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domenica 6 giugno 2021

Le confusioni di Wolfgang Schaeuble

 

Il piromane torna sul luogo del delitto fischiettando, con le mani dietro la schiena, e una scatola di cerini in tasca. Da un paio di mesi Wolfgang Schaeuble delira sui principali mezzi di informazione – Project Syndicate, Sole 24 Ore, Financial Times – riproponendo le ricette che hanno devastato mezzo continente e lasciando intravedere non troppo velate minacce a Mario Draghi e all’Italia se non ritornerà sul sentiero dell’austerità fiscale.

Come se i disastri del 2011-2013 non fossero avvenuti. Come se una pandemia che ha prodotto milioni di morti e bloccato per vari trimestri mezza economia mondiale fossero un non-event.

Altri commentatori hanno ampiamente confutato le assurdità propalate del nostro amico Wolfgang. Io mi limito a un’osservazione in merito a un passaggio del suo ultimo articolo sul FT, dove afferma che

Monetary supply in the eurozone has been massively increased, without being adequately matched by an increase in the volume of goods and services. This boosts the inflationary expectations of firms and private households. In this way, the eurozone risks a currency devaluation that could take on a virtually unstoppable dynamic.

Di per sé, qualcosa di questo paragrafo si potrebbe pure (con alcune qualificazioni) sottoscriverlo. Le tensioni inflattive rischiano di andare fuori controllo se troppa moneta viene messa in circolazione (va precisato: alimentando domanda per beni e servizi reali) senza che la produzione segua di pari passo.

E indubbiamente i deficit di bilancio pubblico alimentano circolazione di moneta e domanda di beni e di servizi.

Sennonché Schaeuble dovrebbe, in primo luogo, prendere atto che il volume di beni e servizi prodotti per accrescersi ha appunto bisogno che la domanda venga adeguatamente alimentata – non artificialmente compressa generando sottoutilizzo di capacità produttiva.

Poi, dovrebbe dare un’occhiata ai dati, per capire se la sua osservazione chiama in causa l’Italia o magari qualche altro paese.

Vediamo intanto la storia recente. La variazione media dell’indice dei prezzi al consumo, ci fa sapere il Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook, Aprile 2021), è stata mediamente pari, nel periodo 2013-2020, all’1,1% in Germania e allo 0,5% in Italia.

In entrambi i casi, nettamente sotto al target del 2%. Ma in Italia molto di più che in Germania. Tanto è vero che in otto anni l’indice è aumentato del 4,5% in Italia e del 9,2% in Germania. Quasi cinque punti, che non sono pochi.

L’inflazione sotto target, più a sud che a nord delle Alpi, indica una cosa: che si è fatta austerità senza motivo, e in Italia nettamente più che in Germania.

Questo è il passato (recente). Ma vogliamo parlare del presente e del prossimo futuro, delle terribili pressioni inflazionistiche che turbano i sonni di Wolfgang ?

Sempre nell’aprile scorso, la Commissione Europea ha emesso le sue più recenti previsioni macroeconomiche, che indicano questi livelli:

2021: Germania 2,4%, Italia 1,3%.

2022: Germania 1,3%, Italia 1,1%.

“Spaventoso” lo sforamento tedesco del 2021, vero ? ancora di più se si da retta alla Bundesbank, che vede possibili – almeno come picco temporaneo – un 3% se non un 4%.

Però, un momento…

…se questi “terrificanti” livelli sono ipotizzati per la Germania, non sarebbe il caso che Wolfgang facesse il piacere di parlare al suo governo e non a noi – che da anni e anni abbiamo meno inflazione di loro, e continueremo – dicono tutte le previsioni – ad averla inferiore anche nel prossimo futuro ?

In tutto questo, l’elemento di conforto è che Draghi ha ampiamente dimostrato in passato una significativa attitudine a non seguire i consigli di Schaeuble. Se gli avesse dato retta non ci sarebbe stato il whatever it takes del 2012.

Certo, l’euro sarebbe saltato – e oggi staremmo tutti molto meglio. Però allora Draghi era il presidente della BCE, e agiva per preservare la sua istituzione. Oggi è il presidente del consiglio italiano.

