lunedì 28 giugno 2021

Come spendi è meno importante di quanto spendi

 

Leggo abbastanza spesso lamenti & preoccupazioni in merito alla possibilità che i soldi che si stanno attualmente immettendo nell’economia vengano “spesi male” e quindi “si sprechino”.

Vorrei allora ricordare, una volta di più, che per risollevare un paese da una situazione di depressione deflattiva (in cui l’Italia si trova immersa da quasi TREDICI anni, leggi dalla crisi Lehman del 2008) la cosa FONDAMENTALE è alimentare la domanda in misura adeguata.

Non sto con questo affermando che la tipologia e la composizione della spesa siano irrilevanti. Ma se cercate di soccorrere una persone a rischio di morire di sete, vi mettete a discutere per giorni se sia meglio dargli acqua liscia, acqua gasata, limonata, vino o birra ? OPPURE gli date da bere quello che c’è / quello che è più veloce reperire ?

Ricordo che gli Stati Uniti sono realmente usciti dalla Grande Depressione con la seconda guerra mondiale. E la spesa bellica non è particolarmente “efficiente” o “virtuosa”. Anzi, la guerra sul piano microeconomico è spreco puro. Serve a sfasciare e a uccidere.

Però immette potere d’acquisto nell’economia. E sul piano MACROeconomico, è esattamente ciò che serve per uscire da una depressione.

Naturalmente la medesima espansione di potere di acquisto può essere ottenuta SENZA passare da una guerra. Per fortuna.

Ma per quanto riguarda il contesto italiano odierno, sono molto poco preoccupato dalle tipologie di spesa. Sono casomai MOLTO preoccupato dal rischio che non si spenda abbastanza, e che i vincoli del Recovery Fund agiscano molto più in negativo nel prossimo futuro, rispetto al beneficio dei (pochi) soldi in più resi disponibili oggi.

 

giovedì 24 giugno 2021

Politica monetaria e politica fiscale

 

Più ci rifletto, più una cosa mi appare evidente in merito alla demarcazione (non in linea teorica ma in linea pratica, operativa) tra politica monetaria e politica fiscale.

Da un lato, questa demarcazione è priva di senso; dall’altro, è potenzialmente (e gravemente) nociva.

Mi spiego.

La politica monetaria è sostanzialmente il controllo del credito privato (inclusa la vigilanza sul sistema bancario e finanziario) e dei tassi d’interesse.

La politica fiscale è la determinazione della spesa pubblica e della tassazione.

La politica monetaria è affidata alle banche centrali, che agiscono con livelli di autonomia e di indipendenza più o meno ampi dai rispettivi governi, e hanno sempre tra gli obiettivi principali (spesso in modo nettamente prioritario rispetto a tutti gli altri) il controllo dell’inflazione.

La politica fiscale è invece di competenza dei governi, che se però rinunciano a essere emittenti di moneta possono mettere in atto deficit di bilancio solo indebitandosi.

Quest’ultima limitazione è di scarso o nullo rilievo pratico se la banca centrale si impegna, formalmente e/o sostanzialmente, a garantire il debito pubblico. Ma non è sempre così, e in particolare non lo è per gli Stati membri dell’Eurozona.

Ora, mi pare evidente che distinguere e separare i due soggetti e i ruoli che svolgono porti a situazioni disfunzionali. E di conseguenza, che la politica MACROECONOMICA debba essere condotta con un approccio unitario.

La leva del credito e dei tassi d’interesse, in particolare, è efficace quando l’economia è vicina al pieno impiego (se rischia di surriscaldarsi, è utile alzare i tassi e calmierare il credito), ma perde pressoché totalmente di trazione se la domanda è fortemente depressa e i tassi d’interesse sono già scesi nell’intorno dello zero.

La leva fiscale, da parte sua, ha una fortissima efficacia nello stimolare produzione ed occupazione, ma solo (e la ragione è evidente) fino a quando si è sostanzialmente raggiunto il pieno impiego delle risorse produttive (manodopera e impianti). Oltre quel livello, l’espansione fiscale si scarica sui prezzi e non sulle quantità prodotte.

Da un lato, quindi, è insensato pensare che la politica monetaria abbia sempre efficacia nel controllare l’inflazione. Aiuta molto a contenerla quando è troppo alta, ma pochissimo ad accrescerla quando è troppo bassa.

Dall’altro lato, la politica fiscale non è in grado di agire come necessario se il finanziamento dei deficit pubblici è in dubbio: ovvero, se occorre fare affidamento sui mercati senza una garanzia piena e incondizionata dell’istituto di emissione.

