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giovedì 13 marzo 2025

MES e patto di stabilità: se dico un no perché non due ?


Ultimamente vedo il dynamic duo leghista-sovranista, Borghi-Bagnai, menar vanto dell’aver bloccato la riforma del MES, e su questo hanno buone ragioni. Però utilizzano un’argomentazione su cui c’è qualcosa da obiettare.

In breve: la riforma MES sarebbe stata usata contro le nostre banche e contro il nostro debito pubblico, per tappare buchi altrove (presso il sistema creditizio tedesco, in particolare). Abbiamo fatto bene a stopparla a costo di lasciar passare la riforma del patto di stabilità, perché il patto resterà lettera morta, in particolare i francesi non lo rispetteranno, poi adesso ci sono i programmi di riarmo, eccetera.

Obiezioni, dicevo ? almeno tre.

La prima è che non si capisce perché detto un no, non se ne potevano dire due. Non è che si giocava un asso di briscola dopodiché non ne avevi altri. Tra l’altro la riforma MES doveva essere ratificata dal parlamento, e in parlamento la maggioranza a favore non c’era. La riforma del patto di stabilità invece era materia di governo e Giorgetti non aveva alcun bisogno di dire “siamo stati birichini con il MES però non vogliamo esagerare quindi diciamo sì al patto anche se non ne siamo convinti”.

Un governo realmente persuaso delle sue posizioni avrebbe dovuto affermare: no scusate, questo patto non funzionava prima e non funzionerebbe con queste modifiche, anzi forse sarebbe pure peggio. Lasciate perdere il MES (ammesso che realmente qualche europartner avesse posto la questione in termini di do ut des), lì si è espresso il nostro parlamento.

La seconda: certo, qualcuno, sicuramente la Francia, il nuovo patto non lo rispetterà. Il problema è che non rispettava neanche il vecchio, il che non impediva alla commissione europea di richiamarci, di bacchettarci, di minacciare procedure e sanzioni. I patti a livello UE si sono sempre applicati per alcuni (noi) e interpretati per altri.

Ma, si dice, sarebbe allora rimasto in vigore il vecchio patto. E quindi ? se fosse vero che le nuove condizioni macroeconomiche e geopolitiche fanno saltare tutti gli schemi, allora vecchio o nuovo non faceva differenza. Se come temo io, invece, noi ne resteremo condizionati, avrei di gran lungo preferito che ciò non avvenisse sulla base di una riforma che abbiamo appena approvato (mugugnando, ma i mugugni non fanno testo).

Terza obiezione. Mentre accettava, convinto o no come dicevo non rileva, il nuovo patto di stabilità, l’ineffabile Giorgetti finiva di insabbiare l’innovazione REALMENTE risolutiva: la Moneta Fiscale.

Se vogliamo metterla in termini calcistici, ci si è accontentati di guadagnare un calcio d’angolo. Quando invece si potevano segnare due gol… e finalmente vincere la partita.

 




giovedì 12 dicembre 2019

La battaglia del MES e la non-guerra dei CCF


Giusto e doveroso opporsi alla riforma MES: ma l’Italia deve procedere sulla strada dei CCF. Senza bisogno di “battagliare” con nessuno.

La scena politica di quest’ultimo paio di settimane è stata ampiamente occupata dai problemi connessi alla “riforma MES”. E con ottimi motivi. L’intero processo si è fin qui svolto in modo tale da prestare il fianco a serissime critiche, sia di metodo che di merito.

Nel metodo, è del tutto inaccettabile l’opacità con cui il governo Conte (sia I che II) ha condotto le interlocuzioni a livello UE, nonostante gli esponenti della maggioranza parlamentare gialloverde avessero espresso forti dubbi e riserve.

Nel merito, non si vede come questa riforma dovrebbe migliorare la posizione italiana nel contesto dell’eurozona. Mentre, al contrario, si delineano molteplici situazioni in cui potrebbe risultare (ulteriormente) deleteria.