Fiducia incondizionata in Draghi non ne ho. Però è scaltro, astuto, ha un immagine di vincente e non ci tiene certo a rovinarla. Che l’austerità non funzioni, anzi che sia un disastro, lo sa benissimo. E altri personaggi di pari autorevolezza in Italia non ce ne sono, o quantomeno io non sono in grado di citarne neanche uno.

Non ditemi che sarebbe meglio avere la lira e non avere bisogno di Draghi. Lo so benissimo. Ma questa è la situazione, e l’alternativa a Draghi non è Abramo Lincoln presidente del consiglio con John Maynard Keynes ministro dell’economia. È qualcosa tipo Letta Renzi Gentiloni Conte Saccomanni Padoan Tria Gualtieri. Già visto, già dato.

giovedì 25 maggio 2017

Italexit ed evoluzioni del quadro politico tedesco


Non ho cambiato idea: continuo a ritenere che il percorso Moneta Fiscale / CCF sia uno scenario molto più probabile e meno complesso, per la soluzione dell’Eurocrisi, rispetto a quello di break-up.

Questa valutazione potrebbe però in larga misura modificarsi se diventasse plausibile un’ipotesi di break-up concordato. Ora come ora, il livello di probabilità è basso.

Però non è zero, e un fattore da non trascurare è che il partito liberale tedesco – la FDP – è in crescita di consensi, e ha nel suo programma elettorale l’applicazione di sanzioni automatiche in caso di mancato rispetto dei vincoli di bilancio UE da parte di singoli paesi, l’introduzione di un meccanismo di ristrutturazione dei debiti pubblici e, contemporaneamente, la possibilità per singoli stati membri di uscire dall’Eurozona (senza che questo di per sé comporti la fuoriuscita dalla UE).

Una proposta come questa può essere considerata l’applicazione della “linea Schaeuble”. E per quanto il ministro delle finanze tedesco non sia al vertice delle mie simpatie, quantomeno ne va riconosciuta la coerenza.

Altrimenti detto: se non rispetti i vincoli di bilancio non puoi contare sul fatto che il tuo debito pubblico venga garantito dalla BCE, quindi occorre un meccanismo di ristrutturazione del debito. E la forma di ristrutturazione di gran lunga meno onerosa, in grado anzi di produrre la ripresa economica del paese ristrutturante, è ridenominare il debito in moneta nazionale – quindi uscire dall’Eurozona e svalutare.

L’onere della ridenominazione in questo scenario pesa sostanzialmente sui creditori esteri. Sui detentori nazionali di titoli di Stato no, se non nella misura in cui la svalutazione aumenta l’inflazione domestica. E dati gli altissimi livelli di output gap, l’Italia, in particolare, avrebbe ampi spazi sia per recuperare competitività che per rilanciare la propria domanda interna, con effetti modesti o nulli sull'inflazione.

In uno scenario di break-up, è plausibile che verrebbe richiesto ai paesi con saldi Target2 negativi di rimborsarli in euro (senza beneficiare quindi della conversione in moneta nazionale).

Di questa eventualità si è discusso qui, arrivando alla conclusione che non è, per l’Italia, un problema insormontabile.

Un elemento di riflessione in più, che aiuta a capire come il tema potrebbe essere gestito, deriva dalla constatazione che i saldi negativi Target2 di Bankitalia nei confronti della BCE sono parte della cosiddetta Net International Investment Position (NIIP), che è la differenza tra le attività estere possedute da residenti italiani, e le attività italiane detenute da soggetti esteri.

La NIIP, in altri termini, è (se negativa) l’ammontare di risorse patrimoniali nette di cui l’Italia è in “debito” (tra virgolette perché sono incluse anche partecipazioni azionarie e diritti patrimoniali di vario genere, non solo i crediti propriamente detti) verso l’estero.

Ora, la NIIP italiana è negativa, ma per un ammontare in effetti modesto: 250 miliardi a fine 2016, pari al 15% circa del PIL. E la situazione è in costante miglioramento, perché il saldo delle partite correnti italiane è positivo per circa 50 miliardi annui (che corrisponde anche al livello del surplus commerciale). Tanto è vero che a metà del 2014 il rapporto NIIP / PIL era negativo per il 27% - ha quindi recuperato dodici punti percentuali in due anni e mezzo.

