domenica 19 dicembre 2021

La politica “che non sa dare risposte”

 

Mi fanno sorridere le affermazioni che si leggono / sentono tutti i giorni, in merito ai successi di Mario Draghi. I quali successi sarebbero l’indicazione che “la politica non sa dare risposte, ci è voluto un non politico per ottenere dei risultati”.

Sui risultati in effetti sarebbe lecito smorzare un po’ gli entusiasmi (come, bisogna riconoscere, Draghi stesso non manca di fare).

Il PIL nel 2021 è rimbalzato, ma ha recuperato solo in parte il calo del 2020. E il rimbalzo l’hanno fatto due cose: le riaperture e la liquidità immessa nel sistema economico con i vari DL ristori, sostegni ecc. Inclusa la molto significativa, anche se parziale, applicazione della Moneta Fiscale attuata con il Bonus 110.

Tutte cose che, è corretto ammettere, aveva avviato e in larga misura attuato il governo Conte 2.

Lasciamo poi perdere il PNRR e il Recovery Fund. Non solo perché pure quelli sono stati varati durante il governo precedente, ma anche e soprattutto perché da lì sono arrivati pochissimi spiccioli – sostanzialmente a debito e fortemente vincolati e condizionati – che, è lecito sospettare, all’economia italiana faranno più male che bene. E che comunque non hanno avuto impatto sui risultati 2021.

Mi astengo dal giudicare i risultati del contrasto al Covid. Limitandomi a constatare che il problema non è risolto, nonostante le restrizioni (la cui efficacia è perlomeno discutibile).

Di meglio rispetto a Conte, di sicuro, Draghi ha l’immagine promossa dai media paludati. Questo però non significa che Draghi sia meglio o peggio di Conte. Significa che è apprezzato dall’establishment, perché è uno di loro.

Il che mi conduce a una semplice constatazione. Anche volendo ammettere (e, come visto, ancora la prova provata non c’è) che Draghi, da non politico, sia in grado di ottenere risultati che i politici non conseguono, la ragione è (sarebbe) che Draghi ha spazi d’azione che ai politici non vengono concessi.

Io mi auguro, ad esempio, che Draghi (se resterà al governo ancora per tutto il 2022) possa ottenere la revisione del Patto di Stabilità e delle regole di funzionamento dell’Eurozona che sono (e lo dice lui per primo) assolutamente indispensabili. Ma vi ricordate gli psicodrammi mediatici, l’Italia messa alla berlina come irresponsabile sfasciacarrozze, i populisti brutti e cattivi additati come pericoli per la stabilità finanziaria europea se non mondiale, quando si discuteva se il deficit pubblico potesse arrivare all’1,8%, al 2,4%, al 2,04% ?

Draghi è “uno di loro” (loro essendo l'establishment, non i populisti...) quindi ha spazi di azione e forse (forse) può ottenere dei risultati.

I politici, abbiano o non abbiano buone idee, semplicemente non hanno leve di azione, perché sono ingabbiati dagli infernali euromeccanismi e vincolati in tutte le direzioni dalle élites.

Si può discutere se la politica italiana sappia o non sappia “dare risposte”. Ma il punto non è quello. Il punto è che va al governo con poteri molto più di forma che si sostanza.

Non è così da oggi, è sempre più così da quando esiste l’euro e in particolare da dieci anni in qua, da quando la crisi dei debiti sovrani ha portato alla rimozione di Berlusconi.

Intendiamoci, meglio lo scaltro Draghi che il catastrofico Monti. Però se abbiamo Draghi, e se molti (me compreso) trovano che il meglio, o il meno peggio, sia che continui a condurre le danze, il motivo non è che non esiste (in teoria) un direttore d’orchestra alternativo. È che il direttore alternativo si troverebbe senza bacchetta, senza spartito e senza orchestra.

Ve la dico ancora più chiaramente: il punto non è se la politica sappia o no dare risposte. Il punto è che la politica, gradualmente ma in maniera sempre più spinta, in particolare da dieci anni a questa parte, è stata espropriata del suo ruolo.

A qualcuno farà piacere. A me no. Non perché provi sconfinata ammirazione nei confronti di un particolare politico, ma perché vedo cos’era l’Italia 30, 20, 10 anni fa, e vedo cos’è oggi.