Gli obiettivi della politica macroeconomica sono la piena occupazione e la stabilità monetaria. Esistono vari strumenti per raggiungerli. Ma vanno assolutamente visti in chiave unitaria e l’autorità pubblica deve essere in grado di utilizzarli tutti. Separare politica monetaria e politica fiscale non sul piano concettuale ma sul piano attuativo, affidandone una a un soggetto totalmente indipendente da chi gestisce l’altra, è un errore.

Se le separiamo, rischiamo di trovarci con una banca centrale che vorrebbe alzare l’inflazione ma non ne ha i mezzi; e con governi che vorrebbero stimolare produzione e occupazione ma non hanno un istituto di emissione che garantisca i livelli di deficit pubblico necessari – NONOSTANTE non ci siano rischi di portare l’inflazione a livelli troppo alti (anzi, al contrario).

Quanto espresso in quest’ultimo paragrafo non è teoria: è avvenuto in buona parte dell’Eurozona dal 2012 al 2020. Ci siamo trovati in condizioni di pesante depressione. NELLO STESSO TEMPO, l’inflazione era a livelli troppo bassi.

L’assetto disfunzionale dell’Eurozona è in larga misura dovuto all’aver consentito ai mercati finanziari di costituire un fattore condizionante. Ai mercati è stata attribuita una funzione di “controllo”: ma non sono assolutamente controllori affidabili. Spesso, infatti, agiscono in modo speculativo e irrazionale. Nel medio-lungo periodo poi si correggono, ma la loro “schizofrenia di breve termine”, il loro comportamento maniaco-depressivo, rischia nel frattempo di creare guai enormi, spingendo all’attuazione di politiche antitetiche rispetto a quelle necessarie.

L’abbiamo constatato, in Italia, nel 2011-2013, con effetti assolutamente catastrofici. E la situazione di allora può benissimo ripetersi: per evitarla occorre rivedere in profondità le regole di funzionamento dell’Eurosistema, cosa per la quale non esiste nessun consenso.

I tedeschi (vedi anche la recente intervista sul Financial Times al probabile futuro cancelliere, Armin Laschet) non si staccano minimamente dal concetto che vada “evitata una situazione in cui un paese è responsabile per i debiti di un altro”.

Il progetto Moneta Fiscale / CCF risolve questo stallo appunto perché la Moneta Fiscale non incorpora un rischio di default (non è un debito che richieda pagamenti in cash) e quindi non incrementa il rischio che un paese debba pagare per i debiti altrui.

Il principio è molto semplice. La domanda riceve il livello di espansione necessario via emissione di Moneta Fiscale, mentre il debito da rimborsare cala gradualmente (in proporzione al PIL).

È un progetto che risolve totalmente sia le disfunzioni del sistema, sia la depressione economica di vari paesi (e dell’Italia in particolare), sia le preoccupazioni di Laschet.

Se Draghi ha di meglio, bene. Se no, è inaccettabile che non introduca la Moneta Fiscale.

 

martedì 22 giugno 2021

Crediti fiscali: disegni di legge in discussione al Senato

Grazie, ancora una volta, al lavoro degli infaticabili Francesco Chini e Thomas Vaglietti, trovate qui allegati gli elementi base dei vari disegni di legge in fase di esame e discussione presso la Sesta Commissione Finanze e Tesoro del Senato, in materia di compensazione dei crediti fiscali come strumento di sostegno all'economia.

mercoledì 16 giugno 2021

Moneta Fiscale: che cosa dire a Draghi

 

Tra i tanti articoli usciti negli ultimi giorni in merito ai pronunciamenti Eurostat sul tema Superbonus Edilizia e Transizione 4.0, segnalo questo per sintesi ed equilibrio.

Non c’è dubbio che in generale traspare ostilità, da parte di Eurostat e della Ragioneria Generale dello Stato, sul concetto di Moneta Fiscale.

Non stupisce. La MF è uno strumento potentissimo, in grado di risolvere le gravissime disfunzioni dell’Eurosistema. Ma implica anche un recupero di autonomia degli Stati. Questo a Bruxelles, e a chi spera di far carriera scalando le gerarchie degli organismi UE, ovviamente non piace.

Tutto questo indica con chiarezza come, al di là dei pur importanti aspetti tecnici e legali, il tema sia eminentemente politico.

Ma allora, proprio sul piano politico, la questione va posta a Mario Draghi in termini molto semplici.

Draghi dice e continua a ripetere (anche al recentissimo G7) che sono necessarie politiche espansive. Bene.

Draghi non può tuttavia ignorare che le dimensioni del Recovery Fund (lasciando per un attimo da parte tutta una serie di altri problemi) sono del tutto insufficienti.

E sa anche perfettamente che i paesi nordeurozonici (in sintesi, la Germania) non hanno alcuna intenzione di acconsentire a una revisione in termini realmente espansivi del Patto di Stabilità e del Fiscal Compact.

