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lunedì 1 agosto 2016

La lezione dimenticata di Hjalmar Schacht

Un articolo di Biagio Bossone e Stefano Sylos Labini, pubblicato su Voxeu.org, e disponibile qui anche in versione italiana, ripercorre l'esperienza storica di Hjalmar Schacht e dei suoi MEFO bills.

I MEFO bills, ricordo, sono stati un diretto ispiratore del progetto CCF.

Dall'articolo e dai riferimenti bibliografici citati emergono alcune considerazioni interessanti in merito all'attitudine tedesca nei confronti delle politiche keynesiane di stimolo della domanda. Il dubbio che emerge è che Schacht sia stato soggetto a una sorta di "damnatio memoriae". Nonostante l'enorme efficacia della sua azione nel periodo 1933-1937, Schacht agiva all'interno del regime nazista, ed è plausibile che dopo il 1945 abbia avuto un'influenza, in Germania, la volontà di rimuovere l'analisi dei presupposti teorici e dei risultati pratici di quanto avvenuto in quegli anni.

A distanza di ottant'anni, comunque, è fondamentale separare il giudizio politico sul regime nazista dalla valutazione di politiche economiche che nel contesto della Grande Depressione sono risultate di enorme efficacia: e che possiedono tutti i presupposti per esserlo anche oggi, in una situazione economica sotto molti aspetti del tutto analoga.






giovedì 18 febbraio 2016

Hjalmar Schacht e i CCF: equivoci da chiarire



Pochi giorni fa un articolo di Stefano Sylos Labini, pubblicato su Econopoly, ha ripercorso l’episodio dei MEFO bills, lo strumento monetario parallelo introdotto dal ministro dell’economia tedesco (nonché governatore della banca centrale) Hjalmar Schacht, e utilizzato con grande successo negli anni della Germania nazista.

I MEFO bills sono stati una diretta fonte di ispirazione del progetto Certificati di Credito Fiscale: se per una qualche ragione uno stato ha dei vincoli all’effettuazione di politiche espansive in un contesto di domanda depressa, vincoli che gli impediscono di emettere moneta o titoli di debito in quantità adeguata, uno strumento monetario complementare correttamente strutturato permette di superarli.

E’ quanto avvenne dal 1933 in poi, quando i vincoli a cui la Germania si trovava soggetta provenivano dal trattato di Versailles. Ed è la situazione in cui si trovano oggi molti paesi dell’Eurozona (tra cui naturalmente l’Italia) in conseguenza del trattato di Maastricht, del Fiscal Compact e in generale dei meccanismi di funzionamento dell’Eurosistema.

Con regolarità, quando si menzionano i MEFO bills, si levano voci critiche (quando non costernate…) che si chiedono come si possa prendere a ispirazione un’iniziativa di politica economica utilizzata da un regime scellerato e sanguinario, tra l’altro anche a supporto delle politiche di riarmo propedeutiche alla Seconda Guerra Mondiale.

Un secondo tipo di critica, in qualche misura connessa alla precedente, fa notare che introdurre uno strumento monetario complementare presenta il problema dell’accettazione da parte del pubblico. Che una dittatura risolve con facilità: uno stato democratico forse no, si afferma. Detto altrimenti, non abbiamo le SS a disposizione per “persuadere” chi preferisse non accettare i CCF…

Sul primo punto: ispirarsi ai MEFO bills non significa essere apologeti del nazismo. Semplicemente, si prende atto che uno strumento tecnico-economico ha funzionato molto bene in un determinato contesto, e se ne propone uno analogo per risolvere problemi sotto molti aspetti simili. Se sono miope metto gli occhiali e ci vedo bene. Questo era vero nella Germania del 1933 come nell’Italia del 2016. Il che non implica che chi porta gli occhiali oggi sia un ammiratore di Himmler (notoriamente occhialuto, e anche parecchio miope a giudicare dalle foto d’epoca…).

Sul tema dei “MEFO bills che hanno finanziato il riarmo”: en passant, va ricordato che le politiche espansive della domanda attuate in Germania a partire dal 1933 non sono state rivolte esclusivamente, e all’inizio neanche prevalentemente, alla spesa bellica.