 

martedì 14 dicembre 2021

Un chiarimento sui Conti di Risparmio

 

Nell’ambito del pacchetto di disegni di legge attualmente sotto esame da parte della Commissione Finanze del Senato, oltre a vari provvedimenti che costituiscono applicazioni della Moneta Fiscale, c’è anche la proposta di introdurre Conti di Risparmio gestiti dal MEF.

I Conti di Risparmio (CdR) sono a volte anche denominati Moneta Elettronica del Tesoro. In pratica si tratta di offrire la possibilità di aprire conti correnti a vista presso il MEF, senza scadenza.

Il titolare potrebbe in qualsiasi momento chiedere il rimborso del suo CdR in euro, come farebbe con un normale deposito bancario. Ma sarebbe anche possibile utilizzare i CdR per effettuare pagamenti nei confronti di altri soggetti, purché la controparte sia disponibile ad accettarli. A tutti gli effetti pratici, l’idea è di creare conti correnti simili a quelli bancari, ma presso il MEF e non presso una banca.

I CdR sarebbero, senza alcun dubbio, debito pubblico, perché si tratterebbe di una passività dello Stato di cui può essere richiesto il rimborso in euro. Costituirebbero in effetti un canale diretto di finanziamento della spesa pubblica. Per esempio, un dipendente statale potrebbe essere assunto con l’accordo che lo stipendio gli venga pagato in CdR. Idem per un’integrazione pensionistica, un sussidio, eccetera.

Inoltre può essere concessa, ai possessori di titoli di Stato, la facoltà di convertirli in CdR. L’idea è fare meno affidamento sui BTP – strumento  d’eccellenza per il trading speculativo, condizionato dalle oscillazioni dello spread – e più su una forma di canalizzazione del risparmio privato al dettaglio, tendenzialmente stabile.

Fin qui tutto OK. L’equivoco che vorrei chiarire, tuttavia, è il seguente. Alcuni dei proponenti apparentemente sono convinti che i CdR consentirebbero allo Stato di accedere a risorse finanziarie supplementari. Come ? offrendo CdR a risparmiatori non contro conversione di titoli di Stato in circolazione, ma fronte di euro.

In pratica si tratterebbe di dire al titolare di un normale conto corrente bancario: preleva 1.000, 10.000, 100.000 euro dalla tua banca e depositali presso il MEF, sotto forma, appunto, di CdR.

Si può fare, ma in questo modo si aumenta automaticamente il debito pubblico – perché i CdR sono debito. E se gli euro raccolti vengono spesi, aumenta anche il deficit.

Non ci sono quindi soldi in più da spendere, a meno che non vengano modificati i limiti di deficit e di debito. Ma qui il tema è la revisione del Patto di Stabilità e Crescita, non l’emissione di CdR.

E per la revisione del PSC, sapete come la penso. La via da percorrere è la Moneta Fiscale.

domenica 12 dicembre 2021

Ma il PD vuole il male dell’Italia ?

 

Dico il PD ma potrei scrivere “l’establishment europeista”. Quest’ultimo ovviamente non si identifica totalmente con il PD, che però ne costituisce il nocciolo, il “nucleo duro”. Quindi scrivo PD, che è anche una comoda (in quanto sintetica) sigla identificativa.

Allora, la mia opinione non è che il PD voglia il male dell’Italia. Sono convinto che il PD sia composto da gente mediamente e prevalentemente per bene. Non da serial killer, non da sociopatici.

Semplicemente, il PD desidera il bene dell’Italia, ma lo desidera come obiettivo subordinato, non come obiettivo prioritario.

L’obiettivo prioritario è la cessione di poteri all’Unione Europea. Che ha il non sgradito effetto collaterale, beninteso, di garantire incarichi e carriere agli esponenti del PD ("non sgradito" da loro stessi, s’intende).

Un obiettivo subordinato non è un obiettivo di poca importanza. Ha solo il difetto di essere, inevitabilmente, messo da parte quando entra in conflitto con l’obiettivo prioritario.

Per esempio: credo che la maggior parte dei membri del PD, quantomeno tra quelli che possiedono un minimo di cultura economica, si rendano conto che la governance dell’Eurozona è, diciamo così, “carente”.

