In questo
momento non ho opinioni in merito alla riuscita del tentativo di Renzi. Né a che cosa abbia intenzione di fare nel caso in cui diventi il prossimo
capo del governo.
Molto chiaro è,
comunque, che il suo successo come eventuale premier dipende solo da una cosa. Dalla
capacità di produrre una reale e significativa ripresa dell’economia.
Altrettanto
chiaro è che c’è un sistema rapido e sicuro per ottenere questo risultato.
Sforare in misura significativa i vincoli attualmente imposti dagli accordi
assunti in sede UE.
Immaginiamo per
esempio che il governo Renzi decida di innalzare dal 3% al 6% il rapporto
deficit pubblico / PIL (ricordo che il 6% sarebbe un livello comunque inferiore a quello raggiunto nel 2013 da Spagna e Irlanda, paesi che di recente sono
stati definiti come “più avanti dell’Italia” sulla strada delle “riforme”).
In realtà tre
punti in più di deficit equivalgono non a tre ma a circa sei punti d’incremento
del saldo netto (a parità di condizioni) tra spesa pubblica e tasse.
L’azione espansiva consentita da questo incremento innalza, infatti, il PIL e quindi le
entrate fiscali, producendo un automatico recupero di una parte del maggior
deficit.
Inoltre, nelle
condizioni attuale (domanda estremamente depressa rispetto alle capacità
produttive dell’economia italiana) l’azione espansiva ha effetti più che
proporzionali rispetto alle cifre messe inizialmente in gioco. La maggior
domanda spinge le aziende ad assumere, aumentano consumi e investimenti, parte
un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Avremmo per
esempio:
6% in più di
deficit / PIL (a parità di condizioni)
8% di recupero
del PIL (non immediatamente, diciamo distribuito nell’arco di 24 mesi)
3% (almeno) di
maggiori incassi fiscali
6% meno 3% = 3%
in più di deficit / PIL (al netto del recupero fiscale).
E anche un
rapporto debito pubblico / PIL inferiore, grazie al recupero del denominatore.
Un 6% in più tra
spesa e minori imposte significa oltre 90 miliardi, da distribuirsi tra maggior
spesa, minori tasse ai privati e sgravio del carico fiscale e contributivo che
pesa attualmente sui costi di lavoro sostenuti dalle aziende. Una ripartizione
30-30-30 potrebbe essere grosso modo quella da adottare. La quota che andrebbe
a beneficio delle aziende le renderebbe automaticamente più competitive nei
confronti della concorrenza estera ed eviterebbe quindi che l’incremento di
domanda e di PIL produca uno
squilibrio della bilancia commerciale. Bilancia commerciale che attualmente è
grosso modo in pareggio, e l’obiettivo è che tale rimanga.
A chi ha
“metabolizzato” i dettagli del progetto CCF, risulterà chiaro che questa ne è
una riedizione su scala più contenuta (ma comunque significativa) e attuata
senza introdurre un nuovo strumento monetario, bensì semplicemente sforando i
parametri di Maastricht.
Confido in Renzi
perché faccia questo ? non confido in niente, mi limito a sintetizzare i dati
del problema e a indicare un possibile percorso di soluzione.
Il progetto CCF
diventa superfluo ? al contrario, la chiave per sbloccare la situazione con la UE
potrebbe proprio essere indicare che è possibile realizzarlo. E che quindi è inutile pretendere di impedire qualcosa
che l’Italia è COMUNQUE in grado di attuare per altre vie…