Ma se anche fosse, questo non significa affatto che un’azione espansiva della domanda debba necessariamente passare attraverso l’incremento del budget della difesa; e nemmeno che farlo in quel modo sia più efficace – anzi. Lo sintetizza molto bene Paul Krugman:

“Nel mio ultimo post ho mostrato che l’Europa – almeno per quanto misurabile in base alla produzione industriale, e probabilmente in termini di PIL totale – sta facendo peggio, a questo punto, di quanto è avvenuto durante la Grande Depressione.

La replica che ricevo da molti è che lo cose allora erano differenti, perché l’Europa stava riarmando.

Um, e qual è l’argomentazione ?

Non c’è nulla di speciale che rende la spesa militare uno stimolo migliore di altre forme di spesa – in realtà il contrario, perché spendere in cose utili può migliorare il potenziale di crescita di lungo termine dell’economia, oltre a dare un impulso immediato. Quindi quando attribuite alla spesa militare la ripresa europea degli anni Trenta, state in effetti affermando che l’economia richiedeva una politica fiscale espansiva – e la richiedeva al punto tale che anche una spesa distruttiva aveva un effetto positivo.

Stavolta, la buona notizia è che siamo in pace. La cattiva notizia è che i leader europei, in mancanza di incentivi a rafforzare i loro eserciti, hanno dato ascolto ai profeti dell’austerità, e tagliato la spesa quando si sarebbe dovuto incrementarla. E il risultato è una depressione che è ben avviata a essere peggiore che negli anni Trenta.”

Riguardo alla seconda critica – che lo strumento monetario complementare, i MEFO bills ieri o i CCF (spero) un domani molto prossimo – richieda un atto di costrizione per essere accettato: è un’argomentazione ingenua, in realtà. Esistono, letteralmente, migliaia di tipologie di attività finanziarie – azioni, obbligazioni, valute, contratti derivati con sottostanti tassi d’interesse o commodities, opzioni, e molte altre cose ancora – che vengono costantemente scambiate.

Un CCF, un diritto a conseguire sconti fiscali, ha un valore ben determinabile sulla base dell’ammontare dei minori pagamenti alla pubblica amministrazione, di cui il titolare potrà beneficiare.

E’ un titolo il cui valore trova copertura nell’accettazione, legalmente garantita, di una controparte (la pubblica amministrazione, appunto) che intermedia quasi metà del PIL del paese emittente. Questa accettazione implica livelli di tutela giuridica e di certezza molto vicini a quelli di una banconota.

Che un titolo con queste caratteristiche sia “non accettato”, “non compreso”, “rifiutato”, “carta straccia”, in un mondo dove si transano e si scambiano strumenti finanziari di ogni tipo, dai più semplici ai più esotici (esoterici… ?) è, semplicemente, contrario all’esperienza quotidiana.

Probabilmente, agli scettici incalliti, può essere utile riflettere sul successo delle meglio organizzate iniziative di “circuito di scambio complementare”. Come il WIR svizzero, nato (non casualmente) durante la Grande Depressione, che transa annualmente beni e servizi per svariati miliardi (in un paese come la Svizzera, non certo privo di un sistema monetario efficiente…).

Oppure come il molto più recente, ma validissimo, Sardex, che in pochi anni è passato da zero a 50 milioni annui di transazioni nella sola Sardegna.

Queste monete complementari sono accettate senza nessun supporto di organismi statali. Non sono utilizzabili a compensazione di pagamenti di tasse. Traggono il loro valore semplicemente dall’impegno di accettazione da parte degli aderenti al circuito. E funzionano.

domenica 16 giugno 2013

Una conversazione con Warren Mosler


Warren Mosler è in queste settimana in Italia per il ciclo di incontri sulla Modern Monetary Theory organizzato da Paolo Barnard.
 
Un paio di mesi fa (tra il 4 e il 5 aprile per la precisione) su suggerimento di Walter Impellizzeri ho avuto con Mosler (molto cortese e disponibile, come sempre) uno scambio di opinioni via e-mail in merito al progetto Certificati di Credito Fiscale. Lo riporto qui di seguito.
 
MC Ti allego due articoli, qui e qui, relativi al progetto. L’idea è di mettere in grado l’Italia (e altri paesi dell’eurozona) di emettere strumenti monetari in grado di (i) sostenere la domanda e (ii) ridurre la tassazione del lavoro in modo da compensare la differenza di competitività tra Germania ed Europa Meridionale.
 
