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venerdì 10 ottobre 2025

Chi danneggiano gli zerovirgolisti

 

Claudio Borghi della Lega lamenta che ad ogni consultazione elettorale compaiono sulla scena piccoli partitini che si presentano come sovranisti eurocritici, sottraendo consensi al suo partito. A suo giudizio sono elementi di disturbo, in qualche modo sostenuti / supportati dal PD, che sarebbe il beneficiario della loro presenza. Meno voti alla Lega e al centrodestra, più percentuale e più seggi al PD.

Questo varrebbe, in particolare, per Democrazia Sovrana Popolare di Marco Rizzo, che dei partitini è probabilmente il più visibile (Rizzo sul piano comunicativo ci sa fare, ed è presente sui media più di quanto pesi elettoralmente).

L’interpretazione di Borghi mi lascia dubbioso, per due motivi (connessi).

Uno, dei consensi che ottiene Rizzo qualcuno sarà senz’altro sottratto alla Lega. Ma altri elettori DSP in sua assenza non voterebbero, o voterebbero scheda bianca, o magari M5S. Che l’elettore DSP sia un elettore leghista “fuorviato”  sarà vero in qualche caso, ma nella maggioranza non credo proprio.

Due, il sovranista eurocritico è molto dissuaso dal votare Lega, più che dall’esistenza di Rizzo, da quella di Giorgetti. Che è indistinguibile da un ministro PD se non per il fatto di essere più euroausterico di un ministro PD. Anzi lo definirei MOLTO più euroausterico, visto come ha affossato la Moneta Fiscale (tra l’altro con gli applausi del teammate di Borghi, l'ineffabile Alberto Bagnai).

I problemi della Lega nel farsi apprezzare dai sovranisti euroscettici ci sono, ma Rizzo ? non lo è, o quantomeno non è certo il principale.

 

giovedì 13 marzo 2025

MES e patto di stabilità: se dico un no perché non due ?


Ultimamente vedo il dynamic duo leghista-sovranista, Borghi-Bagnai, menar vanto dell’aver bloccato la riforma del MES, e su questo hanno buone ragioni. Però utilizzano un’argomentazione su cui c’è qualcosa da obiettare.

In breve: la riforma MES sarebbe stata usata contro le nostre banche e contro il nostro debito pubblico, per tappare buchi altrove (presso il sistema creditizio tedesco, in particolare). Abbiamo fatto bene a stopparla a costo di lasciar passare la riforma del patto di stabilità, perché il patto resterà lettera morta, in particolare i francesi non lo rispetteranno, poi adesso ci sono i programmi di riarmo, eccetera.

Obiezioni, dicevo ? almeno tre.

La prima è che non si capisce perché detto un no, non se ne potevano dire due. Non è che si giocava un asso di briscola dopodiché non ne avevi altri. Tra l’altro la riforma MES doveva essere ratificata dal parlamento, e in parlamento la maggioranza a favore non c’era. La riforma del patto di stabilità invece era materia di governo e Giorgetti non aveva alcun bisogno di dire “siamo stati birichini con il MES però non vogliamo esagerare quindi diciamo sì al patto anche se non ne siamo convinti”.

Un governo realmente persuaso delle sue posizioni avrebbe dovuto affermare: no scusate, questo patto non funzionava prima e non funzionerebbe con queste modifiche, anzi forse sarebbe pure peggio. Lasciate perdere il MES (ammesso che realmente qualche europartner avesse posto la questione in termini di do ut des), lì si è espresso il nostro parlamento.

La seconda: certo, qualcuno, sicuramente la Francia, il nuovo patto non lo rispetterà. Il problema è che non rispettava neanche il vecchio, il che non impediva alla commissione europea di richiamarci, di bacchettarci, di minacciare procedure e sanzioni. I patti a livello UE si sono sempre applicati per alcuni (noi) e interpretati per altri.

Ma, si dice, sarebbe allora rimasto in vigore il vecchio patto. E quindi ? se fosse vero che le nuove condizioni macroeconomiche e geopolitiche fanno saltare tutti gli schemi, allora vecchio o nuovo non faceva differenza. Se come temo io, invece, noi ne resteremo condizionati, avrei di gran lungo preferito che ciò non avvenisse sulla base di una riforma che abbiamo appena approvato (mugugnando, ma i mugugni non fanno testo).