Rimborsare in euro i 358 miliardi di saldo negativo Target2 (dato a fine 2016) significa, nell’ipotesi (prudenziale) di una svalutazione del 30% della Nuova Lira nei confronti dell’euro, peggiorare la NIIP di poco più di 100 miliardi e innalzarla dal 15% al 21% del PIL: livello comunque tutt’altro che alto (la Spagna è negativa per il 100% circa, ad esempio) e che riprenderebbe comunque rapidamente a scendere grazie ai surplus commerciali che l’Italia sta continuando a produrre.

L’unica cosa di cui preoccuparsi, in questo scenario, è negoziare un accordo con i partner dell’Eurozona tale per cui il rimborso dei Target2 non avvenga istantaneamente (cosa del resto impossibile) ma, ad esempio, nell’arco di un paio d’anni.

Si delinea quindi uno scenario di Italexit concordata. Quanto è probabile che, sul piano politico, ci si arrivi ?

Al momento non molto. Però le probabilità aumenteranno se le elezioni tedesche del prossimo settembre produrranno una maggioranza parlamentare per una coalizione CDU-CSU (al momento vicina al 40% nei sondaggi) con FDP (indicata oggi a poco meno del 10%). Numericamente, quindi, la possibilità esiste.

Naturalmente occorre anche ricordare che quanto sopra delineato potrebbe essere la posizione dei liberali e dell’ala “schaeubliana” della CDU-CSU, non necessariamente di quella “merkeliana”.

Per cui il mio suggerimento, molto semplicemente, è: teniamo d’occhio il quadro politico tedesco, ma soprattutto ricordiamo che l’Italia non ha bisogno di tutto questo, se al governo (italiano) si forma una maggioranza con le idee chiare e con la determinazione necessaria ad attuare il progetto Moneta Fiscale / CCF. Che è attuabile, e senza chiedere o aspettarsi nulla né da Berlino, né da Bruxelles, né da Francoforte…


martedì 4 agosto 2015

L'impossibile Grexit ?