Chi difende la riforma afferma, ad esempio, che il MES potrebbe supportare il fondo di risoluzione unico per le banche, rafforzandone le capacità d’intervento. Ma possiamo contarci, quando in passato è stata addirittura bloccata sul nascere (casi Etruria – Marche - Carife – Chieti) la possibilità di attivare il fondo interbancario italiano (organismo totalmente privato) adombrando (incredibilmente) il dubbio che si sarebbe trattato di un aiuto di Stato ? E infliggendo, di conseguenza, perdite a decine di migliaia di obbligazionisti ?

E’ molto più plausibile che, come già accaduto soprattutto con i casi greco e spagnolo, i nuovi meccanismi MES rendano ancora più facile addossare al “conto comune dell’Eurozona” e quindi anche all’Italia le perdite subite da banche francesi e tedesche.

Addirittura comica, poi, l’affermazione secondo la quale l’Italia non si deve preoccupare perché “il nostro debito pubblico comunque è sostenibile”. Quindi dovremmo impegnarci fino a un massimo di 125 miliardi per un meccanismo assicurativo del quale ci viene detto che non avremo necessità ?

Vi è mai venuto a trovare un agente assicurativo per dirvi “sottoscriva questa polizza, in teoria se si verifica il sinistro potremmo espropriarle la casa prima di pagare il rimborso, però non è un problema perché in realtà il sinistro è impossibile” ?

Tutto comico, dicevo: se non fosse tragico.

Il risultato della levata di scudi della Lega e anche di una parte del M5S è che la conclusione dell’accordo è stata rinviata a inizio 2020. La classica tattica UE di calciare il barattolo in avanti. E’ stato quindi evitato, per ora, il peggio, anche se il problema tornerà in primo piano tra pochi mesi.

Nel frattempo potrebbero essere accadute parecchie cose – tra cui magari la caduta del governo Conte II e le elezioni anticipate.

Poteva andare peggio. Però rimango estremamente preoccupato nel constatare che l’Italia continua a muoversi, affannosamente e con il rischio di non riuscire a tamponare le falle prima che la barca affondi, sempre e solo per evitare danni peggiori. Perché, tra parentesi, mi auguro anzi conto sul fatto che si riesca a non peggiorare il MES. Ma il MES comunque esiste, ed ha già fatto grossi danni così com’è.

Nello stesso tempo, continua a non vedersi una strategia di soluzione complessiva delle eurodisfunzioni.

Lo strumento esiste, ed è il progetto CCF. Ed esiste anche una significativa porzione di parlamentari M5S (una novantina in tutto) che hanno sottoscritto la proposta di legge che abbiamo presentato a Roma lo scorso 2 dicembre.

Non è poco, anzi potenzialmente è un passo decisivo. Purtroppo novanta parlamentari non sono la maggioranza della compagine M5S, e comunque il M5S al governo ci sta (per quanto ancora ?) con il PD, la cui unica preoccupazione è ingraziarsi l’establishment di Bruxelles. E negoziare, s’intende, contropartite non per il paese ma per i singoli. Un commissariato UE qui, un posto nel consiglio di amministrazione della grande istituzione finanziaria là.

Questo assetto non durerà. Ma la futura compagine governativa, quale che sia, deve dimostrare una chiarezza di idee che io continuo a non vedere.

La Lega per esempio è molto efficace nella comunicazione, nella critica, nel battage mediatico. Ma immaginiamo che a breve ci siano nuove elezioni e che Salvini diventi capo del governo, sostenuto da una compatta maggioranza. Come intende muoversi ?

Rompe l’euro – missione quasi impossibile, date le complessità politiche e operative ? rivede i vincoli di deficit – missione del tutto impossibile, dato che non c’è NESSUNA volontà da parte degli europartner di aprire questo tavolo ?

Il progetto CCF, invece, è sia attuabile che risolutivo. Non è una “battaglia da vincere” (contro chi, poi ?). E’ un progetto perfettamente compatibile con trattati e regolamenti UE, così come sono oggi.

Si tratta semplicemente di introdurre i Certificati di Compensazione Fiscale, spiegando con chiarezza (in termini tecnici, non strombazzati né imbonitori) che il rapporto tra Maastricht Debt (quello da rimborsare e rifinanziare sul mercato) e PIL calerà costantemente. E che questo sarà possibile in quanto le azioni espansive necessarie saranno attuate con i CCF.