Terza obiezione. Mentre accettava, convinto o no come dicevo non rileva, il nuovo patto di stabilità, l’ineffabile Giorgetti finiva di insabbiare l’innovazione REALMENTE risolutiva: la Moneta Fiscale.

Se vogliamo metterla in termini calcistici, ci si è accontentati di guadagnare un calcio d’angolo. Quando invece si potevano segnare due gol… e finalmente vincere la partita.

 




venerdì 26 aprile 2024

Stima e simpatia per Claudio Borghi, ma

 

Di Claudio Borghi ho stima, e sulla base delle poche volte che ho avuto occasione di incontrarlo e di parlargli mi è anche simpatico.

Però quando perora la causa di “votare Lega per cambiare la UE da dentro” ho tre perplessità, alquanto robuste.

La meno importante delle tre, è che anni fa Borghi sosteneva come e qualmente “cambiare la UE da dentro” fosse una mission impossible. E’ la meno importante perché cambiare idea è lecito, e a volte anche saggio.

Le due più importanti sono che all’interno della Lega troviamo:

Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’economia ha fatto di tutto per affossare la Moneta Fiscale

nonché

Alberto Bagnai, che gli ha tenuto bordone con sproloqui pseudoragionieristici da matita blu (vedi qui e qui).

Il punto è che la Moneta Fiscale è la via plausibile e percorribile per risolvere le spaventose disfunzioni dell’Eurozona. L’unica realistica: tecnicamente e soprattutto politicamente.

E sparare contro la Moneta Fiscale non mi dice bene in merito alle capacità della Lega di cambiare la UE.

Da dentro o da fuori o da sopra o da sotto o da destra o da sinistra.

Felice, nel caso, di sbagliarmi.

sabato 3 febbraio 2024

Bagnai detesta la Moneta Fiscale perché non la capisce

 

Non riesco a spiegare in altro modo l’acredine di Alberto Bagnai nei confronti della Moneta Fiscale, se non con le sue evidenti carenze su temi di macroeconomia. L’ho già detto in precedenti occasioni: è un divulgatore molto efficace, potenzialmente anche un ottimo scrittore comico, ma lì finisce. Come economista, le sue carenze sono evidenti.

Non contento di essersi preso una prima dose di scapaccioni quando sosteneva che la proposta CCF non gestiva i differenziali di competitività tra paesi;

non soddisfatto di essersi esposto a ulteriore ridicolo affermando che il trattamento contabile della Moneta Fiscale viola la partita doppia;

pochi giorni va (vedi i minuti finali di questo video) il nostro ha toccato nuove vette di comicità sostenendo che la Moneta Fiscale è una “cura palliativa” rispetto al problema dei delta d’inflazione nell’ambito dell’Eurozona.

Quando, se avesse studiato il progetto (o se, avendolo magari letto, l’avesse capito, o se non avendolo capito avesse chiesto spiegazioni, che sarei stato ben disponibile a fornirgli) saprebbe che il progetto Moneta Fiscale fornisce gli strumenti per raggiungere la piena occupazione mantenendo l’inflazione a livelli stabili e moderati (vedi D19 e D20 qui), e anche per gestire problemi di shock dal lato dell'offerta quali abbiamo sperimentato durante l’ultimo paio d’anni.

Peccato.

mercoledì 10 gennaio 2024

Bagnai sempre peggio

 

Trovate qui il video dell'intervento di ieri, da parte dell’on. Alberto Bagnai, in merito al tema Superbonus 110%. Dal punto di vista tecnico-contabile, nulla di nuovo a quanto già da me riferito e commentato nel mio post del 6.4.2023. Bagnai pretende di insegnare la partita doppia ma in realtà è lui a non conoscerla. 

Qualche chiosa in più la merita però la parte finale del suo intervento, in cui elogia il ministro Giorgetti per aver evitato che l’Italia passasse, di fronte ai media internazionali, come un paese che “trucca i conti”. Mettendosi quindi sullo stesso piano della Grecia.

