lunedì 11 novembre 2013

Corrado Passera: “mobilitare 200 o 300 miliardi…”

In questa intervista (Radio24, settimana scorsa) Passera dichiara che “quando per così tanti anni si va giù, per mobilitare un’economia grande come quella italiana, servono almeno 200 o 300 miliardi. A gennaio li mobiliterò.”
 
Matteo Sacchi, che ha segnalato l’intervista, commenta “ha in mente i CCF di Marco Cattaneo o simili, altrimenti spara a vanvera”.
 
Allora, penso sia interessante segnalare quanto segue. Non ho mai incontrato Corrado Passera. Il progetto CCF, tuttavia, è stato portato alla sua attenzione, diversi mesi fa, da un comune conoscente (Alberto Nosari, per molti anni firma del Sole 24 Ore).
 
Tramite Alberto, Passera mi aveva richiesto alcuni chiarimenti, sotto forma di tre domande che (senza citare il retroscena) avevo poi pubblicato in questo post.
 
La prima domanda era stata, appunto, come erano state determinate le dimensioni delle emissioni annue di CCF. Potete leggere che si parla, appunto, di 200 miliardi per ottenere un beneficio sulla domanda, e quindi di recupero di PIL, in grado di colmare (grazie agli effetti moltiplicativi dovuti alla ripartenza dell’economia rispetto a una situazione depressa) sostanzialmente tutto o quasi l’attuale output gap.
 
Stimabile, appunto, in 300 miliardi per il 2013.
 
Le altre due domande riguardavano la natura dei CCF. Sono moneta e non debito in quanto il titolare li potrà utilizzare per pagare imposte e obbligazioni finanziarie. Questo è il motivo per il quale non devono rientrare nei parametri di deficit / PIL e di debito pubblico / PIL.
 
Aggiungo qui una considerazione. I parametri di Maastricht e il fiscal compact nascono da un timore. Se uno dei grandi stati membri dell’unione monetaria andasse in default, ne seguirebbe una catena di insolvenze – in particolare andrebbe in crisi l’intero sistema bancario di quello stato, dato che gli istituti di credito di ogni singolo paese hanno al loro attivo una grossa parte del debito pubblico dello stato dove hanno sede.
 
Il fiscal compact fissa obiettivi di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL appunto per ridurre questo rischio di insolvenza. Ora, non avrebbe nessuna logica e nessuna coerenza ricomprendere i CCF nel debito pubblico, appunto perché nessun rischio di insolvenza è associabile ai CCF. Quando l’Italia emetteva lire, non esisteva “rischio di insolvenza” connesso al fatto che fosse in circolazione un biglietto da centomila. Lo stato italiano gli attribuiva corso legale – lo accettava in pagamento – e questo era tutto. Il biglietto da centomila lire non doveva “essere rimborsato”.
 
Per i CCF, vale esattamente lo stesso concetto.
 
L’ultima domanda riguardava la compatibilità dei CCF con il trattato di Maastricht. Non ci sono incompatibilità in quanto il trattato (articolo 105) riserva alla BCE l’emissione (o l’autorizzazione a far emettere) monete e banconote. Non è previsto che i CCF circolino in questa forma.
 
E’ possibile, peraltro (come suggerito da Giovanni Greco, Giorgio Schembari, Alessandro Pedone e scusate se mi dimentico di altre persone con cui si è discusso il tema) utilizzare i CCF per forme di pagamento elettronico, collegate a carte di credito. E questo sarebbe sicuramente utile per aumentarne l’efficacia.
 
Commenti finali: l’attuale crisi (come ben noto ai frequentatori di questo blog…) è risolvibile solo con una forte azione di sostegno della domanda, che richiede di modificare l’architettura del sistema euro, ripristinando il grado di flessibilità che esisteva ai tempi delle valute nazionali.
 
