euro, comprando titoli di stato a tutto spiano, fino a quando l’inflazione è risalita al 2%.

Ambrose… se la BCE stampa euro e compra titoli, le banche si ritrovano con moneta al posto di titoli di stato.

Ma se non c’è un’azione di sostegno della domanda, se i governi non spendono di più oppure non mettono soldi in mano al settore privato affinché li spenda lui, che cosa succede ?

Che le banche ridepositano la moneta presso la BCE, i prezzi non risalgono, e neanche la domanda, e neanche la produzione, e neanche il PIL, e neanche l’occupazione. Non abbiamo eliminato il trend deflattivo, né tanto meno agevolato la ripresa dell’economia.

Un altro esempio (un po’ diverso, ma è una variante sul tema). La Bank of England ha avviato un programma di agevolazione del credito per stimolare gli investimenti immobiliari, ha messo a disposizione 90 miliardi di sterline e l’80% non sono stati spesi.

Perché ? ma perché i soldi in questo caso vengono, effettivamente, erogati ai privati, ma a credito. E non hai voglia di indebitarti, anche se ti danno i soldi a condizioni agevolate, se la domanda è debole. Perché il tuo investimento potrebbe non rendere, anzi in questa situazione sei tutt’altro fiducioso nel risultato: e intanto ti sei indebitato.

Si esce dalla deflazione, ma soprattutto si fa ripartire la domanda, mettendo soldi in mano all’economia reale, e senza indebitarla. Più spesa statale oppure meno tasse e più trasferimenti (e quindi più spesa privata). Senza creazione di debito addizionale gravante su cittadini e aziende.

C’è la congiura, c’è la cospirazione, c’è la volontà di creare una dittatura utilizzando la finanza e facendo mancare i soldi e la domanda all’economia ? forse. O forse no.

Sicuramente, semplicemente, banalmente, siamo vittima della difficoltà di liberarci dai luoghi comuni. Anche di quelli che sono stati totalmente confutati ottanta e più anni fa.

giovedì 9 gennaio 2014

Stampare moneta NON produce inflazione


E’ uno dei tanti concetti dell’economia che vanno contro l’intuizione comune. Eppure le ragioni non sono così difficili da comprendere.

Per inflazione s’intende, qui, una tendenza forte e persistente all’aumento del livello medio dei prezzi.

Che cosa provoca l’incremento dei prezzi ? il fatto che la domanda dei beni superi l’offerta.

Immaginiamo che a un determinato livello di prezzo mille persone siano in grado di comprare un’auto. Ma fisicamente è possibile produrne solo novecento.

Allora i prezzi salgono e agiscono come un meccanismo di razionamento.

I prezzi aumentano fino al punto in cui solo novecento persone sono in grado di pagare il maggior prezzo: novecento auto vengono vendute e cento persone rimangono senz’auto.

Bene. Immaginiamo invece una situazione diversa, opposta. Novecento persone sono in grado di comprare un auto ai prezzi attuali, e ci sono impianti, manodopera e materiali sufficienti per produrne mille.

Vogliamo fare in modo che vengano prodotte e vendute mille auto, cioè che le risorse produttive vengano interamente utilizzate.

Prima ipotesi: la banca centrale stampa più moneta. Ma non la mette a disposizione del pubblico. La dà alle banche, acquistando titoli (per esempio titoli di stato) da esse posseduti. Questo è il cosiddetto “quantitative easing”, che dovrebbe servire da stimolo alla domanda.

Ma il clima generale è di pessimismo, e le banche non utilizzano questa moneta per finanziare consumatori e imprese: la lasciano depositata presso la banca centrale.

La domanda, la produzione e i prezzi delle auto aumentano ? no. Non è cambiato nulla né nella domanda di auto, né nella capacità di produrle.

Seconda ipotesi. La banca centrale stampa moneta e la mette a disposizione del governo, il quale in parte la spende e in parte riduce le tasse ai cittadini.

Aumenta il deficit dello stato, inteso come differenza tra spesa statale e incassi fiscali: il che significa che più potere d’acquisto viene messo a disposizione del settore privato.

Tuttavia, come abbiamo visto, la domanda di auto era pari, prima dell’intervento statale, a novecento unità. Ma ci sono impianti, manodopera e materiali per produrne mille. Si parte, quindi, da un alto livello di disoccupazione: non solo disoccupazione della manodopera, ma disoccupazione delle risorse produttive in generale.

La domanda viene incrementata per l’equivalente di cento auto. Le risorse inutilizzate vengono messe al lavoro e vengono prodotte cento auto in più. Aumentano i prezzi ? no, perché non c’è bisogno di razionare le risorse. Si riattivano risorse che in precedenza non venivano sfruttate.

I prezzi aumentano solo quando la domanda supera la capacità produttiva. Stampare moneta è un modo per finanziare l’incremento della domanda. Ma:

Se la moneta viene data alle banche e queste la lasciano depositata presso la banca centrale, non c’è incremento di domanda (né tantomeno di prezzi).

Se la moneta va a incrementare la domanda, ma non la spinge al di sopra della capacità produttiva, non c’è incremento di prezzi.

Se invece la domanda è già pari alla capacità produttiva, allora aumentandola c’è incremento dei prezzi. Ma la causa è la crescita della domanda oltre il livello della capacità, non il fatto (in sé) di aver stampato moneta.

Allora riassumendo:

Caso 1: stampo moneta ma non incremento la domanda. Non c’è inflazione.

Caso 2: stampo moneta, incremento la domanda che però rimane al di sotto della capacità produttiva (o comunque non la supera). Non c’è inflazione.

Caso 3: stampo moneta, incremento la domanda e la porto a livelli superiori alla capacità produttiva. C’è inflazione.

Come vedete, l’unico caso in cui c’è inflazione è quello in cui la domanda supera la capacità produttiva: il caso 3. L’inflazione è causata dalla domanda che eccede l’offerta, non dall’aver stampato moneta.

In situazioni in cui (come oggi) c’è un fortissimo sottoutilizzo delle risorse produttive (leggi alta disoccupazione) non c’è, non ci può essere alta inflazione.

Stati Uniti, Regno Unito, Giappone hanno stampato enormi quantità di moneta, ma non hanno incrementato la domanda al punto da superare la capacità produttiva delle rispettive economie. E non c’è stata inflazione.

Allo stesso modo (anzi a maggior ragione) nell’Eurozona è oggi possibile incrementare fortemente la domanda (finanziando la maggior domanda con moneta di nuova emissione) senza alcun significativo rischio di inflazione.