Un commento del genere mi sarei aspettato di sentirlo da un Giannino o da una De Romanis. L’Italia non aveva inizialmente incluso l’impatto del Superbonus nel deficit pubblico per la semplice ragione che le regole Eurostat non lo prevedevano. Regole che sono state SUCCESSIVAMENTE modificate. E le revisioni contabili sono venute di conseguenza.

Ricordo comunque, a smentita delle strampalate elucubrazioni di Bagnai in tema di partita doppia, che Eurostat ha confermato che la Moneta Fiscale NON rientra nella definizione di debito pubblico.

Aggiungo solo che la mia opinione su Bagnai si riassumeva, fino a un po’ di tempo fa, come segue. Lo consideravo un divulgatore molto efficace, un buon economista e un individuo con un pessimo carattere.

Il primo e l’ultimo giudizio restano invariati. Sul secondo temo proprio che un declassamento sia opportuno.

Certo, finché si confronta, appunto, con le De Romanis e con i Giannini, Bagnai può passare per un titano del pensiero economico. Ma solo a causa dei termini di confronto.

Continuo a non ritenere, come in parecchi ormai affermano, che Bagnai sia ormai diventato una palla al piede dei movimenti di opinione euroscettici.

Però sinceramente, ce la sta mettendo tutta per farmi modificare anche quest’ultimo giudizio. Grazie, soprattutto, ai suoi tentativi di insabbiare e screditare lo strumento che ha la maggiore plausibilità per ottenere lo scopo di mettere fine all’eurocrisi: la Moneta Fiscale.

mercoledì 12 aprile 2023

La Lega, patria dei sovranisti anti-euro…

 

Bella idea aver votato Lega perché lì stanno gli eurocritici – Borghi, Bagnai, Zanni eccetera – vero ?

Fresca fresca la notizia che Giancarlo Giorgetti ha nominato consigliere del ministero dell’economia Donato Masciandaro, del dipartimento d’economia dell’Università Bocconi.

Essere un bocconiano non vuol dire necessariamente essere un euroentusiasta. Qualche eccezione c’è, e una per esempio la vedo tutte le mattine, quando mi guardo allo specchio per farmi la barba.

Però tra queste eccezioni non rientra Donato Masciandaro, che si premura infatti di farci sapere che

Interessante, vero ? Masciandaro è contento di lavorare con Giorgetti perché “condivide in toto la bussola del ministro riguardo la politica fiscale: i conti pubblici devono essere in ordine, in armonia con il quadro europeo, che è in divenire”.

Sarà anche vero che nella Lega ci sono euroscettici più che altrove. Il problema è che poi diventa ministro Giorgetti, che suscita l’entusiasmo di un bocconiano doc perché la sua bussola sono i conti in ordine, in armonia con il quadro europeo, che non si sa qual è perché è in divenire, ma comunque è la stella polare da seguire sempre e in ogni caso.

Anche nel caso in cui il “divenire” ci portasse a criteri rigidi e austeriani quanto e più di quelli che sono stati applicati nel 2011-2 dall’altro insigne bocconiano Mario Monti, con i catastrofici risultati che conosciamo.

“Divenire” che, viste le notizie che trapelano da Bruxelles, è una possibilità più che concreta.

Magari mi sfugge qualcosa. Ma se qualcuno dice “voti Borghi e Bagnai e ti ritrovi Giorgetti”, il leghista euroscettico che cosa risponde ?

giovedì 6 aprile 2023

Alberto Bagnai, la Moneta Fiscale e la partita doppia


In merito alla dichiarazione di voto di Alberto Bagnai, per conto del gruppo parlamentare Lega, in occasione della conversione dell’ultimo decreto legge sul tema Superbonus, mi sembrano opportuni alcuni commenti di natura tecnica. In particolare su questo passaggio:


E ancora più specificamente sulla parte finale:

“Nel momento in cui può circolare illimitatamente, un credito diventa moneta, cioè diventa un’attività finanziaria di qualcuno e, nel mondo della partita doppia, quindi, diventa anche necessariamente una passività finanziaria di qualcun altro, e quel qualcuno altro è lo Stato. Questo è scritto nel manuale Eurostat.

Quindi, punto fermo: ognuno ha diritto alle sue opinioni – e qui ne abbiamo sentite tante – ma, purtroppo, nessuno ha diritto alla sua contabilità, altrimenti si finisce nei tribunali o si finisce sotto l’attacco dei mercati”.