E credo che siano assolutamente sinceri nel desiderare di cambiarla.

Però l’obiettivo prioritario fa sì che il cambiamento, se non è accettato da Bruxelles, non possa essere perseguito. “Che ci volete fare, io glielo dico, ma quelli niente… però ci riprovo, tranquilli…”.

Sono passati dieci anni dall’esplosione dell’Eurocrisi, c’è stata pure una pandemia mondiale, ma qui ancora siamo.

E non va bene, al PD (a tutti gli altri sì), neanche la Moneta Fiscale, perché riporta all’interno degli Stati una serie di leve di controllo dell’economia.

Non hanno reali obiezioni. È inutile chiedere che cosa c’è che non funziona, nella Moneta Fiscale e nei CCF.

Funziona tutto meno (dal punto di vista del PD) una cosa sola: l’obiettivo subordinato è subordinato, e l’obiettivo prioritario è prioritario.

 

giovedì 9 dicembre 2021

Correzione del mercato azionario ?

 

Chiacchierando su Facebook con Paolo Cardenà, mi trovo in sintonia con le sue opinioni in merito ai livelli della borsa USA.

Il consensus tra noi due si può riassumere, a mio parere, come segue:

UNO, c’è una sopravvalutazione.

DUE, facendo riferimento alla “costante di Siegel” misurata come differenza media storica tra rendimenti del mercato azionario e inflazione, la sopravvalutazione può essere stimata nel 40-50% circa.

TRE, non è una sopravvalutazione esasperata quanto la bolla del 2000, che può essere tranquillamente valutata intorno al 100%. Peraltro quello è stato il peggior episodio di overpricing, quantomeno degli ultimi cent’anni o giù di lì.

QUATTRO, una correzione anche significativa è possibile se i tassi d’interesse saliranno. Eventualità però, sottolineo io, non scontata in quanto anche chi teme che l’inflazione sia persistente comincia a capire che alzare i tassi per contrastarla rischia di essere inefficace. Soprattutto perché la salita dei prezzi è un fenomeno in parte significativa dovuto a strozzature di offerta: e alzare i tassi non fa magicamente comparire capacità produttiva di semiconduttori, componenti, materie prime, trasporti eccetera.

CINQUE, interessante osservazione di Paolo: i tassi reali potrebbero salire, anche se i tassi nominali non venissero aumentati, proprio se e in quanto l’inflazione si modera. E questo potrebbe non far bene ai valori azionari. Controintuitivo, ma plausibile: oggi la spinta a mettere soldi sul mercato azionario, nonostante le elevate valutazioni, deriva molto dal fatto che la liquidità rende zero in termini nominali e perde valore in termini reali. Se l’inflazione scende, la “pena” di tenere soldi liquidi diventa un po’ meno acuta, e l’incentivo a investire sull’azionario, quindi, potrebbe diminuire.

martedì 7 dicembre 2021

Che senso ha pagare interessi sul debito pubblico ?

 

La banca centrale, o più precisamente l’istituto di emissione (che non ha nessun bisogno di essere una banca: la sua funzione potrebbe benissimo essere svolta da un dipartimento del ministero dell’economia) può fissare a suo piacimento i tassi d’interesse sul debito pubblico. Lo può fare perché è in grado di creare moneta, e di comunicare al mercato che si impegna ad acquistare i titoli in circolazione a un determinato prezzo. Impegno credibile per un soggetto emittente della moneta in cui sono denominati i titoli.

E in effetti non è neanche indispensabile che lo Stato emetta titoli. Se controlla l’istituto di emissione, può spendere moneta di nuova creazione. In tal modo, crea risparmio privato: la moneta emessa con la spesa pubblica rimane nel sistema economico.

L’offerta di titoli di debito pubblico non è, quindi, necessaria per finanziare lo Stato. Svolge invece un’altra funzione: offrire ai privati una forma di impiego a basso rischio del risparmio che si è generato, appunto, tramite la spesa pubblica netta (cioè per effetto dei deficit pubblici).

Che senso ha, quindi, pagare interessi sul debito pubblico ?