Ma NON è indispensabile “spaccare” l’euro per ottenere questo risultato. E’ vero che occorre anche far sì che il sostegno della domanda, introdotto nei paesi oggi in difficoltà, non si traduca in squilibri commerciali dovuti alla crescita delle importazioni. Ma il progetto CCF evita anche questo problema, a condizione che una quantità sufficiente di assegnazioni di CCF sia destinata a ridurre il costo del lavoro sostenuto dalle aziende.
 
Quanto alle affermazioni di Passera, mi pare positivo, de minimis, che finalmente si parli delle effettive cifre in gioco – 200, 300 miliardi, non le frattaglie (2, 3, 5) di cui si legge con riferimento al dibattito politico sulla legge di stabilità.
 
Questo è quanto, per ora. Vi tengo aggiornati…

sabato 9 novembre 2013

Perchè il downgrade della Francia ?

Paul Krugman fa notare che i dati, sia quelli correnti che di previsione, relativi a PIL e debito pubblico francesi sono migliori di quelli britannici.
 
Allora, perché Standard & Poor’s ha abbassato la valutazione del merito di credito francese ?
 
La sua ipotesi è che sia un giudizio di natura ideologica. Francesi e inglesi hanno, entrambi, effettuato azioni di austerità (e tutti e due i paesi si trovano di conseguenza in una situazione economica decisamente mediocre).
 
Ma S&P imputa ai francesi di aver attuato politiche di consolidamento fiscale senza accompagnarle con le necessarie “riforme strutturali” – cioè aumentando le tasse e non (al contrario degli inglesi) riducendo la spesa sociale.
 
Senza peraltro (nota Krugman) alcuna prova che la prima via sia più positiva della seconda per le prospettive economiche di lungo termine dei due paesi.
 
Può essere che questa sia stata, effettivamente, la principale motivazione del downgrade di S&P.
 
Tuttavia, esiste in effetti un motivo, ben chiaro ed evidente, per il quale il debito pubblico francese ha un rischio di default decisamente superiore a quello britannico.
 
Il Regno Unito emette debito in sterline, possiede la macchina da stampa delle sterline, ed è quindi sempre e comunque in grado di evitare il default emettendo moneta.
 
Certo, questo in teoria potrebbe avere conseguenze sull’inflazione. Ma non in una situazione di domanda depressa come l’attuale. Tanto è vero che da cinque anni la maggior parte delle emissioni di debito pubblico UK sono assorbite dalla Bank of England, e non si è creata alcuna rilevante tensione sui prezzi (e neanche sui tassi d’interesse).
 
La Francia emette debito in euro, e NON possiede la macchina da stampa.
 
L’economia britannica NON è in una situazione brillante. Le politiche del tandem Cameron – Osborne si sono rivelate estremamente inappropriate. Ma…
 
Avete mai sentito parlare di “crisi del debito sovrano UK ?”
 
Ecco, appunto.

mercoledì 6 novembre 2013

L’insostenibile pesantezza della Germania

Negli ultimi giorni le critiche alla gestione dell’eurocrisi, e alla Germania nella sua qualità di fonte degli squilibri e di ispiratrice delle deleterie politiche economiche intraprese dall’Unione Europea, si stanno rapidamente alzando di livello.
 
Lo si vede dai toni adottati da organizzazioni governative o sovranazionali, quali il ministero del tesoro USA e il Fondo Monetario Internazionale.
 
E i commentatori da sempre critici nei confronti di Bruxelles e Berlino (Paul Krugman, Ambrose Evans-Pritchard) stanno sparando a palle incatenate.
 
Un’eccellente sintesi l’ha fornita ieri Martin Wolf sul Financial Times, nell’ambito di un articolo privo di ambiguità a partire dal titolo (“La Germania è un peso per il mondo”).
 
