mercoledì 1 novembre 2023

Chi ha creato il debito pubblico ?

 

Chi ha creato il debito pubblico negli anni, chiede Crudelia De Mon su twitter – cioè scusate, su X.

Il debito pubblico l’hanno creato i governi, tutti i governi, perché la normalità per uno Stato è avere conti pubblici in deficit. Ma NON perché i governi sono corrotti, inefficienti, spreconi, incompetenti.

La normalità per uno Stato è avere conti pubblici in deficit perché le economie crescono, e di pari passo con la crescita i mezzi finanziari in circolazione devono aumentare. E il deficit pubblico è uno dei due principali canali (l’altro è il credito privato) tramite il quale questa crescita ha luogo.

Non è affatto indispensabile che il deficit pubblico dia luogo a debito. Il deficit pubblico si attua emettendo moneta. Questa moneta rimane in circolazione, e il debito pubblico è un apprezzato strumento messo a disposizione della collettività per impiegare la moneta stessa (che costituisce risparmio privato di chi la detiene). E’ un’opportunità, non una necessità.

Non esiste nessun preciso livello dimensionale del deficit e del debito pubblico che DI PER SE’ costituisca un problema. Il deficit può formarsi tramite spese e tasse mal concepite. Il deficit di un particolare anno può essere eccessivo (o carente) per dimensione. E’ eccessivo se l’economia è surriscaldata, è carente se l’economia è depressa.

Ma non esiste alcun livello numerico che sia DI PER SE’, in qualsiasi circostanza, eccessivo.

Idem per il debito pubblico. Il debito pubblico può creare guai se (senza alcuna valida motivazione economica) viene emesso in moneta straniera forte. Cosa scelleratamente attuata dall’Italia a seguito dell’adesione all’euro.

Mentre il debito pubblico in moneta propria è SOLO un (utile, non indispensabile) strumento di impiego del risparmio privato.

domenica 29 ottobre 2023

Speranze per la Palestina

 

Quello che è avvenuto e sta avvenendo a Israele e a Gaza è orribile. Ma chissà che non sia l’evento che innescherà la soluzione dei problemi che affliggono quei luoghi e quelle popolazioni da tre quarti di secolo.

Certo, gli errori e i crimini commessi da tutte le parti in gioco sono tanti. I paesi arabi che si sono rifiutati di riconoscere Israele. L’orrendo trattamento della popolazione palestinese da parte dello stato ebraico. L’ipocrisia dei vicini musulmani. Gli iraniani che soffiano sul fuoco. La soluzione a due stati che non è stata sufficientemente appoggiata dagli USA.

Però forse la situazione è a un punto di svolta. Dell’attacco di terra a Gaza, le uniche cose certe sono che farà danni enormi e che non risolverà nessun problema. Anzi radicalizzerà ulteriormente le posizioni.

La soluzione a due Stati – ma due Stati veri, realmente autonomi, realmente indipendenti – è possibile ? certo che sì. Hamas ha per statuto la distruzione d’Israele ? ha il sostegno della maggioranza dei palestinesi ? ma l’ha solo a causa delle vessazioni a cui è sottoposta la popolazione. Se finiscono quelle, finisce anche la ragione dell’esistenza di Hamas.

Quando ero un ragazzo il conflitto anglo-irlandese pareva irrisolvibile. E’ stato risolto. Prima ancora, pareva che i francesi non se ne sarebbero mai potuti andare dall’Algeria. Se ne sono andati.

Sono cambiamenti che spesso richiedono, per essere attuati, uno statista riconosciuto come leader indiscusso e indiscutibile dalla parte più intransigente. Per il ritiro dall’Algeria, c’è voluto De Gaulle. Forse la soluzione al conflitto israelo-palestinese stava per arrivare nel 2006, a opera del superfalco Ariel Sharon – superfalco ma anche cavallo pazzo che vinse la guerra del Kippur disobbedendo agli ordini. Un ictus ha spento quella speranza.