La spiegazione serve non per chiedere autorizzazioni alla UE (non ce n'è alcuna necessità). Serve per chiarire ai mercati finanziari che la loro posizione creditoria diventa più forte, non più debole di prima.

E i mercati finanziari sono gli unici interlocutori che realmente contano. La UE e la BCE non danno soldi né garanzie. I mercati sì, da quando – errore ciclopico, catastrofico, ma è successo – l’Italia ha convertito il proprio debito pubblico da lire a moneta straniera.

Occorrono chiarezza di idee e determinazione. Ma non c’è da scendere in guerra contro nessuno.

La mia preoccupazione è che vedo un considerevole attivismo nel fare polemica da talk-show. Che per molti fini è anche utile, anzi indispensabile. Ma persone che abbiano (primo) identificato la linea di azione corretta, e che (secondo) abbiano concrete possibilità di essere alla guida (sui temi economici) del governo futuro, e quindi adottare la linea d’azione corretta - quelle non le vedo.

Magari mi sfugge qualcosa. Magari raffinate e abilissime strategie sono pronte per essere introdotte, non appena ce ne saranno le condizioni politiche.

Ma dopo sette anni di lavoro sul progetto CCF, durante i quali ho seguito da vicino l’eurodibattito e le varie idee che affioravano, mi appare difficile che nulla sia trapelato.

E questo mi lascia molto, molto perplesso.


lunedì 26 giugno 2023

Quanto è importante la NON ratifica della riforma MES ?

 

Per carità, la riforma MES non va ratificata. Non c’è nessun motivo per cui la ratifica converrebbe all’Italia, mentre c’è una concreta possibilità che si tratti di uno strumento utile ad altri paesi per tamponare, con soldi (anche) NOSTRI, buchi del LORO sistema bancario.

Come nel resto è accaduto nel 2011-2 con i crediti problematici erogati da banche francesi e tedesche in Spagna e in Grecia.

Però vorrei anche che non ci facessimo illusioni sull’importanza del no alla riforma.

Il MES riformato è uno strumento di potenziale ricatto, vessazione ed esproprio ai danni dell’Italia. Ma lo è anche il MES con la conformazione attuale. Lo è anche il PNRR. Lo è il patto di stabilità nella sua forma attuale, e temo proprio che lo sarà anche con le modifiche che dovrebbero essere concordate da qui a fine anno.

Ricatto, vessazione ed esproprio ai danni dell’Italia esistono in quando esiste l’euro: una moneta straniera, che non emettiamo, non gestiamo, non controlliamo, e che è troppo forte per le caratteristiche della nostra economia.

Non ratificare il MES è importante, ma lo è soprattutto per la sua valenza politica. Non ratificarlo significa dimostrare che FINALMENTE l’Italia smette di accettare supinamente richieste assurde solo perché provengono da Bruxelles o da Francoforte.

Ma se non ratifichiamo non abbiamo certo risolto i problemi di fondo legati all’appartenenza all’eurosistema.

Per uscire dalla situazione di ricatto, l’Italia deve recuperare la sua autonomia nella definizione e nell’implementazione delle politiche economiche.

Deve tornare ad emettere il proprio strumento monetario nazionale.

Se non la lira, la Moneta Fiscale.

domenica 16 aprile 2023

L’”indispensabile” riforma MES ?

 

Un’affermazione ricorrente degli euroausterici – ultimamente sentita, tra gli altri, da Romano Prodi – è che la riforma MES deve essere approvata dall’Italia perché è l’unico paese dell’eurozona a non averlo fatto, quindi stiamo bloccando “una cosa ritenuta utile e necessaria dagli altri diciannove”.

A questo si può replicare che se proprio i 19 ci tengono tanto, nessuno impedisce loro di negoziare, approvare e ratificare un trattato con i medesimi contenuti, che escluda però l’Italia.