La domanda quindi rimane sempre la stessa.

Come pensa, Draghi, di risolvere questo stallo ? gli strumenti e i meccanismi ci sono. La Moneta Fiscale è uno (non l'unico). Ma o Draghi getta sul tavolo il suo peso politico, o la sua presidenza del consiglio si rivelerà un fallimento.

domenica 13 giugno 2021

Ancora sui “soldi che restano congelati in banca”

 

Ritorno su un tema già trattato, ma sul quale continuo a vedere tantissima confusione.

Si continua a leggere che i soldi in banca sono troppi, che dovrebbero essere canalizzati verso beni reali e attività produttive, sia da parte delle famiglie che delle aziende. Comprare macchinari, costruire o ristrutturare immobili, eccetera.

Quindi c’è da preoccuparsi se i saldi sui conti bancari aumentano, giusto ? sarebbe meglio vederli scendere per finanziare investimenti, no ?

No.

Immaginiamo che un’azienda raccolga soldi da investitori privati, emettendo titoli (azioni o obbligazioni) per effettuare, appunto, investimenti produttivi. Che cosa succede ? l’investitore compra il titolo, il suo saldo bancario diminuisce – e quello dell’azienda CONTEMPORANEAMENTE aumenta. Il totale dei soldi depositati in banca RIMANE INVARIATO.

E dopo, se l’azienda compra un macchinario ? i soldi passano dal suo conto a quello del fornitore. Totale saldi bancari: SEMPRE INVARIATO.

Ma quando, invece, si prende a prestito da una banca per un finanziamento aziendale, o si contrae un mutuo per costruire una casa ? La banca eroga il finanziamento e CONTESTUALMENTE accredita il conto corrente del debitore. 100 in più di finanziamento, 100 in più di depositi.

Poi, il soggetto che ha ricevuto il finanziamento prende i soldi e li usa per costruire l’immobile o per comprare il macchinario. Quindi la liquidità – CHE SONO SOLDI IN PIU’, PRIMA NON ESISTEVANO – passa dal suo conto a quello del costruttore / fornitore dell’immobile / impianto.

In sintesi:

Se la raccolta proviene da privati, i soldi sui conti (s’intende, quelli complessivi presso il sistema bancario) RESTANO INVARIATI.

Se invece la raccolta proviene da credito bancario, i soldi sui conti (sempre quelli totali) AUMENTANO.

Che cosa se ne deduce ? NON E’ AFFATTO VERO che la crescita dei saldi bancari è la spia di un’economia statica. Un’economia in crescita è un’economia dove i saldi bancari non tendono A DIMINUIRE, MA CASOMAI AD AUMENTARE.

Per rilanciare l’economia e risollevarla da uno stato di depressione è condizione necessaria IMMETTERE moneta. E le leve sono sempre le stesse tre:

il surplus commerciale estero (ma non si può espanderlo all’infinito)

il credito bancario (ma richiede che ci sia fiducia nell’economia, e se si fa leva eccessivamente sul credito l’effetto è destabilizzante, perché le banche agiscono in modo prociclico – nei periodi di euforia espandono i finanziamenti, nei momenti di difficoltà li tagliano)

e

il deficit pubblico: SU QUESTO è fondamentale agire per sbloccare la crescita, perché lo Stato (se non si mette al collo un cappio quale le regole folli dell’eurosistema) lo può espandere discrezionalmente, in modo da sostenere l’economia nelle fasi di difficoltà.

E il deficit pubblico produce, anch’esso, un INCREMENTO dei saldi bancari. Perché il deficit pubblico equivale a soldi messi in tasca ai privati. Che poi li spendono: ma la spesa di qualcuno li trasferisce a qualcun altro. I soldi circolano ma non scompaiono !

In definitiva, abbiamo identificato quattro canali tramite i quali l’attività economica può conseguire un’accelerazione:

PRIMO, alcuni soggetti economici raccolgono capitale da altri privati: i saldi bancari rimangono invariati.

SECONDO, aumenta il surplus commerciale estero: i saldi bancari aumentano.

TERZO, aumenta il credito bancario per finanziare investimenti: i saldi bancari aumentano.

QUARTO, lo Stato mette in atto deficit di bilancio pubblico: i saldi bancari aumentano.

DOVE LA VEDETE, la situazione in cui l’economia si rilancia perché “i soldi in banca calano per finanziare gli investimenti” ???

 

venerdì 11 giugno 2021

Debito attuale e tasse future: non c’è nesso

 

“Un paese con alto debito pubblico dovrà inevitabilmente imporre ai propri cittadini tasse elevate nel futuro. Salvo che comprima le spese”.