Tutto cambia nella vita e nella storia. E’ caduto il muro di Berlino, cosa che un solo anno prima ben pochi credevano possibile. E’ finito l’apartheid in Sudafrica. Una serie di problemi si sono risolti – e ovviamente qualcun altro se ne è creato.

Succederà anche in Palestina. Non so quando, spero a breve. Ma succederà.

venerdì 27 ottobre 2023

Chi comprerà il debito USA ?? Terrore !!

 

Leggo di tanto in tanto commenti più o meno terrorizzati in meno alle difficoltà che un determinato paese (non necessariamente l’Italia) potrebbe incontrare nel finanziare il suo deficit pubblico e nel rifinanziare le quote in scadenza del suo debito pubblico.

Per esempio, prendiamo gli USA. IL PIL si aggira intorno a 27.000 miliardi di dollari. Il deficit previsto dal Fondo Monetario Internazionale per il 2024 supera il 7% del PIL, quindi circa 2.000 miliardi. Il debito pubblico lordo a fine 2023 è il 123% del PIL, che corrisponde grosso modo a 33.000 miliardi. Non ho dati precisi sottomano ma se non sbaglio la scadenza residua media del debito è sette anni: se nel 2024 ne scadesse esattamente un settimo si parlerebbe di rifinanziare 4.700 miliardi. Ma le scadenze brevi sono un po’ più “affollate” delle scadenze lunghe: da cui, con ogni probabilità si superano i 5.000.

Quindi 2.000 + 5.000 = 7.000 miliardi di fabbisogno finanziario. Panico ! Paura ! da dove arriveranno tutti questi soldi ?

Partendo dal presupposto che in questo momento il debito non lo sta comprando la Federal Reserve, ed è ben difficile che cambi posizione avviando un nuovo programma di Quantitative Easing, si potrebbe presumere che si stia per andare incontro a qualcosa di molto brutto…

…salvo ragionare su un paio di dettagli.

I 2.000 miliardi di deficit pubblico sono soldi che gli USA spendono in eccesso rispetto alle tasse che incassano. Quindi sono 2.000 miliardi che vengono IMMESSI nell’economia.

I 5.000 miliardi di rifinanziamenti corrispondono a 5.000 miliardi di rimborsi che il Tesoro USA effettua a fronte di titoli in scadenza.

Per cui è vero che nel 2024 il settore pubblico USA ha 7.000 miliardi di esigenze finanziarie. Ma è anche vero che a fronte di ciò, finiscono in tasca agli investitori, statunitensi a non, esattamente… 7.000 miliardi.

A questo punto forse concorderete che farsi prendere dal panico di fronte alla domanda “da dove arriveranno tutti questi soldi” è una reazione, come dire… un filino esagerata.

mercoledì 25 ottobre 2023

L’Italia NON è un paese indebitato

 

Una delle affermazioni più irritanti che mi capita di leggere, purtroppo praticamente tutti i giorni, è quella secondo la quale l’Italia sarebbe un paese “fortemente indebitato”.

Penso che la stragrande maggioranza della popolazione italiana la ritenga un’ovvietà, un dato di fatto risaputo. Naturalmente, l’affermazione si basa sul livello del debito pubblico, che in rapporto al PIL si colloca intorno al 140%.

Un dato più alto della media, certo. Per la verità nettamente più basso del Giappone, che sta al 260%. Non molto più alto di USA, UK, Francia, tutti ben al di sopra del 100%. Però alto rispetto, per esempio, alla media dell’Eurozona, che è il 90% circa.

Il punto però è che il debito pubblico non è il debito DEL PAESE. E’ il debito DEL SETTORE PUBBLICO, delle pubbliche amministrazioni.

Buona parte di questo debito è costituito da titoli posseduti da istituzioni finanziarie, da aziende e da famiglie ITALIANE. E i residenti italiani, inoltre, possiedono un rilevante ammontare di attività finanziarie e patrimoniali estere.