Wolfgang Schaeuble ha offerto ad Alexis Tsipras l’opzione di uscita della Grecia dall’Eurosistema, ma il primo ministro greco non ha accettato di percorrerla, a costo di accettare un accordo durissimo che impone ulteriori tagli di spesa pubblica, incrementi di imposte e perfino l’obbligo di destinare proprietà statali per un valore di 50 miliardi di euro a un fondo che dovrebbe gestirne la privatizzazione a tappe forzate, e a beneficio primario dei creditori.
La maggioranza di coloro che difendono la scelta di Tsipras afferma che la Grexit sarebbe stata un’opzione peggiore, in quanto la Grecia è priva di riserve valutarie e non potrebbe quindi approvvigionarsi di importazioni essenziali, tra cui petrolio e prodotti farmaceutici.
Quest’ultima affermazione mi lascia molto perplesso. In caso di Grexit, la nuova dracma è destinata, certamente, a una notevole svalutazione nei confronti dell’euro. Ma una notevole svalutazione è una cosa, le battute sulla nuova moneta che sarebbe carta igienica, tappezzeria da parati, pizza di fango, sono, appunto, solo battute.
Cerco, qui di seguito, di quantificare alcune ipotesi numeriche che possono essere utili ad inquadrare il tema.
Una prima indicazione in merito alla possibile svalutazione della nuova dracma rispetto all’euro può essere ricavata dalle differenze cumulate di inflazione e di costi di lavoro per unità di prodotto, che si sono prodotte a partire dall’adesione della Grecia all’Eurosistema. Il valore di equilibrio può essere stimato nell’ordine di un 30% di svalutazione: una nuova dracma per 0,70 euro.
Per valore di equilibrio intendo un rapporto di conversione che porta la competitività delle aziende greche al livello medio degli altri paesi dell’Eurozona. Con un cambio di 0,70 : 1, è lecito ipotizzare che la Grecia sarebbe in grado di intraprendere politiche di sostegno della domanda interna e di riduzione della fiscalità adeguate a produrre una significativa ripresa di PIL e occupazione, mantenendo in sostanziale equilibrio il saldo commerciale estero.
Attualmente le esportazioni greche di beni e servizi ammontano a circa 50 miliardi annui, e sono in linea con le importazioni. E’ un dato che sorprende molti, ma si spiega con il fatto che il saldo merci negativo è compensato dalla positività dei servizi (principalmente turismo e trasporti marittimi).
La svalutazione e la ripresa produttiva comportano maggiori costi per importazioni non sostituibili, tra cui i prodotti energetici. Ci sono però anche effetti compensativi: il maggior export e la sostituzione di alcune importazioni con produzioni domestiche, specialmente in settori tendenzialmente a basso valore aggiunto (quali il tessile e l’alimentare).
Il punto chiave, a mio parere, è che la nuova dracma sarebbe una valuta più debole dell’euro, ma convertibile, e che le importazioni di beni non sostituibili sono finanziabili, purché i saldi commerciali esteri restino in sostanziale pareggio.
E’ giusto mettere in conto che, nei primi mesi successivi alla Grexit, la perdita di valore della nuova dracma rispetto all’euro ecceda il livello di equilibrio, per vari motivi tra i quali la diffidenza iniziale degli operatori finanziari e i tempi necessari alle aziende greche per avvantaggiarsi della maggiore competitività (incrementando i livelli produttivi, ridefinendo i contratti eccetera). Il tutto con ogni probabilità amplificato da fenomeni speculativi.
Immaginiamo che per i primi sei mesi post Grexit il cambio nuova dracma / euro sia 0,50 invece di 0,70, e che questo si rifletta in maggiori costi per importazioni di beni non sostituibili. E assumiamo che l’ammontare annuo di questi ultimi sia 20 miliardi di euro (40% delle attuali importazioni totali), quindi 10 miliardi nel giro dei sei mesi successivi alla Grexit.
La Grecia subirebbe, in questo periodo, un danno dovuto al fatto di pagare queste importazioni 10 / 0,50 = 20 miliardi di nuove dracme, invece di 10 / 0,70 = 14,3 miliardi circa, come avverrebbe in condizioni di equilibrio.
Il maggior onere di 5,7 miliardi è pari al 3% circa dell’attuale PIL greco, quindi non certo trascurabile. Ma:
UNO,  tutto questo non tiene in alcun conto che nel frattempo (i) aumenterebbe il valore in nuove dracme delle esportazioni greche e (ii) avrebbero un vantaggio ancora più sensibile i produttori di beni che competono con importazioni non sostituibili.
DUE, per evitare questo danno, di ordine di grandezza stimabile (sulla base di ipotesi, come visto sub UNO, forse troppo pessimistiche) nel 3% del PIL, Tsipras ha accettato misure di austerità che produrranno un calo di PIL greco pari ad almeno il 5% su base annua tra il 2015 e il 2016.
TRE, il maggior onere temporaneo associabile alla Grexit avviene in un contesto in cui l’economia greca sviluppa le condizioni per una significativa ripresa (possibilità di effettuare riduzioni di imposte e ripristino di spese sociali, miglioramento della competitività estera). L’onere dovuto alle ulteriori dosi di austerità previste dall’accordo attuale avrà invece luogo senza che per la Grecia si intraveda alcuna prospettiva di recupero, per un periodo di tempo imprecisato.
QUATTRO, non si tiene in alcun conto, in quanto detto sopra, della possibilità che la Grecia possa ottenere sostegni finanziari esterni per attenuare i problemi prevedibili durante la prima fase post Grexit. Sostegni ipotizzati dallo stesso Schaeuble (anche se, è giusto ricordarlo, in termini solo generici, visto che l’alternativa Grexit non è stata approfondita né, tantomeno, attuata).
Va menzionato che nel 1992 l’Italia bruciò completamente le sue riserve valutarie nel tentativo di sostenere il rapporto lira / marco previsto dagli accordi di cambio di allora, per poi essere costretta, a settembre, ad abbandonare comunque lo SME e ad accettare la svalutazione della lira. Non ci fu nessun effetto catastrofico né alcuna brutale interruzione dei flussi di importazioni essenziali. Il 1993 fu un anno di calo del PIL (imputabile essenzialmente al trascinamento delle azioni restrittive – introduzione dell’ICI sugli immobili, prelievo straordinario sui conti correnti ecc.) attuate PRIMA della svalutazione, e per cercare (inutilmente) di evitarla. Ma i saldi commerciali esteri tornarono rapidamente in positivo, e dopo pochi trimestri l’economia riprese a crescere.
Le riflessioni sopra delineate sono, naturalmente, un’analisi di primissima approssimazione, da approfondire e rifinire. Non mi appaiono tuttavia inaffidabili riguardo alle indicazioni generali e agli ordini di grandezza che se ne derivano.
Sono molto interessato a ricevere commenti, considerazioni, ipotesi, per validare o per correggere o smentire quanto sopra espresso.