Non è nulla di inusitato. Il Fiscal Compact nel 2012 fu approvato da 25 paesi su 27: Regno Unito e Repubblica Ceca decisero di non sottoscriverlo.

Più la UE insiste sulla ratifica da parte dell’Italia, più argomenti fornisce a chi afferma che la riforma MES non è di nostro interesse, ma serve potenzialmente ad attivare meccanismi che saranno utili a qualcun altro e a qualcos’altro – e dannosi per noi.

E andando a vedere i contenuti della riforma, per la verità questo è molto più che un sospetto.

Quindi, cara UE e cari partner dell’eurozona, andate pure avanti (che a noi scappa da ridere). Andate avanti con un bel trattatone a 19.

 

giovedì 19 gennaio 2023

Il punto chiave della riforma MES, e perché va bocciata

 

La riforma del MES peggiora un trattato già di per sé orribile. La modifica principale riguarda la possibilità di utilizzare la capacità d’investimento del MES per intervenire sulla risoluzione delle crisi bancarie.

Il che equivale a dire “tappare buchi di banche in difficoltà”, dove le difficoltà nascono da politiche di affidamento o di investimento imprudenti.

Questa possibilità sarebbe condizionata a buoni parametri di finanza pubblica dello Stato che chiede di accedere al MES per sostenere le sue banche. Non ci vuole un genio per capire che i parametri di finanza pubblica saranno considerati adeguati nel caso (per esempio) della Germania e della Francia, e non nel caso dell’Italia.

In sintesi: se le banche italiane hanno problemi, dovremo come sempre cavarcela da soli. Se le banche tedesche o francesi vanno nei guai, si utilizzeranno soldi (anche) nostri.

Tutto questo per inciso non è un’ipotesi fantasiosa. È già accaduto nel 2011-2, quando siamo stati forzati (per decisione dell’ineffabile Mario Monti, ai tempi non c’era un trattato che disciplinasse il meccanismo) a mettere decine di miliardi per tappare i buchi tedeschi e francesi, presi (principalmente) su finanziamenti erogati in Spagna e in Grecia. Le banche italiane erano al contrario pochissimo esposte.

Totalmente ridicola poi l’affermazione, che pure parecchi commentatori hanno il coraggio di ripetere senza ridersi in faccia da soli allo specchio, che la ratifica deve passare perché “comunque l’utilizzo del MES è improbabile”. L’utilizzo, o è possibile o non lo è. L’Italia sta subendo pressioni dalla UE per ratificare il trattato, il che significa che l’eventualità di utilizzarlo esiste.

E dall’utilizzo del MES (da parte di qualcuno, che potremmo benissimo non essere noi) l’Italia ha solo da perdere.

Non è questione di “picchiare i pugni sul tavolo”. Non è questione di “negoziare qualcosa in cambio”. Non prendiamoci in giro raccontando che ratificando otterremo altro, tipo la revisione del PNRR o un’applicazione morbida della direttiva che punta a rendere green gli immobili.

La prassi UE è quella di imporre cose perché “sono giuste” a loro giudizio. E in contropartita ? nulla. Sono cose fatte per il nostro bene, dicono (e magari qualcuno di loro lo crede anche).

Questa prassi non è accettabile. Le proposte di riforma che vanno contro i nostri interessi vanno respinte. Punto.

 

domenica 6 dicembre 2020

Gli amici europei amano salvare le LORO banche con i NOSTRI soldi

 

Il buon Carlo Cottarelli ci fa sapere via twitter che “tra le critiche alla riforma del MES la più strana è che la possibilità di ricapitalizzare le banche col MES favorirebbe la Germania. Ma se le banche tedesche avessero problemi, la Germania non avrebbe problemi a finanziare il salvataggio indebitandosi sui mercati. L’Italia sì”.

Cottarelli è veramente così ingenuo ?

Certo che la Germania potrebbe salvare le sue banche indebitandosi sul mercato. Ma sia per loro che i francesi, non sarebbe stato un problema neanche nel 2010-2012 tappare i buchi presi dalle loro banche in Spagna e in Grecia (i tedeschi più in Spagna, i francesi più in Grecia).