“Che cosa sta accadendo, in breve ? Le risposte sono: strisciante sopravvento della deflazione; disoccupazione di massa; riequilibrio interno bloccato sul nascere ed eccesso di affidamento sulla domanda esterna. Tuttavia si continua a sostenere che tutto ciò è accettabile, desiderabile, perfino morale – a tutti gli effetti, un successo. Perché ? La spiegazione è: miti. La crisi è stata prodotta dall’abuso di spesa pubblica, non da irresponsabili flussi di credito internazionali; la politica fiscale non ha ruolo nella gestione della domanda; gli acquisti di titoli di stato da parte della banca centrale sono un passo verso l’iperinflazione; e la competitività determina i surplus commerciali – non il saldo tra l’offerta e una domanda insufficiente.
 
Questi miti non sono innocui né per l’eurozona né per il mondo. Al contrario, rischiano di intrappolare gli stati membri più deboli in una stato depresso semi-permanente o di condurre, alla fine, a una dolorosissima rottura dell’unione monetaria stessa. In ognuno di questi due casi, il progetto europeo finirà per essere sinonimo non di prosperità, ma di povertà; non di collaborazione, ma di dolore. Una conclusione tragica”.
 
Sarebbe un finale orrendo, con responsabilità che naturalmente non sono attribuibili solo al dogmatismo e all’ottusità tedesca. Le politiche adottate nell’eurozona durante gli ultimi due anni sono state avallate da élite locali incompetenti, corrotte, colluse e ricattabili.
 
Ma aumenta ogni giorno l’evidenza che la “conclusione tragica” va evitata, rivedendo totalmente l’assetto dell’eurozona. Adottando un sistema monetario flessibile, introducendo politiche di pieno impiego, rimettendo l’occupazione al posto che gli compete – il primo – tra gli obiettivi delle politiche economiche.

lunedì 4 novembre 2013

Diamo a Panebianco quello che è di Panebianco

Vabbè. Dopo l’articolo scalfariano di ieri, improntato non so dire se più al panico o più alla confusione (ammesso che si possa e che sia utile distinguerli) leggere quello odierno di Panebianco sul Corriere della Sera mi induce a un po’ di ottimismo.
 
Alcuni concetti di buon senso ci sono. Ad esempio.
 
“E’ inutile, e controproducente, continuare a spendere vuota retorica a favore di un’ipotesi di super Stato – gli Stati Uniti d’Europa – che probabilmente non nascerà mai e che, comunque, in questa fase storica, non interessa alla maggioranza degli europei.”
 
“Una soluzione confederale è compatibile con la moneta unica ? Forse sì e forse no. Ma chi vuole mettere in sicurezza l’euro (e bisognerebbe fare il possibile per metterlo in sicurezza) ha l’onere di individuare soluzioni realistiche, accettabili per i diversi Stati nazionali, rinunciando alle solite fughe in avanti, rinunciando a perorare l’idea di un impossibile Stato sovranazionale.”
 
Naturalmente “mettere in sicurezza l’euro” è un eufemismo. Qui si tratta di disinnescare una bomba evitando di farla esplodere.
 
Per il resto, ripeto, si tratta di elementare buon senso. Ma leggere queste cose su un quotidiano fin qui pilastro del dogmatismo europeistoide, è molto significativo.

domenica 3 novembre 2013

Si può fare a meno del debito pubblico ?

Uno stato dotato di sovranità monetaria in linea di principio ne potrebbe fare a meno. Ma…
 
In condizioni economiche normali, dove cioè non esistono alti e cronici livelli di disoccupazione, il governo stabilisce il livello di spesa pubblica necessario alle attività svolte dallo Stato, e preleva tasse dai suoi cittadini.
 
A livello politico, si definisce l’allocazione della spesa, a quali finalità cioè le risorse pubbliche devono essere destinate. E quali tasse prelevare, in che forma – sui redditi, sui consumi, sul patrimonio – con che livelli di progressività, eccetera.
 
Immaginiamo ora che per effetto, ad esempio, di una crisi finanziaria e bancaria prodotta dall’esplosione di una bolla speculativa, l’economia cada in una situazione di depressione.
 