martedì 7 aprile 2015

Grecia: salvare la faccia ai falchi tedeschi ?


In questi ultimi giorni, ho avuto la sensazione che un numero apprezzabile di commentatori internazionali stiano cambiando la loro valutazione riguardo agli esiti della crisi greca. Se molti articoli continuano a dare per probabile o per certo che prevalga l’oltranzismo tedesco, si leggono più frequentemente di alcune settimane fa previsioni ottimistiche in merito alla possibilità che il braccio di ferro Grecia – Germania si concluda con il successo di Syriza.

Ovviamente non è certo che questo ottimismo si riveli ben riposto, ma è corretto sottolineare che si fonda su alcune basi plausibili. La rottura dell’Eurozona a seguito dell’uscita della Grecia rischia non solo di innescare conseguenze disastrose per il futuro dell’unione monetaria europea e della UE, ma addirittura di spostare importanti equilibri geopolitici. Il timore, naturalmente, è che la Grecia sviluppi importanti relazioni economiche con Russia e Cina, diventandone una testa di ponte in Europa e nel Mediterraneo.

Un’evoluzione di questo tipo sarebbe estremamente preoccupante per gli USA, che non hanno ancora messo sul tavolo il loro peso politico, non in termini espliciti ed evidenti quantomeno, per portare l’asse Bruxelles – Berlino ad assumere una posizione ragionevole. Appare probabile, tuttavia, che stiano facendo pressione dietro le quinte.

Apparentemente Angela Merkel sta utilizzando il suo abituale stile negoziale, che alcuni attribuiscono a sopraffine abilità tattiche e altri a un carattere perennemente irresoluto: lasciare tutto in sospeso fino all’ultimo momento, e poi accettare il minimissimo indispensabile per evitare la rottura.

Stavolta però la situazione è differente. Le opzioni accettabili per il governo Syriza non includono di proseguire con le modalità del periodo 2012–2014 – una rata di debito viene pagata con un nuovo debito, nessuna risorsa significativa viene destinata alla ripresa dell’economia, la crisi occupazionale e umanitaria viene trascinata senza soluzione, il debito continua ad accumularsi senza nessuna prospettiva che possa mai diventare sostenibile.

Le opzioni accettabili includono quanto è necessario per avviare una reale inversione di tendenza. De minimis, qualcosa di analogo alle proposte formulate da Varoufakis fin dal gennaio scorso. Proposte che si caratterizzavano per la loro notevole, probabilmente addirittura eccessiva, moderazione e ragionevolezza.

Un punto non secondario è presentare le cose in modo da salvare la faccia, soprattutto nei confronti del loro elettorato, ai falchi tedeschi. Persone, da Schaeuble in giù, della cui buona fede non ho elementi per dubitare, ma il cui fanatismo ignorante impedisce di risolvere la disastrosa situazione delle Grecia e dell’Eurozona.

Un progetto di Moneta Fiscale parallela sarebbe l’ideale anche da questo punto di vista. La ripresa dell’economia greca verrebbe attivata da un programma di emissione di CCF nazionali, lasciando anche spazio per un significativo processo di rientro dell’indebitamento. Basterebbe che la BCE non assumesse atteggiamenti ostili nei confronti del programma per suscitare un’attitudine favorevole nei mercati finanziari, che garantirebbe un ottimo livello di accettazione dei CCF e darebbe supporto al loro valore ai fini della convertibilità in euro.

I falchi tedeschi potrebbero cavarsela, ai fini della loro immagine interna, sottolineando che gli impegni di pagamento del debito sono rimasti e che non si è sostenuta la Grecia con nuovi prestiti (di riscossione altamente dubbia). Entrambe cose vere, in questo scenario.