Per stabilire se l’Italia è un paese creditore netto o debitore netto, il dato a cui riferirsi è la cosiddetta Net International Investment Position. La differenza tra le attività finanziarie e patrimoniali estere possedute da residenti italiani; e le attività finanziarie e patrimoniali italiane possedute da residenti esteri. Le prime sono ATTIVITA’ DEL PAESE; le seconde sono PASSIVITA’ DEL PAESE.

Bene, Bankitalia ci fa sapere che al 30.6.2023 il primo dei sopramenzionati fattori era pari a 3.481 miliardi di euro; il secondo, a 3.375 miliardi; e la differenza (la NIIP) era quindi POSITIVA per 106 miliardi.

L’Italia è un paese CREDITORE NETTO SULL’ESTERO.

Il debito pubblico è una forma di detenzione del risparmio offerta dal governo italiano alla collettività. Forma che i residenti italiani utilizzano più di altri. Ma che non creerebbe NESSUN problema, se non si fosse presa l’assurda e scellerata decisione di convertirlo in una moneta che l’Italia non emette e non gestisce – l’euro.

Se il debito pubblico fosse rimasto in lire, in moneta emessa dal settore pubblico italiano, non sarebbe mai esistito alcun problema di rifinanziamento. Il debito pubblico sarebbe rimasto solo quello che è sempre stato – una forma di impiego del risparmio privato.

Ripetetelo a tutti quelli che se ne escono con il consueto luogo comune. A tutti quelli che dicono “dobbiamo soldi a mezzo mondo”, o varianti sul tema. L’ITALIA NON E’ UN PAESE INDEBITATO.

lunedì 23 ottobre 2023

Leggere i dati sull’inflazione

 

Preparatevi all’annuncio di una grossa “sorpresa” quando verranno comunicati i dati sull’inflazione di ottobre 2023. Perché a livello di stampa e di opinione pubblica, quasi tutti hanno in mente che l’inflazione viaggi intorno al 5%. In realtà è già scesa, e anche di parecchio.

Vi suona strano ? I dati vengono sempre comunicati facendo riferimento alla variazione mensile e alla variazione annuale. A settembre 2023, la variazione annuale rispetto al settembre 2022 è stata appunto del 5%: l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) è salito da 113,5 a 119,2 (fatto pari a 100 il livello medio 2015).

Ma se prendiamo la variazione su un periodo solo di un mese più breve, da ottobre 2022 a settembre 2023, troviamo un incremento molto più basso – da 117,1 a 119,2. Quindi appena +1,8%.

La ragione è che nell’ottobre del 2022 si è scaricato sull’indice un grosso aumento del prezzo di gas ed elettricità. Il famoso caro bollette. Uno scalino che ha inciso per oltre il 3% sull’indice generale.

Questo scalino non è destinato a ripetersi. Se nel mese di ottobre 2023 registrassimo un incremento uguale a quello di settembre, +0,2%, la variazione annuale scenderebbe “magicamente” centrando il famoso obiettivo del 2%.

Magari poi avremo qualche decimale in più, ma non certo un 3% mensile (fenomeno del tutto anomalo).

Prepariamoci a titoli a molte colonne, e probabilmente a qualche comunicato giubilante da parte del governo, su un “effetto sorpresa” che di sorprendente non ha proprio nulla.

sabato 21 ottobre 2023

Tre presupposti sbagliati delle politiche di bilancio pubblico


Presupposto sbagliato numero uno: non è vero che il debito pubblico sia destinato a essere “ripagato”, nel senso di “estinto”. Il debito pubblico non si estingue ma si rifinanzia. Nessun paese ha mai estinto il suo debito pubblico, e (salvo in rari casi e per periodi brevi e transitori) nessun paese lo ha mai nemmeno diminuito in valore nominale.