Se Bagnai ha detto quello che pensa, ne deriva in primo luogo che non ha letto il manuale Eurostat.

Eurostat ha infatti chiarito inequivocabilmente che la recente modifica del Manual on Government Deficit and Debt (MGDD) (intervenuta nei primi mesi del 2023, molto dopo che il Superbonus e i crediti fiscali immobiliari avevano iniziato a esistere e a circolare) NON ha cambiato nulla per quanto riguarda la definizione di debito pubblico, in particolare ai sensi dei trattati UE (il “debito di Maastricht”).

Il nuovo MGDD afferma (molto discutibilmente, ma questo è un altro discorso) che i crediti fiscali a circolazione illimitata debbano incidere sul deficit pubblico nell’anno in cui vengono emessi, e non negli anni in cui vengono utilizzati per conseguire sconti fiscali. Ma i crediti fiscali NON RIENTRANO MAI nel debito di Maastricht. Questo era vero prima e rimane vero oggi.

Sul tema della partita doppia, Bagnai aggiunge poi: “nel momento in cui può circolare illimitatamente un credito diventa moneta, cioè diventa un’attività finanziaria di qualcuno e, nel mondo della partita doppia, quindi, diventa anche necessariamente una passività finanziaria di qualcun altro, e quel qualcuno altro è lo Stato”.

Qui il punto è: “un’attività finanziaria di qualcuno” è “necessariamente una passività finanziaria di qualcun altro” ? Se leggete lo stato patrimoniale di una società ci troverete, in avere, il capitale azionario. A fronte del quale ci sono azioni possedute dagli azionisti, che sono sicuramente attività finanziarie. Ma che NON sono passività finanziarie della società, perché in avere vanno le passività E IL PATRIMONIO NETTO. E il capitale azionario rappresenta appunto la titolarità economica del patrimonio. Cosa ben distinta da una passività finanziaria.

Riassumo se non fosse chiaro: in avere vanno PASSIVITA' E PATRIMONIO, che sono due cose distinte, e il patrimonio NON è una passività, tantomeno una passività finanziaria.

E che dire della moneta ? certo, va in avere nello stato patrimoniale dell’istituto di emissione. Ma come si fa ad affermare che è una “passività finanziaria”, nel momento in cui non deve essere rimborsata a nessuno ? è appunto moneta E NON DEBITO, NON PASSIVITA'.

Le affermazioni di Bagnai sarebbero corrette solo se si definisse “passività finanziaria” qualsiasi tipo di partita che va in avere nello stato patrimoniale di una società, di un ente o anche di una persona fisica. Ma allora che senso ha parlare di passività “finanziarie” e non chiamarle passività e basta ? E comunque, anche così, le passività (finanziarie o meno) sono un cosa, la moneta è un’altra e il patrimonio netto un’altra ancora

Qui per una volta ha più logica la posizione dei trattati UE, che si preoccupano del debito pubblico, ma secondo la definizione di Maastricht. Debito che comprende quello che si va a reperire sul mercato, non i crediti fiscali. Debito che quindi NON include, assolutamente NO, la Moneta Fiscale.

In sintesi: la partita doppia dice che i conti devono quadrare, e quindi che a fronte di un movimento in dare ci deve essere un movimento in avere. A fronte di un'attività, che va in dare, ci deve essere qualcosa in avere. Ma questo qualcosa può essere una passività finanziaria, una passività non finanziaria, o qualche altra cosa ancora.

Tutto questo è perfettamente coerente con la partita doppia e con il MGDD di Eurostat. Mentre NON lo è l'intervento di Bagnai.

 

domenica 26 luglio 2020

Il problema della Lega è sempre lo stesso


Non è la prima volta che lo dico, e di conseguenza qualche simpatizzante leghista mi accusa di essere ipercritico verso la Lega.

Ma siamo sempre allo stesso punto: la Lega ha preso nelle sue fila due economisti e comunicatori molto efficaci, Alberto Bagnai e Claudio Borghi, a cui va dato il merito di aver svolto (e di continuare a svolgere) un grossissimo lavoro di informazione e di critica nei confronti dell’eurosistema.