Certo, sarebbe difficile, una volta che la Grecia si incamminasse per questa strada, evitare che altri paesi dell’Eurozona la imitino, introducendo le loro Monete Fiscali nazionali. Ma è appunto quanto occorre per far uscire l’Eurozona dall’orribile vicolo cieco in cui si è infilata.

giovedì 2 ottobre 2014

Coerenza tedesca


Paul Krugman, ieri, sintetizzava così il modo in cui i tedeschi (o più esattamente gli attuali vertici politici della Germania) vedono la situazione dell’Eurozona:

“La loro economia era a terra a fine anni Novanta. Allora hanno tagliato i costi del lavoro, guadagnato un enorme vantaggio competitivo, e iniziato a conseguire giganteschi saldi commerciali attivi. Quindi la loro ricetta per una ripresa globale è che tutti deflazionino, guadagnino un enorme vantaggio competitivo, e inizino a conseguire giganteschi saldi commerciali attivi.

Può sembrarvi che ci sia, qui, un qualche tipo di problema aritmetico, ma in Germania hanno le loro tradizioni intellettuali”.

Forse dietro alle posizioni dei vari Merkel, Schaeuble, Weidmann non c’è un disegno egemonico ma semplicemente la mancanza di comprensione di alcuni fatti economici elementari. Quelli su cui ironizza Krugman, e che trovate ulteriormente commentati qui, sulla base dell’esposizione di Jacques Sapir.

La conseguenza, comunque, è che i recenti annunci effettuati dai governi francesi e italiano (la Francia non rispetterà il limite del 3% per il rapporto deficit pubblico / PIL fino al 2017, l’Italia rinvia al 2017 il conseguimento del pareggio di bilancio) hanno provocato parecchia irritazione a Berlino e a Bruxelles. Ma in realtà sono solo il primo passo di una catena di eventi.

Che Francia e Italia non rendano ancora più restrittiva la loro politica macroeconomica, è meglio che il contrario. Ma per avviare una vera, sostanziosa ripresa economica, e soprattutto il riassorbimento dei massici, insensati, inaccettabili livelli di disoccupazione dell’Eurozona, serve ben di più. Qualcosa come il 6-7% per 3-4 anni ad esempio (ricordiamo che USA e UK hanno superato il 10%), di cui una buona parte dedicato alla riduzione della tassazione sulle produzioni domestiche (se si desidera evitare il breakup dell’euro e la svalutazione delle monete utilizzate dai paesi europei mediterranei). Meglio ancora se il tutto corroborato da azioni espansive della domanda interna (e delle loro importazioni) effettuate dalla Germania.

A volte i media descrivono questa situazione come una “battaglia che si sta per scatenare” tra Nord e Sud dell’Eurozona, tra paesi creditori e paesi debitori. Ma è solo la realtà dei fatti che sta prendendo il sopravvento (molto lentamente, purtroppo) sulle illusioni dei vertici politici tedeschi, che si sono trovati a beneficiare di una situazione privilegiata di cui non hanno compreso né le implicazioni, né i fattori che la rendono insostenibile.

giovedì 8 agosto 2013

Così la vedono i tedeschi ?


Bloggherei volentieri di più, approfittando delle vacanze, ma sono in una zona con connessioni internet orribili (a un’ora di macchina da Milano, manco in Nepal…)
 
Però mi sembra veramente il caso di commentare questa interessante intervista, letta sull’ottimo blog “Irradiazioni”.
 
Intervista a un giornalista, commentatore politico, moglie italiana e casa in Toscana, in grado di essere equanime e neutrale nella valutazione del problema euro.
 
I punti salienti:

“Cosa sta succedendo in Germania ? nulla di rilevante… calma piatta in attesa di settembre… la questione euro è una patata troppo calda…” Qui, tutto come previsto.
 
“Negli ambienti più consapevoli… si è convinti di essere arrivati al punto di snodo. Questa consapevolezza però non è condivisa dall’attuale governo perché c’è una forma di arroganza priva di intelligenza.” Proprio così. Angela Merkel non va al di là di ragionamenti da casalinga (con rispetto e scuse alle casalinghe) e pensa che il problema sia ridurre le uscite per far quadrare i bilanci (degli altri). Wolfgang Schaeuble si sente investito di una missione di purificazione dei reprobi, alla luce di una superiorità morale e intellettuale che constata (solo lui) guardandosi allo specchio.
 