La domanda scende nettamente al di sotto del livello necessario alla piena occupazione. E anche azzerando i tassi d’interesse praticati dalla banca centrale, e magari fornendo ulteriore liquidità al sistema finanziario con manovre di “quantitative easing”, l’occupazione non recupera livelli appropriati.
 
Questa situazione richiede forti politiche pubbliche di “deficit spending”, cioè di spesa pubblica molto più alta del prelievo fiscale. Ma lo Stato non ha bisogno di indebitarsi per attuarle: fino al momento in cui la domanda non ha recuperato livelli vicini alla piena occupazione, non c’è rischio che l’inflazione vada fuori controllo. Il sostegno alla spesa può quindi essere finanziato emettendo moneta.
 
In altri termini, lo Stato non ha bisogno di emettere debito né in condizioni economiche normali, né in situazioni di domanda depressa.
 
Nel primo caso, il bilancio pubblico può essere mantenuto in pareggio. O per essere più precisi, è appropriato un leggero deficit finanziato comunque da moneta (non da debito) perché in condizioni normali l’economia cresce, ed è quindi corretto che aumenti anche la quantità di moneta in circolazione.
 
Ma pure nel secondo caso, lo Stato non ha bisogno di indebitarsi per attuare le politiche di “deficit spending” massiccio necessarie a risollevare l’economia da una situazione di depressione profonda della domanda: può finanziarle emettendo moneta, senza significativi impatti sull’inflazione.
 
Rimane allora da spiegare perché i debiti pubblici esistono. Una ragione, forse in pratica la più importante, ha a che fare con la formazione del consenso politico.
 
Piaccia o no, la spesa pubblica è anche un meccanismo di acquisizione del consenso. Se un politico acquista consenso aumentando determinate categorie di spesa, e lo perde – invece - aumentando le tasse, ci sarà un incentivo a fare la prima cosa ma non la seconda (o non nella stessa misura).
 
Quindi esiste un incentivo ad aumentare il deficit in situazioni in cui l’economia non è depressa. Le motivazioni della spesa, intendiamoci, possono anche essere pienamente condivisibili. Quello che però tende a non avvenire, è che spesa e imposte crescano nella stessa misura.
 
Oppure: il politico si rende popolare abbassando le tasse. Magari eliminando tasse oggettivamente inique o mal concepite. Ma senza effettuare riduzioni di spesa corrispondenti.
 
In pratica, è un “deficit spending” da marketing politico. Che non è una politica di sostegno della domanda.
 
E il modo migliore per attuarlo (dal punto di vista di chi cerca consenso elettorale) è di finanziare il deficit (eccesso di spesa rispetto alle tasse prelevate) con debito pubblico.
 
Do qualcosa in più a qualcuno, non aumento le tasse a nessuno (o viceversa, abbasso le tasse senza tagliare spese). E copro il deficit chiedendo soldi ai miei cittadini (o anche a investitori esteri) ma a titolo di prestito remunerato: non imponendo nuove imposte o tagli di spesa pubblica.
 
Ovviamente, chi si trova a pagare una tassa in più, oppure a subire gli effetti di una riduzione di spesa pubblica, si sente privato di qualcosa. Chi investe il proprio risparmio in titoli del debito pubblico no: effettua semplicemente un normale investimento finanziario.
 
In tutto ciò esistono due controindicazioni. In questa situazione (al contrario di quanto avverrebbe se l’economia fosse depressa) non ci sono significative risorse disoccupate da rimettere al lavoro. In realtà l’azione avvantaggia certe parti della popolazione (presumibilmente quelle al cui consenso il politico che le effettua è particolarmente interessato) ma non può far crescere il PIL, la produzione, i redditi totali.
 
Si verifica quindi un’azione di spiazzamento (“crowding out”): ad esempio, per effetto dei maggiori tassi d’interesse dovuti alla necessità di emettere debito pubblico, si riduce la spesa più sensibile al costo del denaro (magari, quella immobiliare). L’aumento di una forma di spesa ne riduce un’altra.
 