Questo consente di ripristinare la piena occupazione in Europa e rende sostenibile l’euro.
 
Mi piacerebbe ricevere i tuoi commenti. Sto cercando di suscitare interesse sul progetto a livello di media e nel mondo politico. Alcuni deputati recentemente eletti nelle liste M5S stanno esaminando la cosa.
 
WM Ho visto. Funzionerebbe. Il problema naturalmente è che i critici lo vedrebbero come un incremento di debito, in violazione del limite del 3% fissato dall’Unione Europea.
 
MC Grazie, quanto dici mi conferma che lo schema concettuale è corretto ! Il limite del 3% non viene violato perché non si sta emettendo debito destinato a essere rimborsato. Tra due anni, i Certificati scadranno e a parità di condizioni questo riduce gli incassi statali, ma la ripresa dell’economia produrrà maggior gettito, il che compenserà questo effetto. Le proiezioni ne tengono conto.
 
WM Chiaramente sul concetto sono d’accordo, la mia preoccupazione è solo l’atteggiamento del “pensiero dominante”.
 
MC Se per pensiero dominante intendi Bruxelles, anch’io non sarei sorpreso da una posizione critica… mi pare tuttavia che sarebbero in difficoltà nel cercare di bloccare una soluzione che evita il break-up dell’euro e nello stesso tempo consente l’uscita dell’Europa Meridionale dalla depressione.
 
WM Me lo auguro ! mi sono chiare le analogie funzionali della tua proposta con i “Mosler Bonds”, che abbiamo presentato ai ministri delle finanze sia in Irlanda che in Grecia. Erano interessati ma poi ci hanno detto di essere stati bloccati dalla Germania. Ho presentato la cosa anche a un economista tedesco del Fondo Monetario Internazionale, ma non si è più fatto sentire.
 
MC Ti hanno spiegato in che modo i tedeschi li hanno bloccati ? avevano uno strumento per farlo o è stata “moral suasion” ?
 
WM IMmoral suasion…
 
MC Continuo a chiedermi se sono immorali o semplicemente stupidi.
 
WM Un misto delle due cose, probabilmente.
 
 
I Mosler Bonds, o Tax-Backed Bonds, sono titoli di Stato che vengono emessi con una clausola contrattuale tale per cui il titolare ha la possibilità di utilizzarli per pagare imposte dello Stato emittente (in alternativa a riceverne il rimborso in euro).
 
I TBB erano stati concepiti durante la prima fase della crisi dei debiti sovrani dell’eurozona. Il problema allora emerso era il pesante incremento dei tassi d’interesse del debito pubblico di Grecia, Irlanda e Portogallo. I TBB conservano valore anche se lo Stato emittente non è in grado di rimborsarli in euro – in quanto sono comunque utilizzabili per pagare imposte. Titoli di Stato emessi con questa clausola sarebbero sicuramente più appetibili, e quindi meno costosi per l’emittente, rispetto a quelli tradizionali.
 
I TBB sono stati in effetti una delle mie fonti d’ispirazione per il progetto Certificati di Credito Fiscale: fanno infatti luce sul concetto che un titolo utilizzabile per pagare obbligazioni verso lo Stato ha natura di moneta e conserva sempre e comunque un valore.
 
Altra fonte d’ispirazione, per lo stesso motivo, sono stati i MEFO bills di Hjalmar Schacht.
 
Rispetto a questi schemi, l’aspetto innovativo dei Certificati di Credito Fiscale è il loro utilizzo per ridurre la tassazione sul lavoro, compresa la parte che grava sulle aziende. Questo consente di abbassare il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) nei paesi meno competitivi dell’eurozona, riportandolo ai livelli tedeschi.

Si risolve così un problema basilare dell’euro, la differenza di CLUP tra i veri paesi e i conseguenti sbilanci commerciali.
 
I paesi dell’unione monetaria non possono più compensare queste differenze tramite riallineamenti valutari e la strada della deflazione salariale dei paesi in difficoltà si è dimostrata (come ampiamente prevedibile e previsto) economicamente e socialmente catastrofica.