“Il piano era una illusione: vendere sempre di più ai cinesi e fare in modo che sostituissero come mercato di sbocco principale l’Eurozona… C’è una sorta di schizofrenia paralizzante. Tutti si rendono conto che… bisognerebbe alzare i salari medi, però… la parola competitività è intoccabile… (ma) sui mercati orientali non stai sfondando, i tuoi partner principali non sono più in grado di comprarti le auto e tu non compri i loro prodotti alimentando un circolo vizioso…”
 
“L’Italia non uscirà dall’Euro ma non perché farebbe bene o male: perché non ha la capacità politica di decidere cosa fare. Se l’Italia avesse una classe politica cosciente del suo peso specifico in Europa e avesse una classe dirigente di buon livello… avrebbe fatto due conti arrivando alla conclusione di essere “too big to fail” e si sarebbe resa conto di potersi difendere.” Purtroppo è così, ma la ragione è culturale. Gli Italiani non sono stupidi, e neanche codardi. Ma non hanno senso di identità nazionale. La loro fedeltà è a se stessi e alla famiglia. Non pensano (salvo le rare e note eccezioni, che tali però rimangono) agli interessi della nazione, pensano a come allinearsi con chi ha più potere (al momento) per fare meglio i propri. Attenti a cambiare appena cambia il vento.
 
“La Germania non ha di fatto rispettato i trattati ma nessuno gliel’ha fatto notare.” Già, perché se vi hanno detto che i tedeschi sono più corretti degli italiani, vi hanno detto una bugia. Sono corretti nei rapporti interpersonali. Per l’interesse della nazione, del Volk, ogni mistificazione si giustifica.
 
“E quale altro schema si dovrebbe adottare ? un reale schema cooperativo. Una Unione Europea dove non si collabora ma si compete non serve a niente. Più Europa ? No. Più collaborazione.”
 
“Il problema è che non prevedo nulla di diverso da quanto sta accadendo e non credo che le elezioni tedesche cambieranno qualcosa… Gli speculatori e i mercati sono convinti che le politiche adottate sino ad ora comporteranno un allungamento della crisi. Ossia cattivi affari… Il rischio è che decidano di smuovere la situazione con uno shock esterno, un colpo pesante nel punto dove fa più male, ossia l’Italia. Ma l’Italia non è la Grecia e il colpo sarebbe avvertito forte e chiaro anche in Germania.”
 
“Quante probabilità ci sono che sia il mercato a decidere ? In questa situazione di immobilismo molte, moltissime dopo il 22 settembre.”
 
Ecco, quest’ultima cosa non la condivido. Perché c’è sempre la BCE con la macchina da stampa, il “whatever it takes” di Draghi. I mercati lo sanno, e i tedeschi non sono (più) così autoillusi da non capire che come minimo bisogna che l’”opzione Draghi” rimanga viva e vegeta.
 
Anzi credo che faranno anche di più. Guarderanno dall’altra parte mentre si attivano azioni come questa, che possono bastare a trasformare il meno due del PIL italiano in un più zero virgola.
 
E’ un inizio, non è la soluzione. Può essere un passo per arrivarci. Sono sempre più convinto che non sarà il break-up dell'euro, ma la riforma morbida.

venerdì 19 luglio 2013

Che cosa succede dopo le elezioni tedesche ?


Se state leggendo questo articolo, probabilmente il titolo vi ha incuriosito.
 
Esordisco in modo deludente. Che cosa succede dopo le elezioni tedesche del 22 settembre 2013 non lo so.
 
So (credo di sapere) che cosa succede fino alle elezioni tedesche. Niente.
 
Per quanto odioso sia lo spot elettorale inscenato da Schaeuble in Grecia giusto in questi giorni, va preso per quello che è. Uno spot a beneficio dei suoi elettori, appunto.
 
Fino alle elezioni tedesche, tutto resterà sopito. I mercati finanziari partiranno dal presupposto che la BCE non tollererà agitazioni sui titoli periferici dell’Eurozona, e quindi non avranno convenienza o interesse a farle accadere.
 