Problema: avrebbero dovuto dichiarare al loro elettorato che il LORO sistema bancario si era comportato in modo dissennato, e quindi che era necessario intervenire.

Molto più facile, politicamente, dare tutta la colpa al debitore e dichiarare che si era creato un problema “di natura generale”. Quindi, suddividere l’onere con gli altri paesi dell’Eurozona (Italia in primis), che in quei paesi erano molto meno esposti.

La riforma del MES tra le altre finalità ha anche quella di ripetere, se mai servisse, lo stesso esercizio. Le landesbanken sono nei guai ? interviene il MES, anche con i soldi italiani, “perché è un problema collettivo”.

Se invece il problema l’hanno le banche italiane ? il MES in teoria può intervenire anche in questo caso, ma con il rischio (altissimo) che l’onere scaricato (via MES) sul bilancio pubblico italiano spinga a farne dichiarare l’insostenibilità, obbligando quindi l’Italia a “ristrutturarlo” (a fare default, in altri termini) nonché ad accettare pesantissimi condizionamenti sulla politica economica degli anni a venire.

Peggio ancora: può benissimo capitare che in crisi vadano le banche tedesche e non le italiane, che si ricapitalizzino via MES le banche tedesche e non le italiane… e che come risultato il debito italiano venga dichiarato insostenibile e ristrutturato. E il debito tedesco invece no.

Questo è il nocciolo della “bellissima, equa, solidale ed europeistica” riforma del MES.

Che ne dite, lo spieghiamo a Cottarelli ?

lunedì 19 dicembre 2022

La riforma del MES (ancora…)

 

Adesso che la Corte Costituzionale tedesca ha respinto i ricorsi presentati contro la riforma del MES, presumibilmente il Bundestag la approverà in tempi rapidi. La Germania sarà quindi il penultimo paese a ratificarla.

Dopodiché rimane solo l’Italia, e quindi stanno riprendendo fiato gli esponenti politici che ci sollecitano ad “adeguarci”.

Rimando a quanto ho scritto ormai tre anni fa per spiegare che questa riforma è un peggioramento di uno strumento già di per sé orribile. La riforma va bocciata, anche se è opportuna la precisazione che non ratificare non significa risolvere un problema ma solo evitare di peggiorarlo. Perché il MES comunque è in essere, ed è pessimo anche così com’è oggi.

Respingere la riforma, in altri termini, equivale a giocare in difesa. Per segnare i gol, bisogna far passare il vero strumento risolutivo: i CCF / Moneta Fiscale.

Aggiungo comunque due parole di commento all’affermazione, sentita varie volte allora e oggi, che l’Italia deve ratificare “perché il governo si è impegnato”.

Il governo DI ALLORA (c’era Conte) ha firmato il trattato, certo. Ma il trattato è operativo solo se il parlamento ratifica. E Conte ovviamente non poteva impegnarsi per conto del parlamento. Il massimo dell’impegno che poteva prendere era di PRESENTARLO alle camere per la ratifica. 

Certo, in condizioni normali un governo dovrebbe sapere che cosa il parlamento sarà disposto ad accettare: governa appunto perché ne ha ottenuto la fiducia, giusto ?

Ma in questo caso ci sono un paio di cose da ricordare.

La prima è che Conte si è mosso, ai tempi, in modo estremamente improprio: è andato avanti a negoziare (ancora durante il Conte I) nonostante la maggioranza di allora (M5S + Lega) gli avesse chiaramente espresso fortissime riserve.

La seconda è che da allora sono cambiati tre governi nonché la composizione del parlamento, a seguito delle elezioni politiche del settembre 2022.

E ratificare, o meno, ovviamente è una decisione che spetta al parlamento in carica, non a quelli passati.

Se l’Italia non ratifica questa riforma, cosa che mi auguro fortissimamente, non viene meno a nessunissimo impegno. Sostenere il contrario è una bestialità, in termini di diritto e in termini di fatto.

 

domenica 1 dicembre 2019

La battaglia del MES è una guerra dei bottoni


Purtroppo non riesco a definire diversamente la furibonda polemica che si è scatenata intorno alla riforma del MES.