Inoltre, l’esistenza di un debito pubblico implica che una parte della spesa futura dovrà essere destinata al pagamento di interessi. I deficit pregressi, se finanziati da debito, producono un vincolo alla politica fiscale degli anni successivi.
 
In conclusione, il “deficit spending” massiccio (definito come sopra: spesa pubblica eccedente il prelievo fiscale) è uno strumento indispensabile per rimettere al lavoro risorse inutilizzate, quindi per assicurare la piena occupazione dell’economia.
 
Ma quando l’economia è in condizioni normali – in altri termini, non ci sono livelli anomali di disoccupazione - il “deficit spending” finanziato da debito è invece un meccanismo di riallocazione delle risorse, non di incremento del loro utilizzo. Riallocazione che viene effettuata dando l’impressione (illusoria) di dare qualcosa di più a qualcuno (o a tutti), senza privare nessuno di nulla.

giovedì 31 ottobre 2013

Euroexit: diamo una spallata o apriamo una porta ?


Spesso e volentieri, discutendo in merito alle alternative di uscita dall’attuale sistema monetario, mi sento esprimere questa obiezione.
 
“Sì va beh, questa “riforma morbida”, questo progetto CCF… ma a che serve parlarne, a Bruxelles, a Berlino, a Francoforte non ti staranno mai a sentire, non ce lo faranno mai fare”.
 
Un’obiezione che faccio veramente fatica a comprendere.
 
Scusate, ma il break-up dell’euro invece “ce lo fanno fare” ? Avete sentito Draghi, Merkel o Barroso dire “bella idea, è proprio quello che ci vuole ?”
 
Se vogliamo farci dire bravi da questi signori, è semplicissimo. Andiamo avanti così.
 
Siccome NON vogliamo andare avanti così, il punto in discussione non è di “fare quello che a loro piacerà”. E’ di scegliere una via che raggiunge gli obiettivi, e che massimizza le probabilità di avviarcisi e di percorrerla fino in fondo.
 
Ora, molti “euroexiters” mi appaiono presi da una gran voglia di “dare la spallata”. Il sistema  va spaccato, è giusto così, cosa fatta capo ha.
 
Magari alla fine avranno ragione loro. A me, sinceramente, ricordano quelli che avrebbero preferito vincere la guerra partigiana senza gli alleati.
 
Oppure sconfiggere Germania e Giappone senza Stalin.
 
Vi do una notizia: senza gli angloamericani il 25 aprile non ci sarebbe stato.
 
E un’altra: senza Stalin non giurerei che si sarebbe vinta la seconda guerra mondiale, e come minimo ci sarebbero voluti parecchi anni in più.
 
Le guerre si vincono anche e soprattutto avendo gli alleati giusti, ed evitando di farsi più nemici del necessario.
 
Ora, se l’attuale eurosistema, se l’attuale meccanismo di conduzione delle politiche economiche europee risponde a un disegno totalitario, autocratico, di impoverimento delle popolazioni – chi conduce questo disegno l’avremo sempre contro di noi.
 
Può essere. Io ritengo che i papaveri di Bruxelles – i Barroso, i Van Rompuy, gli Olli Rehn - siano più banalmente degli ottusi burocrati. Le politiche secondo loro “stanno funzionando” perché il rischio di break-up dell’euro apparentemente, rispetto a un anno fa, è molto diminuito, e se ci sono paesi in crisi “è colpa loro, bisogna incrementare la pressione sulle riforme e sulla competitività”.
 
Come che sia, questi signori li avremo sempre contro.
 
Tuttavia il loro peso non sarà determinante se ci sarà l’appoggio, o quantomeno il “benign neglect”, di una serie di altri attori – che hanno interessi ben definiti e comprensibili (non ho detto giusti o sbagliati, ho detto comprensibili).
 
L’industria esportatrice tedesca, che non vuole subire un’improvvisa perdita di competitività rispetto al resto del mondo (come avverrebbe se l’euro si spacca e se la moneta tedesca si rivaluta).
 