Poi ci sarà la riconferma di un governo a guida CDU, oppure (in caso di risultato per loro deludente abbinato a una frana dei tradizionali partner liberali) una “Grosse Koalition” con la SPD.
 
In teoria un risultato ancora peggiore per il centro destra aprirebbe scenari di coalizioni di centro sinistra: SPD + Linke + Verdi, inclusi magari (in uno strano assemblaggio) Pirati e AfD se superassero il blocco del 5%. Questa sarebbe l’alternativa più positiva e costruttiva nei confronti di un possibile cambio di atteggiamento verso la crisi dell’Eurozona.
 
Ma non so costruttiva fino a che punto (il fondatore della Linke, Lafontaine, è forse la voce più raziocinante, in Germania, riguardo all’Eurocrisi, ma non rappresenta una posizione maggioritaria neanche nel suo partito). E siamo ai confini della fantapolitica, e probabilmente anche oltre.
 
CDU o CDU + SPD che sia, ai primi di ottobre il nuovo governo tedesco si siederà a esaminare una realtà che conosce benissimo, in effetti, anche oggi. Conti della periferia sud dell’Eurozona super sfondati e risultati sempre più disastrosi delle politiche di austerità.
 
Basta a produrre un cambio di atteggiamento ? solo se, temo, questo si sarà riflesso sulla situazione tedesca in modo sufficiente a trasformare l’attuale previsione di crescita del PIL da un pallido più (0,3%) in un deciso meno.

Questo potrebbe avvenire, e avere sul tavolo una proposta di riforma del sistema monetario europeo che risolva il problema, evitando però ai tedeschi quello che temono di più:
 
perdita di valore dei loro crediti verso il Sud
spaccatura dell’euro
rivalutazione del nuovo marco
 
potrebbe essere decisivo.

Intraprendere questa strada non richiede, in realtà, il consenso della Germania. L’Italia potrebbe e dovrebbe procedere anche da sola.

Ma temo che questo sia ancora più fantapolitico.

lunedì 1 aprile 2013

Certificati di Credito Fiscale: smettiamo di preoccuparci di “che cosa diranno i tedeschi”

Non sono certo io il difensore d’ufficio (ne è rimasto qualcuno in circolazione ?) delle politiche di “salvataggio” e “riassetto” dell’unione monetaria europea imposte da Berlino per il tramite di Bruxelles e Francoforte.

Se volete mettermi di cattivo umore, segnalatemi l’ultima dichiarazione di Wolfgang Schaeuble o di Jens Weidmann. La dirigenza politica tedesca si è rivelata, nella gestione di questa crisi, dogmatica, farisaica, esclusivamente attenta a interessi elettorali di brevissimo termine, ipocrita nell’affermare che si sta “lavorando per una stabile e prospera unione economica, e in prospettiva politica, europea”.

Tuttavia una cosa è giusto dirla. La Germania ha osteggiato alcune soluzioni e ne ha imposte altre. L’ha sempre fatto con un atteggiamento notevolmente egoistico. Però ha sempre avuto una ragione concreta che non dico giustificava, ma quantomeno spiegava ogni sua presa di posizione.
 
Contraria agli eurobond per non condividere il debito altrui.

Contraria a politiche espansive della Banca Centrale Europea perché in Germania sarebbero state inflazionistiche.

Contraria al break-up dell’euro per non vedere svalutati i propri crediti verso il Sud Europa, e per non costringere la propria industria a lavorare con una moneta rivalutata.

La Germania non si è mai mostrata, a fatti, disposta ad assumere costi in funzione di obiettivi di solidarietà e di costruzione della prosperità comune europea. Ma la soluzione Certificati di Credito Fiscale non chiede, ai tedeschi, nulla di tutto questo.

Al contrario, previene ed evita tutti gli scenari che ai tedeschi dispiacciono. Per motivi sicuramente egoistici, ma non pretestuosi né infondati.
La Germania non ha, a mio parere e sulla base di tutte le verifiche che ho effettuato, presupposti giuridici per opporsi alla progetto Certificati. Ma non ne ha, mi pare proprio, neanche l’interesse.