Intendiamoci, reagire all’inaccettabile comportamento di Giuseppe Conte – un vero e proprio tradimento del mandato parlamentare – è più che doveroso.

Il problema, però, è che se anche si riuscisse a bloccare la riforma del MES, rimane il fatto che il MES comunque già esiste – e comunque è pessimo, già nella sua forma attuale.

La polemica e il connesso battage mediatico un importante beneficio lo producono: far capire, alla parte (preponderante, purtroppo) dell’opinione pubblica ancora ignara, quale assurdità sia per l’Italia il MES. Impegni per svariate decine di miliardi che non verranno mai utilizzati a nostro beneficio, ma al massimo per tamponare problemi di altri (vedi le banche francesi e tedesche in Grecia e in Spagna).

Però, la “battaglia campale” (a parole) intorno al MES sotto un altro aspetto rischia di essere un depistaggio: perché si parla di evitare il peggioramento di un assetto comunque negativo. Mentre NON si parla di interventi realmente risolutivi.

L’intervento risolutivo è il progetto CCF. Ai fini del quale non servono battaglie: servono idee chiare e determinazione.

Per sapere cosa e come, venite a Roma, a questo convegno, domani (e se non potete, guardatevi il video, che sarà reso disponibile).

E poi però ponetevi anche voi la domanda che mi pongo io: partendo dal presupposto che occorre rimuovere nuovamente dal governo il partito Bruxelles, alias il PD, e partendo dal presupposto che presto o tardi accadrà – queste idee chiare e questa determinazione, quali persone le possiedono ?

Il mio dubbio è questo.


sabato 21 gennaio 2023

Come (non) “acquisire credibilità”

 

Ancora a proposito della riforma MES: una motivazione che viene fornita da chi sollecita una rapida ratifica è la necessità di “acquisire e mantenere credibilità di fronte alle istituzioni europee e ai mercati finanziari”.

Questo discorso l’abbiamo sentito fare parecchie volte, nel corso delle tristi vicende che hanno afflitto il nostro paese dalla firma del trattato di Maastricht in poi.

Un esempio significativo è la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, riguardante il pareggio del bilancio pubblico.

Lo scopo era mostrare al mondo che si prendeva un impegno irrevocabile e incontrovertibile a “risanare i conti pubblici”, per arrestare la crisi finanziaria che stava scuotendo il mercato dei titoli sovrani eurozonici e in particolare del BTP italiani. Qualcosa tipo Ulisse che si lega all’albero maestro per non sbarcare sulla spiaggia attratto dal canto delle sirene.

Di conseguenza:

L’8.9.2011 il Consiglio dei Ministri approvava il disegno di legge costituzionale.

Il 30.11.2011 la Camera lo approvava in prima lettura.

Il 15.12.2011 il Senato lo approvava in prima lettura.

Il 6.3.2012 la Camera lo approvava in seconda lettura.

Il 17.4.2012 il Senato lo approvava in seconda lettura.

Il 20.4.2012 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano promulgava la legge costituzionale.

Risultato ? lo spread BTP / Bund nei mesi successivi saliva, superando i 500 punti e raggiungendo quindi il livello di allarme che nel 2011 aveva portato al varo dei pacchetti di austerità e alla caduta del governo Berlusconi.

La crisi veniva sopita solo, a partire dal 26.7.2012, dal ben noto discorso di Mario Draghi che ha reso celebre le parole whatever it takes, cioè l’impegno di fronte ai mercati finanziari di intervenire per evitare la rottura dell’eurosistema.

Questo impegno poteva tranquillamente essere assunto un anno prima, evitando il pareggio di bilancio in Costituzione, i pacchetti di austerità, il varo del MES eccetera.

La garanzia su un debito pubblico emesso in moneta straniera, troppo forte per i fondamentali dell’economia, la offre solo l’istituto di emissione.

Tutto il resto non garantisce niente, non rende credibile niente, e produce solo danni.