Purtroppo, continua a esserci un problema di proposte specifiche, e un problema di approccio.

L’accordo sul Recovery Fund garantisce la sopravvivenza del governo Conte ? è tutto da vedere. E’ sufficiente per la ripresa dell’economia italiana ? ma non scherziamo.

Però, premesso che prima o poi (al più tardi a inizio 2023) a votare alle politiche si andrà, qual è la proposta di politica economica della Lega, e soprattutto quali sono i mezzi per superare i vincoli dell’eurosistema ?

Non si è mai capito e continua a non capirsi. Fatta salva la possibilità di una rottura dell’euro per dinamiche imprevedibili (che è remota, non è zero, ma non dipende da nessuno di noi in Italia) le difficoltà politiche e operative del breakup sono enormi.

L’ho detto e lo ripeto fino a perdere il fiato: la strada è il progetto Moneta Fiscale, e l’atteggiamento dev’essere di fermezza costruttiva. Non vogliamo rompere nulla perché sappiamo come correggere le disfunzioni del sistema, senza deflagrazioni e senza chiedere nulla a nessuno.

Altrimenti si rimane marginalizzati da un sistema che ti addita come lo sfasciacarrozze da isolare, e non si ottiene nessun risultato.


venerdì 4 maggio 2018

Ancora sul mancato accordo tra Centrodestra e M5S


Due mesi dopo le elezioni, la formazione del nuovo governo è un rebus ancora irrisolto. Non si può escludere nulla, ma le probabilità che si riaprano spazi per un accordo tra M5S e Centrodestra appaiono decisamente basse.

L’ipotesi è caduta sulla pregiudiziale M5S contro l’ingresso di Forza Italia nella coalizione, o per essere più esatti sul veto a Silvio Berlusconi.

Ho già spiegato qui perché lo ritengo un errore: in sintesi, SB come persona non è eleggibile, non può ricoprire alcuna carica di governo, e non è nemmeno un parlamentare. Forza Italia risponde a lui, certo: ma Forza Italia avrebbe un potere di condizionamento molto basso, perché i suoi voti non sono decisivi per la maggioranza.

Di fronte a queste considerazioni, più di un elettore M5S mi ha obiettato che SB ha comunque una grossa influenza su Matteo Salvini e sulla Lega, anzi un vero e proprio potere di ricatto. E qui ritornano a galla le illazioni sul fatto che il marchio della Lega sarebbe stato venduto anni fa a SB, su debiti da lui pagati per conto della Lega, e simili.

Le definisco illazioni perché di provato, a quanto mi risulta, non c’è nulla. Ma se anche qualcosa o molto di vero ci fosse, mi pare il caso di sottolineare che come motivazione per accettare (da parte del M5S) un accordo con la Lega (e Fratelli d’Italia ?) ma solo escludendo Forza Italia, non regge.

Perché ? semplice: se SB è in grado di condizionare, per non dire di ricattare, Salvini, lo può fare anche stando al di fuori della maggioranza di governo. Il M5S avrebbe quindi dovuto escludere tassativamente anche l’ipotesi di accordo con la sola Lega. Su cui invece si è ragionato a lungo.

La posizione M5S mi riesce, quindi, incomprensibile. Mentre da quella di Salvini si può magari dissentire, ma le motivazioni sono forti e chiare: (1) far partire un governo con una maggioranza solida (CDX + M5S) e non risicata (M5S + Lega) (2) mantenere fede a un accordo preso in campagna elettorale (3) evitare problemi alle molte amministrazioni locali dove il CDX governa unito (4) sedersi al tavolo del negoziato come leader di una coalizione che pesa il 37%, non di un partito che conta solo il 17%.

E’ un grossissimo peccato che questa strada, salvo sorprese, non possa essere riaperta. Le convergenze potenziali, in particolare sui temi economici, avrebbero potuto (potrebbero ?) rivelarsi molto, molto interessanti. Il M5S si è dotato di un qualificato gruppo di potenziali ministri economici (Fioramonti – Roventini – Tridico). Il dialogo con Borghi e Bagnai poteva (può ?) essere parecchio fruttuoso.

