Leggo quanto
scrive un “euroausterico” (un appartenente alla tribù che, a dispetto di ogni
evidenza contraria, continua a sostenere che la crisi economica italiana non ha
niente a che vedere con l’euro e con le sue regole di funzionamento).
Un commentatore
straniero fa notare che è perfettamente normale un alto livello di risentimento
e di disamore della popolazione italiana nei confronti della UE, visto che il
PIL ristagna dall’euroaggancio in poi e che non sono stati ancora recuperati i
livelli del 2007 (tredici anni dopo !).
Il nostro baldo euroausterico
afferma, con rimarchevole sprezzo del ridicolo, che “è quanto accade quando ci
si rifiuta di affrontare per decenni il problema della produttività stagnante”.
Non ho dubbi sulla
sincerità di questa affermazione. Ma ci vogliono veramente due fette di
mortadella spesse un metro sugli occhi, per non accorgersi che la combinazione
tra un cambio sopravvalutato (per l’Italia) e politiche di costante compressione
della domanda interna, ULTERIORMENTE RAFFORZATE DAL 2011 in poi (quando gli
effetti della crisi Lehman non erano stati ancora superati), implicano:
minor potere
d’acquisto
crisi della
domanda internadelocalizzazione delle aziende
disincentivo a investire e a spendere in ricerca e sviluppo
emigrazione di giovani talenti (centinaia di migliaia).
e che tutto questo
retroagisce negativamente sullo sviluppo della produttività.
Qui trovate alcuni dati e alcune riflessioni difficilmente (mi pare) contestabili.
Il dato di fatto è
che la produttività del lavoro e il reddito procapite italiano tenevano
perfettamente il passo con le medie UE15, o addirittura guadagnavano terreno. E
che c’è un momento temporale in cui tutto questo si è interrotto ed è iniziata
la divaricazione (in negativo, ahinoi).
Il momento è la
seconda metà degli anni Novanta. Rivalutazione della lira e contenimento della
domanda interna, il tutto finalizzato a “centrare l’aggancio con l’euro”.
Deciso poi nel 1997 e reso definitivo il 1° gennaio 1999.
Secondo gli
euroausterici, invece, gli italiani si sono svegliati una mattina e hanno
deciso che non avevano più voglia di migliorare la loro produttività.
Ergo come si
risolve il problema ? facendosela venire, questa voglia scomparsa ? con quali
azioni ? mistero fitto.
E chi le dovrebbe
attuare, visto che dal 2011 in poi (con la breve mezza parentesi del governo
gialloverde, mezza visto che il Ministro dell’Economia comunque non rispondeva
alla maggioranza parlamentare) l’Italia ha avuto solo governi strettissimamente
ossequiosi a Bruxelles (la fonte del verbo delle “riforme strutturali”, secondo
gli euroausterici) ?
Non so più se
definire l’euroausterismo una religione o una forma di negazionismo. Le due
cose non si escludono, ovviamente.