Pesantissimi.

lunedì 5 giugno 2023

Il Superbonus è una Moneta Fiscale che si è fatta

 

Mi riferiscono che Claudio Borghi, senatore della Lega, avrebbe affermato che “il Superbonus 110 è un Minibot fatto male”.

Non so se l’abbia effettivamente detto, e se in questi termini, perché appunto commento qualcosa di riferito, non di letto o ascoltato in presa diretta.

Ma mi sembra opportuno precisare che sia il Superbonus che il Minibot (quest’ultimo, proposto da Borghi) sono in realtà, entrambi, applicazioni del concetto di Moneta Fiscale.

E come tutto nella vita, entrambi possono essere concepiti e applicati meglio. Vedi qui perché il Minibot non è la miglior forma di Moneta Fiscale, e qui perché non lo è il Superbonus.

Però una differenza sostanziale tra i due in effetti c’è.

Il Superbonus si è fatto, il Minibot no.

Il Superbonus è una forma di Moneta Fiscale – non la migliore possibile – che si è fatta.

Il Minibot è una forma di Moneta Fiscale – non la migliore possibile, e a mio modesto avviso meno valida del Superbonus – che sarebbe stato, comunque, interessante porre in atto. Ma che non si è fatta.

Questa differenza Claudio Borghi, persona competente e gradevole di cui apprezzo molto l’attività divulgativa (vedi qui un thread sulla riforma MES, che condivido al 100% - il thread, non la riforma ovviamente) -

questa “piccola differenza” tra Superbonus e Minibot farebbe bene a ricordarla.

 

mercoledì 4 gennaio 2023

Le decisioni sbagliate è meglio non prenderle

 

Su Milano Finanza, lo scorso 30 dicembre (a pagina 2), un articolo di Angelo di Mattia sollecita una veloce decisione riguardo alla riforma del MES, sulla base tra le altre cose della seguente curiosa argomentazione:

“Pur senza scendere nel merito, riteniamo doveroso che si decida tempestivamente al riguardo, non appena sarà concluso l’iter della legge di bilancio. Non decidere, diceva Guido Carli, o temporeggiare è una condizione peggiore di una decisione che risultasse sbagliata”.

Ora, il mio giudizio su Guido Carli è tutt’altro che positivo. Anzi è pessimo, dato che è stato uno dei principali artefici del disastroso ingresso dell’Italia nella moneta unica europea.

Però uno stupido non era, anzi era estremamente abile nel fare gli interessi dei grandi gruppi di potere economico che gli hanno consentito una prestigiosa carriera. E non essendo stupido, fatico a credere che si sia espresso in termini così strampalati.

La riforma del MES peggiora un'istituzione già di per sé potenzialmente nociva, per non dire deleteria. La decisione giusta in effetti è non ratificarla.

Se poi per motivi reali o presunti “pare brutto” che si dica di no alla UE, meglio traccheggiare che correre a infilarsi un ennesimo cappio al collo.

Ripensandoci però, forse Carli ha detto effettivamente qualcosa di simile. Magari proprio con riferimento all’ingresso nell’euro. Sottointendendo “come possiamo non entrare ? resteremmo in serie B”.

Se questo è avvenuto, è la prova di quanto ho scritto sopra. Era abile, certo. Nel fare gli interessi di qualcuno che non era l’Italia intesa come paese e come nazione.

Si è visto come è finita.

 

domenica 1 marzo 2020

Con tutto il rispetto per Mariana Mazzuccato


La professoressa Mariana Mazzuccato entra a Palazzo Chigi in veste di consigliere economico del premier Giuseppe Conte, per lavorare “alle misure di contrasto degli effetti economici del coronavirus”.

La professoressa Mazzuccato è autrice di interessanti testi di critica all’austerità e di rivalutazione del ruolo degli investimenti pubblici per la crescita dell’economia.

E’ sicuramente una persona qualificata e personalmente condivido molte delle sue idee.

Purtroppo, temo (e mi dispiace) che il suo incarico si rivelerà uno specchietto per le allodole.

Nessuna delle sue proposte più rilevanti può essere messa in atto, dato l’attuale assetto dell’Eurosistema.