Un’affermazione che suona, intuitivamente, di buon senso. Mentre è completamente sbagliata.

Il debito pubblico di un paese è semplicemente la somma di tutti i deficit pubblici che sono stati messi in atto in passato, esclusi quelli che sono stati monetizzati (cioè finanziati con emissione diretta di moneta). O eventualmente che sono stati oggetto di default (ma non è il caso dell’Italia, che non è mai andata in default nella sua storia di stato unitario).

Il debito pubblico non deve essere “ripagato” nel senso di portato a zero, e neanche ridotto. Casomai rifinanziato, ma questo non è un problema per uno Stato che utilizza la sua moneta.

Il deficit pubblico in moneta propria è il modo più logico e meno destabilizzante di immettere potere d’acquisto nell’economia (vedi questo post).

Inoltre, il potere d’acquisto in circolazione deve crescere di pari passo con il PIL potenziale del paese – che tende ad aumentare per effetto dei miglioramenti di produttività, dell’accumulazione di capitale, e di un minimo fisiologico e sano di inflazione. In passato anche per la crescita demografica; oggi non più però in Italia e in vari altri paesi europei.

Tutto ciò implica che sia NORMALE, per un paese, conseguire in media un rapporto deficit pubblico / PIL di qualche punto percentuale.

Non c’è quindi alcun nesso, ma proprio NESSUNO, tra debito pubblico e tasse future.

Le tasse (nel senso lato del termine: tasse, imposte, contributi, incassi del settore pubblico in genere) devono esistere, ma per una ragione completamente diversa. Il deficit pubblico medio deve essere pari a qualche punto percentuale, ma le spese del settore pubblico incidono molto di più. 30%, 40%, 50% del PIL a seconda del paese.

Se il deficit pubblico medio corretto è pari al 4% del PIL perché quella è la crescita del PIL potenziale in termini nominali, ma le spese del settore pubblico incidono per il 40%, il 36% residuo deve essere coperto da incassi del settore pubblico: quindi, tasse.

Ma l’attuale debito pubblico non ha, ripeto, NESSUNA RELAZIONE con il livello di tassazione che sarà necessario, o appropriato, imporre in futuro.

 

mercoledì 9 giugno 2021

Il deficit pubblico non “drena” risparmio, lo CREA

 

Molti commentatori economici, molti ricercatori e docenti cosiddetti “ortodossi”, molti operatori di mercato finanziario, sono vittime della convinzione che un alto deficit pubblico causi incrementi nei tassi d’interesse.

Parecchi di loro sono in buona fede, ma la convinzione si basa su presupposti errati. Antitetici rispetto alla realtà, in effetti.

Intuitivamente il ragionamento sottostante sembra avere una logica: se lo Stato aumenta il deficit, raccoglie più soldi sul mercato, ed ha quindi bisogno di “drenare” risparmio. Per ottenere questo risultato “evidentemente” è necessario incentivare i risparmiatori a comprare titoli di Stato, offrendo maggiori tassi d’interesse.

L’intuizione porta però fuori strada.

In primo luogo, quanto detto sopra parte del presupposto che lo Stato abbia necessità di emettere debito per raccogliere soldi. Se lo Stato è emittente della moneta che si utilizza nel territorio nazionale, questa necessità, al contrario, non esiste.

Il deficit pubblico è l’eccesso di spesa rispetto alle tasse. Lo Stato immette potere d’acquisto nell’economia con la spesa, e ne ritira una parte con le tasse. La differenza rimane in circolazione sotto forma di risparmio privato. L’emissione di debito pubblico è un passaggio successivo e costituisce, semplicemente, una forma di impiego del risparmio offerta alla cittadinanza. Ma lo Stato non ha bisogno di collocare debito pubblico per finanziarsi (se emette moneta).

Ma c’è di più. Come visto, il deficit pubblico GENERA risparmio privato. Non solo lo Stato non ha bisogno di “drenare” risparmio privato per “finanziare il deficit”. Il risparmio privato SI INCREMENTA proprio per effetto del deficit pubblico.

L’affermazione che un incremento di deficit pubblico richieda maggiori tassi d’interesse si basa quindi su un fraintendimento totale. Non c’è necessità di offrire maggiori tassi d’interesse per “drenare” risparmio, proprio perché il risparmio dei privati si incrementa nel momento stesso in cui lo Stato accresce il deficit, cioè la sua spesa al netto delle tasse.

E la ragione è semplicissima. Se lo Stato spende più di quanto preleva in tasse, i privati pagano meno soldi in tasse di quanti la spesa pubblica gliene mette in tasca. E se qualcuno mi mette in tasca soldi e me ne richiede una quantità minore sotto forma di tasse, il mio risparmio si incrementa. Pura e semplice partita doppia.