Ci sono due finalità. La prima è, appunto, garantire ai risparmiatori privati un minimo di rendimento sul proprio risparmio. Un titolo a breve scadenza (o anche un deposito in conto corrente presso il ministero dell’economia) potrebbe ad esempio offrire un rendimento pari al tasso d’inflazione corrente, in modo da garantire la stabilità del potere d’acquisto del risparmio.

La seconda è fissare un tasso soglia di rendimento. Soglia nel senso che questo tasso dovrà, come minimo essere garantito dal sistema bancario al risparmiatore. E sarà anche il tasso minimo richiesto dagli istituti di credito a chi prende a prestito.

Perché questo ? perché non ha senso lasciare depositi in banca a tassi inferiori a quelli a cui è possibile comprare titoli di Stato a breve termine (o depositare presso l’istituto di emissione). Né ha senso, per una banca, erogare credito a un tasso inferiore a quello garantito dall’acquisto di titoli di Stato.

Pagare interessi sul debito pubblico ha quindi almeno due finalità, senz’altro legittime. Il punto da aver chiaro, tuttavia, è che uno Stato che emette la propria moneta NON ha un vincolo di mercato che impone di contenere la spesa, il deficit, il debito “perché altrimenti gli investitori ci penalizzano chiedendo maggiori interessi”. Il tasso d’interesse è una scelta di POLITICA ECONOMICA. Politicamente, si decide che quota di spesa pubblica destinare a remunerazione del risparmio. Politicamente, si decide come intervenire, rendendola più o meno oneroso, sull’erogazione di credito privato.

Tutti gli articoli che leggete sui giornaloni paludati, che praticamente ogni giorno lanciano strali e ammonimenti sui rischi derivanti dai tassi d’interesse che “non potranno rimanere così bassi all’infinito”, e che “potrebbero schizzare se l’indisciplina prendesse piede nella gestione della finanza pubblica” nascono SOLO da un assetto economico-monetario disfunzionale. Dal fatto che l’Italia usa una moneta straniera.

Emettendo la propria moneta, non si è soggetti a vincoli di finanza pubblica. Emettendo la propria moneta, ci sono limiti all’espansione monetaria e al sostegno al potere d’acquisto della collettività, ma sono dati dall’inflazione, non dai mercati finanziari.

sabato 4 dicembre 2021

Panico per l’inflazione ? anche no

 

L’indice dei prezzi al consumo ha raggiunto tassi d’incremento molto alti (in confronto all’esperienza storica recente). I dati preliminari per novembre 2021, armonizzati come da metodologie UE, mostrano per l’Italia un livello (fatta pari a 100 la media 2015) di 107,4: +4,0% rispetto a novembre 2020. Una variazione che non si vedeva dal 1997, se non vado errato. Quasi un quarto di secolo.

Prima di farsi prendere dal panico, però, suggerisco qualche brevissima riflessione.

Il livello a novembre 2019, poco prima che scoppiasse il Covid, era 103,6.

Il livello di novembre 2020, 103,3.

Certo, abbiamo registrato un +4,0% negli ultimi dodici mesi. Ma questo dopo un -0,3% nei dodici mesi precedenti.

La media annua della variazione per il periodo novembre 2019 – novembre 2021 è il 2% (qualche centesimo di meno per essere pignoli). Il famoso livello-obiettivo BCE, niente di più. E un periodo di due anni è più significativo di periodo di dodici mesi. Perché è più lungo, e perché confronta una situazione di normalità con una in cui le cose alla normalità (perlomeno a livello di produzione e di consumi) stanno tornando.

In altri termini, fin qui abbiamo visto semplicemente un recupero del trend precedente. Un rimbalzo dei prezzi dopo un anno di inflazione pressoché azzerata dalle restrizioni all’attività economica.

Stesso discorso se ragioniamo sulle medie per anno solare. Tra 2019 e 2020 si passa da 103,2 a 103 (-0,2%). La previsione per il 2021 (ormai quasi finale, visto che siamo a dicembre) è 105. Ancora +2%.

È legittimo pensare che quando tra qualche anno guarderemo al periodo 2019-2021, i grafici non indicheranno altro che un annetto di appiattimento della curva dei prezzi, seguito dal ritorno alla normalità.