Assetto che non vedo alcuna volontà di modificare da parte degli altri membri dell’Eurozona, se non eventualmente su linee ancora più restrittive (vedi riforma MES).

Né percepisco alcuna apertura, o interesse, verso soluzioni compatibili con trattati e regolamenti, ma adottabili da singoli paesi, quali il progetto CCF. Perché la logica è che “gli interventi devono essere coordinati a livello UE”.

Il mio timore è che le sue proposte verranno accolte da commenti tipo “ottimo adesso ne parliamo in sede UE, nel frattempo continuiamo con entusiasmo ad accettare le loro imposizioni, e questo li convincerà ad accettarle (le proposte), magari non oggi, magari non domani, ma nei prossimi 246 anni…”.

Naturalmente spero di sbagliarmi, per molte intuibili ragioni: tra le quali, la qualità del lavoro di ricerca della professoressa, che merita senz'altro di meglio. 

Ma non ci scommetto un centesimo.


giovedì 17 aprile 2014

CCF: non si chiede “permesso” a nessuno


Non è la prima volta che ne parlo, ma chiarire gli equivoci non è mai tempo sprecato.

In merito alla Riforma Morbida, al progetto Certificati di Credito Fiscale: non è una via “violenta”, deflagrante come sarebbe il break-up dell’euro.

Ma questo NON SIGNIFICA ASSOLUTAMENTE che l’Italia dovrebbe negoziare, né chiedere permessi o autorizzazioni a qualcuno, prima di intraprenderla.

NON rileva che cosa ne pensa Bruxelles o che cosa ne pensa Berlino. Anche perché qual è l’alternativa ? forse che il break-up lo attueremmo “previa autorizzazione o consenso” di Bruxelles o di Berlino ?

La Riforma Morbida è morbida perché evita le complicazioni e i possibile danni collaterali del break-up, ma va attuata PER DECISIONE UNILATERALE dell’Italia (e di qualsiasi altro paese dell’attuale Eurozona che la intraprenderà).

Alle autorità UE ci si limiterà a dire (DOPO aver introdotto i CCF, e per educazione, non perché sia dovuto) quanto segue.

“Cari amici, l’architettura dell’Eurozona – MES, Fiscal Compact, unione bancaria, six pack, il limite 3% deficit pubblico / PIL) – ha una finalità: evitare il rischio di tensioni e di default sui debiti pubblici dei vari stati, che mettano in difficoltà i sistemi bancari dei singoli paesi e richiedano l’intervento dei partner UE per evitare crisi finanziarie.

Bene. La finalità è condivisibile. Ma i mezzi utilizzati non funzionano. Le politiche di austerità imposte agli stati in difficoltà hanno penalizzato PIL e occupazione e PEGGIORATO, non migliorato, i dati di finanza pubblica. E’ inutile dire che il keynesismo non funziona: il keynesismo si è rivelato totalmente corretto.

I Certificati di Credito Fiscale sono uno strumento finanziario CHE NON COMPORTA ALCUN RISCHIO DI DEFAULT (perché lo stato italiano non assume impegni di rimborso ma solo di accettazione dei CCF a fronte di imposte o altri impegni finanziari futuri nei suoi confronti). I partner UE non hanno ASSOLUTAMENTE TITOLO A DIRE NULLA al riguardo. Si tratta di modalità di gestione INTERNE all’economia italiana.

Manteniamo pure in essere, se volete, i limiti deficit pubblico / PIL e gli impegni di riduzione del debito pubblico (sempre in rapporto al PIL) previsti dal fiscal compact. Ma questi parametri possono essere interpretati SOLO COME RIFERITI a deficit e debito IN EURO. I CCF non entrano nel computo, perché non sono debito e perché (di conseguenza) NON ESISTE UN RISCHIO DI DEFAULT SUI CCF.

La Riforma Morbida non solo è compatibile con i limiti di bilancio concordati con i partner dell’Eurozona ma in realtà è la VIA PER RISPETTARLI.

Se tutto questo vi convince (come dovrebbe) cari partner UE, bene. Ma noi su questa strada GIA’ CI SIAMO INCAMMINATI.”