A partire, naturalmente, dalla rimozione dei vincoli dell’Eurosistema via strumenti fiscali “quasi-monetari” (integrando CCF e Minibot…).

Se per sconfiggere Hitler ci si è alleati con Stalin, ha veramente senso lasciar cadere una enorme opportunità di rilancio dell’economia italiana per non voler concedere a Berlusconi di salvare la faccia ?

Io non lo credo. Ma così è andata… o almeno a tutt’oggi (venerdì 4 maggio) così pare.


martedì 15 marzo 2016

Redistribuzione verso l’alto: del potere, più ancora che del reddito



Riflessioni su questo commento di Alberto Bagnai, letto su Twitter alcuni giorni fa:

“Il motivo per cui le soluzioni non traumatiche della crisi vengono posposte è semplice: implicano una redistribuzione del reddito dall’alto verso il basso, dopo tre decenni di redistribuzione dal basso verso l’alto. Un cambiamento di rotta che, per quanto sia auspicabile in termini razionali, non è certo visto di buon occhio da chi detiene le leve del potere.

Il mercantilismo, cioè la promozione della crescita nazionale tramite le esportazioni, e quindi tramite la domanda estera, richiede che si operi un perenne recupero di competitività. Questo, a sua volta, può essere realizzato nel breve periodo solo tramite la compressione dei salari, cioè la crescita della diseguaglianza, favorita dalla globalizzazione del capitale finanziario”.

E’ utile aggiungere e precisare che il reddito totale viene redistribuito in termini relativi, non in termini assoluti. Siamo oggi in presenza di un sistema economico che produce un livello di reddito inferiore alle sue potenzialità totali. La carenza è tutta concentrata a livello medio-basso, mentre il segmento alto non subisce penalizzazioni.

Una politica di pieno impiego non diminuirebbe il reddito del segmento alto (in termini assoluti) ma aumenterebbe quello del segmento medio-basso, nonché il reddito totale.

Se oggi siamo in una situazione in cui il top 10 si appropria di 60, e il bottom 90 di 30, domani il top 10 sarebbe sempre a 60, mentre il bottom 90 passerebbe a 40.

Il segmento alto della distribuzione del reddito perderebbe da un lato perché dovrebbe remunerare meglio il lavoro, ma guadagnerebbe dall’altro perché saturerebbe meglio un capitale produttivo oggi sottoutilizzato.

Perché allora il segmento alto si oppone alle “soluzioni non traumatiche della crisi” ? non perché perderebbe reddito, ma perché, a parità di reddito, avrebbe una posizione meno egemonica, meno dominante, nei confronti di un segmento medio-basso meno condizionabile grazie al notevole miglioramento della sua situazione economica.

E’ avvenuto un fenomeno di compressione nella produzione di reddito (rispetto al potenziale) e di redistribuzione verso l’altro, ma relativa (non assoluta).

E, soprattutto, si è verificata una redistribuzione di potere. Che conta più di reddito e ricchezza.

La conseguenza è una società più ingiusta e diseguale. I movimenti politici antisistema stanno crescendo, specialmente nell’Eurozona ma in effetti sostanzialmente in tutto l’Occidente, opponendosi e puntando a invertire questa tendenza.

E c’è da sperare che ci riescano, in modo non traumatico. Questo dipenderà in larghissima misura dalla capacità delle attuali élite di riconoscere l’erroneità e l’insostenibilità dell’assetto politico-economico odierno.

sabato 9 gennaio 2016

Euro e stagnazione della produttività italiana

Ormai da diversi anni, un tema oggetto di intenso dibattito è la stagnazione delle produttività che l’economia italiana ha sperimentato in prossimità dell’ingresso nell’euro, e ancora di più successivamente.

Sul tema si è espresso tra gli altri Alberto Bagnai, constatando che in Italia, da metà degli anni Novanta, la crescita della produttività reale del lavoro (linea ALP) si è sostanzialmente arrestata, in corrispondenza con l’”aggancio” della lira a quello che sarebbe poi stato il cambio d’ingresso nell’euro (1936,27, e 990 contro marco).