Questo è anche il ragionamento che stanno facendo in BCE, il che spiega la riluttanza ad azzerare il QE, per non parlare ad aumentare i tassi d’interesse.

Può darsi che si sbaglino. Ma i dati, che pure fanno impressione e producono titoli di giornale alquanto vistosi, non dimostrano che su questo argomento la BCE sia in errore.

mercoledì 1 dicembre 2021

Le criptovalute non risolveranno l’eurocrisi

 

Wolfgang Munchau, opinionista molto impegnato a descrivere e commentare le vicissitudini dalla UE e dell’Eurozona, segue anche con parecchio interesse lo sviluppo delle criptovalute. E leggerlo è spesso interessante. Non riesco però a condividere l’opinione espressa in questo articolo, secondo la quale le cripto potrebbero non solo sconvolgere il sistema monetario mondiale, ma anche risolvere l’eurocrisi. Come ? sostituendo progressivamente e quindi rendendo (in pratica) inutile il disfunzionale euro.

Non riesco a condividere le sue opinioni in primo luogo perché non è vera l’affermazione che “bitcoin is a volatile asset, for sure, but remember that this volatility only exists because we reference the value of a bitcoin to the dollar. Volatility only ever exists against some reference”.

Eh no. Certo, il valore oscilla bilateralmente: il bitcoin è volatile contro dollaro così come il dollaro è volatile contro bitcoin. Ma il problema è che il bitcoin è volatile anche contro un paniere di beni e servizi. Il dollaro e l’euro, anche in questo periodo di ripresa dell’inflazione, oscillano nei confronti della media dei beni di consumo del 4-6% su base annua. Negli ultimi anni (e probabilmente nei prossimi, altrimenti le autorità fiscali e monetari dovranno intervenire) dell’1-3%.

Il valore del bitcoin può invece variare del 50%, in più o in meno, nell’arco di pochi mesi. Contro dollaro, contro euro, e contro il conto della spesa. Pagare il supermercato in bitcoin appare alquanto scomodo, eufemismo per non dire del tutto impraticabile: la moneta corrente deve mantenere un rapporto di valore sufficientemente stabile nei confronti dei prodotti per il cui acquisto viene quotidianamente utilizzata. Le criptovalute non rispettano minimamente questo requisito.

Più avanti, nell’articolo leggiamo che “during the euro area’s sovereign debt crisis, economists in Greece and Italy toyed with the idea of a parallel currency, in the disguise of a short-term debt instrument. In Italy, they were known as minibots. They were a clever idea, but ultimately doomed because they were subject to institutional support and legal constraints. A parallel criptocurrency would be a much more flexible instrument”.

Munchau non è molto al passo: non sa che gli sconti fiscali negoziabili, quali i CCF, non sono debito; che sono uno strumento molto più versatile ed efficiente dei minibot; e che nel frattempo hanno già preso parzialmente, ma significativamente, piede, in Italia, con i vari bonus fiscali (tra cui soprattutto il bonus immobiliare 110%).

Ma il punto è un altro. La Moneta Fiscale è uno strumento che ridà leve d’azione alla politica economica degli Stati perché può essere emessa fiat. Le criptovalute, al contrario, derivano il loro valore (a torto o a ragione: io ho i miei dubbi che questo supporto di valore abbia un senso logico, e sia destinato a durare – ma questo è un altro discorso) dalla scarsità. C’è un numero massimo di bitcoin che può essere prodotto mediante mining, ed è un limite assoluto, invalicabile.

Il bitcoin come strumento di politica economica anticiclica, in grado di promuovere il pieno impiego, è proprio per questo una contraddizione in termini. Nasce per essere scarso, e la sua scarsità è più rigida e assoluta – MOLTO più rigida e assoluta - di quella dell’euro. Come si fa ad attuare politiche economiche anticicliche utilizzando i bitcoin ? Come posso rilanciare l’economia e farla uscire da una depressione, usando un’attività finanziaria che non posso produrre in maggiori quantità ?

Forse le criptovalute sopravviveranno e forse no. Forse sorprenderanno ulteriormente chi, come me, sospetta che il loro straordinario successo sia una bolla destinata a scoppiare.

Ma per risolvere l’eurocrisi, meglio guardare altrove. Meglio guardare ai CCF e alla Moneta Fiscale.