I detentori internazionali di crediti verso l’Italia, che non vogliono subirne la svalutazione.
 
La stessa opinione pubblica italiana, spaventata (per motivi più psicologici che reali, ma comunque concreti) dall’andare a letto una sera e svegliarsi la mattina con i propri risparmi che sono diventati “un’altra cosa”.
 
Il resto della comunità internazionale, che teme un “evento Lehman”.
 
Ora, di fronte a tutto questo, dire che i tedeschi, che i creditori internazionali “hanno guadagnato prima ed è giusto che lascino sul tavolo qualcosa adesso” è velleitario. Loro non la pensano così, o se lo pensano non hanno interesse ad ammetterlo.
 
Certo, anche attuare la “riforma morbida” richiede una volontà politica fortissima e un consenso di pubblica opinione altissimo. Ma ci si può arrivare.
 
Per il break-up, volontà e consenso devono essere ANCORA più forti, e le resistenze da superare saranno MOLTO maggiori.
 
Senza che ce ne sia ALCUN MOTIVO, perché le due strade, per l’Italia, sono equivalenti riguardo al risultato finale.
 
Allora - vogliamo provare a sfondare a spallate una porta massiccia ?
 
O vogliamo dar retta a chi ci indica che, sul retro, c’è una porta di servizio aperta ?

venerdì 25 ottobre 2013

Euroexit: la differenza tra Francia e Italia


L’altra domenica ero a Roma al convegno Reimpresa Italia, durante il quale si sono poste le basi per la costituzione della Rete sovranista L.I.R.A. (che punta a diventare un riferimento politico - partito o movimento d’opinione, si vedrà – sui temi del recupero dell’indipendenza monetaria, e non solo, italiana).
 
Uno dei perni di questa rete sarà A.R.S. (Associazione Riconquistare la Sovranità) e nell’occasione ho avuto il piacere di scambiare alcune opinioni con il suo fondatore, Stefano d’Andrea.
 
Tra lui e me c’è un punto di (amichevole s’intende) dissenso. La mia posizione è riformista e non rivoluzionaria. Nel senso che io analizzo il problema euro partendo principalmente dalla mia esperienza di tecnico (delle materie economiche e finanziarie). Il sistema monetario europeo è per me, in primo luogo, una macchina che non funziona, e mi concentro quindi su quale sia il modo migliore (più efficace e più rapido) per risolverne le disfunzionalità.
 
Questa è una visione parziale del problema, ne sono ben conscio. Perché sia nato e come si sia sviluppato l’euro-così-com’è-oggi, e come e perché si risolverà la crisi che ne è nata, dipende da fattori storici, politici e sociali ben più ampi.
 
Tuttavia, sarebbe un errore sottovalutare la componente tecnica del problema. I creatori dell’euro non ne hanno mai fatto mistero: hanno sprangato la porta e buttato via la chiave, confidando che nessuno l’avrebbe più ritrovata. E che si sarebbe andati avanti per mancanza di alternative.
 
In questo hanno commesso un errore di presunzione (non l’unico…). Non esistono porte chiuse per l’eternità. Però identificare il modo migliore per far saltare i chiavistelli è importante.
 
Allora, un punto chiave è: cambiare il sistema monetario senza un consenso forte e ampiamente maggioritario della pubblica opinione è difficilissimo.
 
E ottenere questo consenso è tutt’altro che banale, se si parla di ipotesi di break-up, ritorno improvviso alla moneta nazionale, conversione di debiti e crediti, svalutazione: soprattutto per un motivo.
 
Una parte amplissima del pubblico capisce, di tutto questo, UNA cosa sopra tutte le altre. Mi addormento una sera e la mattina dopo mi dicono che i miei soldi sono diventati un’altra cosa. E che quell’”altra cosa” si è svalutata, cioè che vale meno di prima.
 