Più di recente, Guido Iodice ha fatto notare che il grafico di Bagnai mette in correlazione la crescita della produttività con il cambio nominale lira / marco. Questo, nota Iodice, è inesatto perché il confronto va fatto con il cambio reale (cioè con il cambio corretto per tener conto delle differenze di inflazione tra Italia e Germania).



Effettivamente, se confrontiamo produttività e cambio nominale (il “grafico Bagnai”, il primo sopra riportato) si nota che la produttività italiana ristagna, sostanzialmente, a partire dal momento in cui il cambio con la Germania si blocca, mentre in precedenza le due curve salivano all’incirca di pari passo.

Ma se confrontiamo produttività e cambio reale (il “grafico Iodice”) si notano fenomeni differenti. La produttività italiana ha continuato a salire sia in anni in cui il cambio reale si rafforzava (1976-1992) sia successivamente alla rottura dello SME, quando si è (fine 1992-1994) fortemente indebolito.

Per far luce sul tema, è utile prendere in considerazione la legge di Kaldor-Verdoorn, secondo la quale la produttività tende a salire in funzione del prodotto fisico di un sistema economico.

La ragione è intuitiva. Se un’economia cresce, ci sono più risorse a disposizione, e più incentivo ad investirle in nuovi impianti e tecnologie più avanzate. E ci sono anche maggiori economie di apprendimento – più si fa, e meglio s’impara a fare, banalmente detto.

Fino all’avvento dell’euro, la crescita reale dell’economia italiana è stata soddisfacente, in linea con le medie europee. E la produttività è aumentata di pari passo. Qui un altro ben noto grafico di fonte Bagnai mostra il graduale avvicinamento del PIL procapite italiano rispetto alle medie UE15 tra il 1970 e metà degli anni Novanta (e la drammatica successiva inversione di tendenza).



Il rafforzamento del cambio reale del periodo precedente al 1992 non ha rallentato la crescita italiana, ma ha deteriorato le partite correnti e in particolare il saldo commerciale estero. Negli anni tra il 1980 e il 1992, periodo nel quale il cambio reale italiano si rafforzava, le partite correnti in percentuale del PIL sono state mediamente passive in misura pari all’1,5% circa, e del 3% nel 1992 – anno in cui l’Italia è stata costretta ad abbandonare lo SME.

Il riallineamento valutario si è accompagnato a un’inversione di segno delle partite correnti, fino a un surplus del 2,5% circa nel 1996. Di pari passo all’”aggancio euro” si è poi avuta una riduzione di questo surplus, fino a raggiungere una sostanziale parità intorno al 1998-2000.

Partite correnti in equilibrio, in situazione di domanda interna italiana a livelli normali (non euforici né depressi), implicano che il cambio di ingresso nell’euro non era, almeno inizialmente, “sbagliato”.

La crescita italiana ha rallentato in quegli anni, ma l’indiziato principale non è il cambio bensì l’adozione di politiche economiche restrittive, finalizzate a rientrare nei parametri del trattato di Maastricht: in particolare, con riferimento a inflazione e rapporto deficit pubblico / PIL.

A questo punto il rallentamento della crescita ha prodotto la stagnazione della produttività. Nel frattempo la Germania guadagnava non tanto in termini di produttività, ma di competitività – attuando politiche di forte contenimento salariale.

L’Italia è quindi entrata in un circolo vizioso. La combinazione di politiche economiche restrittive, di stagnazione della produttività e di peggioramento della competitività ha agito negativamente sulla domanda, sulla crescita e di conseguenza (Kaldor – Verdoorn) ha ulteriormente penalizzato la produttività.

La crisi finanziaria del 2008 ha ulteriormente enfatizzato questa situazione negativa. E l’austerità adottata dal 2011 in poi, in diretta conseguenza della crisi dei debiti sovrani, ancora di più.

Il nesso tra euro e stagnazione della produttività quindi esiste ed è estremamente significativo, ma per ragioni più variegate rispetto a una semplice causazione cambio sopravvalutato ==> ristagno della produttività.

L’euro ha svolto un ruolo in quanto:
UNO, la necessità di rispettare i parametri di Maastricht ha costretto l’Italia ad adottare e mantenere politiche fiscali restrittive.
DUE, i guadagni di competitività tedeschi in un regime di monete nazionali e cambi flessibili sarebbero stati, con ogni probabilità, gradualmente compensati dalla rivalutazione del marco contro la lira. Questo non è avvenuto, ed ha ulteriormente penalizzato la crescita italiana.