Presupposto sbagliato numero due: non è vero che sia virtuoso avere conti pubblici in pareggio. Il deficit di bilancio è uno dei principali meccanismi tramite i quali vengono immessi mezzi finanziari nell’economia. Mezzi finanziari che devono crescere via via che l’economia medesima si sviluppa. La normalità, per qualsiasi Stato, è avere conti pubblici in deficit.

Presupposto sbagliato numero tre, conseguenza dei primi due: il principio che “per ogni spesa vada identificata la relativa copertura” è privo di senso. Una copertura per ogni spesa implica che la condizione ottimale sia il pareggio del bilancio pubblico. Il che non è vero.

mercoledì 18 ottobre 2023

L’origine della povertà italiana

 

Negli ultimi quindici anni, dalla crisi finanziaria del 2008 in poi, l’Italia si è fortemente impoverita. Gli individui in situazione di povertà assoluta erano stimati dall’ISTAT, nel 2007, in meno di due milioni; oggi si aggirano intorno ai sei.

Naturalmente abbiamo avuto una serie di eventi esogeni che hanno innescato peggioramenti del contesto economico internazionale e di conseguenza anche italiano. La crisi finanziaria mondiale del 2008, la crisi dei debiti sovrani europei del 2010-2012, il Covid nel 2019-2020. Ma il mondo è sempre stato un posto complicato e crisi paragonabili per complessità e intensità – gli oil shocks del 1973 e del 1979, la rottura dello SME nel 1992, gli attentati al  World Trade Center nel 2001 – non avevano avuto nessun impatto paragonabile sulla situazione economica di larghe fasce della nostra popolazione.

Gli eventi esterni interferiscono con lo sviluppo economico delle nazioni, ma in passato l’Italia aveva sempre dimostrato la capacità di superarli e di riprendere un percorso di crescita.

In questi ultimi lustri, no. Cos’è cambiato ?

E’ cambiato che dall’introduzione dell’euro in poi, la gestione dell’economia italiana è dominata dall’allucinazione collettiva di credere che il debito pubblico rappresenti un fattore di povertà del paese e che sia quindi necessario fare di tutto per ridurlo, in proporzione al PIL se non addirittura in valori assoluti.

Questa allucinazione non è, beninteso, diffusa solo in Italia, e in effetti non nasce con l’euro. Ma per un paese che emette e gestisce la propria moneta, non rappresenta un vincolo insuperabile quando si tratta di generare i deficit pubblici che sono necessari ad assicurare  uno sviluppo armonico dell’economia. Il divorzio Tesoro – Bankitalia del 1981, cioè il venir meno dell’impegno dell’istituto di emissione a sottoscrivere l’eventuale inoptato in sede di collocamento dei titoli di Stato, aveva in una certa misura creato un vincolo del genere, ma fino a un certo punto. Bankitalia non era formalmente impegnata, ma non era credibile, e infatti non è accaduto, che il rifinanziamento del debito pubblico in lire non trovasse una copertura, in caso di necessità, da parte dell’istituto di emissione.

La conversione del debito pubblico in moneta straniera, in euro, ha dato una sostanza molto ma molto più forte al vincolo esterno. Da qui sono nate le scellerate politiche di austerità imposte al paese durante la crisi dei debiti sovrani, nonostante l’economia fosse – qui come altrove – convalescente dopo la crisi mondiale del 2008. Da qui sono nati anni di compressione dei deficit pubblici sotto il 3% nonostante l’inflazione non fosse minimamente un problema, anzi lo fosse casomai (a giudizio della stessa BCE) per il suo livello troppo basso, non troppo alto.

Il vincolo esterno e la delirante idea che il debito pubblico sia un impoverimento del paese – mentre è un impiego della ricchezza finanziaria che i deficit pubblici mettono a disposizione del settore privato – hanno compresso redditi e risparmio. Hanno generato disoccupazione e sottoccupazione. Hanno prodotto la crisi della natalità e la fuga dal paese di centinaia di migliaia di giovani brillanti e preparati.

La mistificazione del ruolo di deficit e debito pubblico è all’origine della povertà del paese.