Ora: non statemi a ripetere che la svalutazione non produce affatto inflazione nelle stesse proporzioni; che senza avere una moneta propria è impossibile avviare politiche di pieno impiego e far ripartire l’economia; che se possedete azioni, aziende e immobili il recupero del loro valore, con un’economia che torna in condizioni normali, sarà ben superiore alla svalutazione.
 
IO lo so. Tanti altri anche. Altri ancora arriveranno a capirlo. Ma ottenere un “consenso forte e ampiamente maggioritario della pubblica opinione” ? è possibile ? in quanto tempo ?
 
Su questo punto, Stefano d’Andrea mi faceva notare che il Front National di Marine Le Pen, stando ai sondaggi, oggi è il primo partito francese e propone l’uscita tout court della Francia dall’euro. Vero, ma…
 
Che cosa succede se le varie nazioni dell’eurozona tornano, ognuna, alle proprie monete nazionali ? Il Nuovo Marco si rivaluta rispetto ai livelli attuali. Su questo nessuno ha dubbi.
 
La Nuova Lira, Peseta, Escudo, Dracma si svalutano. Nessun dubbio neanche qui.
 
E il Nuovo Franco Francese ? starà in una qualche posizione intermedia tra la situazione tedesca e quella “mediterranea”. Se siete economisti e analizzate i dati di competitività dei vari paesi, arrivate alla conclusione che la Francia oggi è in una situazione più vicina a quella dell’Italia che alla Germania.
 
Per cui dovrebbe subire una svalutazione, anche se più modesta. Ma le parole chiave sono “dovrebbe” e “più modesta”. Ovvero: la svalutazione della Nuova Lira rispetto all’euro di oggi è certa. La svalutazione del Nuovo Franco Francese no, e comunque la misura sarebbe senz’altro inferiore.
 
Anche la Francia è fortemente danneggiata dall’attuale sistema monetario europeo, ma NON tanto perché abbia bisogno di una forte svalutazione. Per l’economia francese questo non è così importante.
 
La Francia è danneggiata soprattutto dall’altro problema dell’attuale sistema monetario europeo: i vincoli di Maastricht, e la costrizione a effettuare politiche di compressione della domanda e del deficit pubblico, in un contesto in cui l’economia sta lavorando molto al di sotto del suo potenziale e dei livelli compatibili con un’adeguata situazione di occupazione.
 
Naturalmente il francese medio non è un economista, come non lo è l’italiano  medio. Ma un’intuizione generale di queste cose, grosso modo corretta, ce l’ha.
 
Aggiungiamo (saranno magari stereotipi, ma un fondo di verità, e anche di più, c’è…) le caratteristiche delle due nazioni. L’orgoglio nazionale transalpino da un lato, la nostra cronica tendenza all’autodenigrazione dall’altro.
 
Ma ve lo immaginate un vicedirettore del principale giornale economico francese dire in TV che uscendo dall’euro la benzina “costerebbe sette volte tanto” ?
 
E il fondatore di uno dei più importanti giornali d'opinione affermare che fuori dall’euro la Francia “diventerebbe come l’Egitto o il Marocco ?”
 
Non lo dicono perché non è vero, certo. Ma non è vero neanche nel caso dell’Italia, e Plateroti e Scalfari però lo affermano, e qualcuno ci crede pure, e molti altri pensano che sia “magari un po’ esagerato, però…”
 
Costruire un forte consenso di pubblica opinione sul break-up “secco” è più difficile in Italia che in Francia. Questo è non l’unica, ma sicuramente un’importante ragione per la quale preferisco una strada "morbida" e riformista.
 
Poi, se pensiamo che sarà Marine Le Pen o chi per essa a far saltare il banco, possiamo anche non fare niente se non attendere pazienti.
 
Ma non è scontato, nulla lo è. E comunque il break-up è una via del tipo “il palazzo brucia, buttati dalla finestra, non siamo così in alto e sotto c’è un telone.”
 
La riforma “morbida” è: “c’è una scala di servizio agibile. Scendi veloce a piedi.”
 
Ne riparliamo presto.