Ma:
TRE, l’euro entra ancora di più in gioco a partire dal 2011, in quanto le tensioni e gli squilibri commerciali tra Nord e Sud dell’Eurozona hanno fatto temere che potesse verificarsi la rottura della moneta unica. Questo ha portato, tra le altre cose, al calo di valore dei titoli di stato sudeuropei rispetto a quelli dell’ex area marco, quindi all’innalzamento degli spread sui tassi d’interesse.

Quanto sopra è una diretta conseguenza dell’euro, in quanto la pressione al ribasso sul valore dei titoli di stato sud-eurozonici avrebbe preso la forma – in regime di debiti espressi in monete nazionali, e di cambi flessibili – di un indebolimento del cambio (che tra l’altro sarebbe stato un fattore di riequilibrio dell’economia reale) e non della salita degli spread.

Peggio ancora, come condizione per i sostegni forniti dalla BCE ai debiti pubblici del Sud, sono state richieste forti restrizioni fiscali (l’austerità) in una situazione in cui la domanda non aveva ancora recuperato gli effetti della crisi Lehman: ulteriore pesante impatto negativo sul PIL e sulla produttività.

Tutto questo non assolve i governi italiani (né le autorità UE) dall’imputazione di aver commesso vari e gravi errori nell’impostazione delle politiche economiche degli ultimi quindici anni.

Anche in presenza dell’impossibilità di riallineare il cambio, l’Italia avrebbe potuto adottare politiche di riequilibro della competitività nei primi anni dell’euro, non necessariamente comprimendo i salari ma ad esempio riducendo il cuneo fiscale (e utilizzando a tal fine uno sforamento dei vincoli di Maastricht nel periodo – principalmente 2002-2004 - in cui sforava la Germania).

E soprattutto, nel 2011 (1) Monti non avrebbe dovuto accettare l’adozione di livelli di austerità così massicci (sotto forma principalmente di imposte su patrimonio e consumi e di tagli di spesa pensionistica) e (2) nella misura in cui questi interventi fossero stati attuati, almeno in parte si sarebbe dovuto utilizzarli (anche qui) per ridurre il cuneo e quindi il costo del lavoro lordo per le aziende.

E’ comunque indubbio che l’euro, o più propriamente i vincoli dell’Eurosistema e l’insieme delle politiche adottate per cercare, in qualche modo, di evitarne la rottura, hanno una stretta relazione con il declino della produttività italiana.

La soluzione passa dall’uscita da questi vincoli. Il che si attua mediante politiche espansive della domanda, abbinate a un miglioramento della competitività delle aziende (per evitare l’insorgere di squilibri commerciali esteri). Miglioramento della competitività che, anche in presenza dell’impossibilità di riallineare il cambio, può essere ottenuto con una forte riduzione di contributi e oneri a carico delle aziende.

Il progetto CCF è una strada possibile per ottenere questi risultati: uno strumento monetario parallelo – i Certificati di Credito Fiscale – con cui effettuare azioni di spesa pubblica, trasferimenti ai privati, e assegnazioni alle aziende in funzione dei costi di lavoro da esse sostenuti (riducendo di conseguenza il costo del lavoro effettivo).

La rottura della moneta unica e il conseguente riallineamento valutario non è quindi l’unica modalità possibile attraverso cui risolvere l’Eurocrisi. Ma l’uscita dai vincoli dell’Eurosistema (nella sua impostazione attuale) è assolutamente indispensabile.

Con la ripresa di domanda, PIL e occupazione, tutto lascia pensare che riprenderà a salire anche la produttività delle aziende italiane. La legge di Kaldor-Verdoorn funziona in entrambe le direzioni.


Il ristagno della produttività italiana non deriva da discontinuità tecnologiche, da sconvolgimenti geopolitici, dall’inadeguatezza della classe imprenditoriale italiana. Niente di tutto questo. E’ la conseguenza di un sistema di governance economico-monetario sbagliato, e delle politiche errate e insostenibili con cui prima lo si è introdotto, e poi si è cercato di rabberciarne le disfunzionalità.