mercoledì 2 novembre 2016

Moneta Fiscale: obiezioni & confutazioni


Prendendo spunto da una serie di considerazioni di Enrico Grazzini, qui di seguito riassumo una serie di obiezioni che vengono frequentemente rivolte al progetto Moneta Fiscale (MF) – nonché le argomentazioni a contrario.


UNO: la MF all’emissione deve essere immediatamente contabilizzata come debito pubblico. Questo non è vero né ai sensi dei regolamenti Eurostat né dei trattati, in quanto la MF non dà luogo, in nessuna circostanza, a un impegno di pagamento da parte dello Stato. Naturalmente i bilanci di previsione dovranno tener conto dei futuri sconti fiscali, ma questo sarà compensato dall’incremento del PIL e del gettito, nonché, eventualmente, dall’utilizzo delle clausole di salvaguardia non procicliche  previste nell’ambito del progetto MF.


DUE: l’effetto espansivo della MF non ci sarà, o comunque sarà insufficiente. Che il moltiplicatore keynesiano sia maggiore di uno in periodi di crisi (e quindi di fortissimo sottoutilizzo delle risorse produttive, nonché di tassi d’interesse tendenti allo zero) è fortemente comprovato sia dalla teoria che da molteplici studi recenti (vedi tra i moltissimi qui Blanchard-Leigh, e qui Krugman – che analizza dati reali, non presunti o previsionali, e determina un moltiplicatore 1,5 per l’Eurozona, nelle attuali condizioni di domanda depressa).

Del resto, il fallimento delle politiche di austerità è proprio dovuto al fatto che le azioni fiscali restrittive (tagli di spesa e aumenti di tasse) hanno innescato contrazioni di PIL più che proporzionali: anche questa, una chiara indicazione di moltiplicatore keynesiano elevato. In ogni caso, il progetto MF regge anche con ipotesi molto più cautelative in merito al moltiplicatore.


TRE: UE e BCE si opporranno al progetto MF. Il progetto MF non viola alcun trattato né alcun regolamento, non produce la rottura dell’euro, e non produce indebitamento. In effetti, permette di avviare la costante riduzione del rapporto debito pubblico / PIL, raggiungendo gli obiettivi che il Fiscal Compact si propone di (ma attualmente non riesce a) conseguire.

La MF, va ricordato, è uno strumento di natura fiscale e rientra nella piena sovranità del governo e del parlamento italiano. Non richiede alcuna autorizzazione da parte di UE o BCE.


QUATTRO: i mercati reagirebbero negativamente al progetto MF, temendo che il meccanismo si possa inceppare producendo squilibri nei flussi di incasso / pagamento statali. Naturalmente prevedere l’atteggiamento dei mercati è un esercizio sempre, in misura più o meno accentuata, aleatorio. Il progetto MF dà, peraltro, ampie garanzie, sulla base di previsioni realistiche e anche di analisi di sensitività molto cautelative, di produrre:

la ripresa della crescita a tassi sostenuti;

due anni di surplus nei flussi di cassa pubblici (quelli intercorrenti tra l’avvio e il primo periodo di utilizzabilità degli sconti fiscali);

la stabilizzazione del debito pubblico in valore;

la costante riduzione del rapporto debito pubblico / PIL.

Le clausole di salvaguardia sono ulteriori tutele in grado di gestire sfasamenti dovuti a fenomeni negativi congiunturali o di altra natura.

Ipotetici fenomeni speculativi su titoli di Stato possono essere contrastati, inoltre, rendendoli anch’esse utilizzabili per sconti fiscali futuri e quindi fissandone una soglia minima di valore, valida in qualsiasi circostanza.

Va anche sottolineato che nessuna azione speculativa sui titoli di Stato italiani ha alcuna possibilità di produrre effetti significativi fintantoché rimane in essere il “whatever it takes” della BCE, ovvero l’impegno a garantire la solvibilità degli stati membri nell’ambito del programma OMT. E la cessazione di questo impegno implica peraltro un fortissimo rischio di completa deflagrazione dell’Eurozona – che era sul punto di concretizzarsi nel luglio del 2012, e fu arrestata appunto dall’ormai celebre dichiarazione di Mario Draghi.

Non si capisce su quale base legale la BCE potrebbe interrompere l’impegno ad attivare (se necessario) il programma OMT nel momento in cui si pone in atto il progetto MF con modalità tali da assicurare la stabilizzazione del debito pubblico in un contesto di ripresa economica. Ancora più difficile appare argomentare per quali ragioni la BCE dovrebbe intraprendere azioni che implicano una minaccia esistenziale per l’Eurozona e, di conseguenza, per la BCE stessa.


IN CONCLUSIONE: nessuna azione di politica economica è completamente prevedibile nei suoi effetti ed esente da qualsiasi tipo di rischio. Ma il progetto MF appare di gran lunga la via più affidabile e concretamente praticabile per risolvere le disfunzioni dell’Eurosistema e per porre termine all’attuale, gravissima crisi economica.

lunedì 24 ottobre 2016

Moneta Fiscale: risolvere la crisi senza nuovo debito

L’Italia è caratterizzata da un alto livello di debito pubblico (in rapporto al PIL) e, nello stesso tempo, anche da un elevato risparmio privato.

Tra questi due aggregati c’è una relazione. L’accrescimento dell’uno tende ad andare di pari passo con quello dell’altro.

Il debito pubblico è, infatti, alimentato dai deficit annui del settore statale. Se lo stato spende più di quanto incassa, si generano attività finanziarie che finiscono nei portafogli di operatori privati.

Nel momento in cui lo stato non è emittente di moneta, le attività finanziarie in questione prendono la forma di titoli emessi dal settore pubblico. Nel caso del nostro paese, si tratta dei ben noti BOT, BTP, CCT eccetera.

Questi titoli sono passività per il settore pubblico ma anche, nello stesso tempo, attività per gli operatori privati che le detengono. Tali operatori possono essere nazionali o esteri. Per un paese come l’Italia, la cui posizione finanziaria netta sull’estero è passiva ma per livelli contenuti (23% del PIL al 30 giugno 2016, e tendente attualmente a scendere), i detentori sono prevalentemente soggetti nazionali.

Si intuisce e si spiega, quindi, che a fronte di un alto rapporto debito pubblico / PIL, il nostro paese sia caratterizzato anche da alti livelli di risparmio privato interno (sempre in rapporto al PIL). I titoli del debito pubblico sono infatti una componente rilevante del risparmio privato interno.

Di tanto in tanto, si sente affermare che il contenimento dell’uno (il debito pubblico) dovrebbe passare tramite azioni sull’altro (il risparmio privato), quali ad esempio forme di prelievo straordinario (imposte patrimoniali) o di riduzione del valore effettivo del debito (ristrutturazioni, consolidamenti, write-offs).

Ipotesi di questo genere, tuttavia, non possono essere prese seriamente in considerazione. L’effetto sarebbe un impoverimento del settore privato italiano, che innescherebbe effetti fortemente negativi su consumi, investimenti, occupazione e PIL.

Si avrebbe infatti:
un ulteriore, forte peggioramento delle condizioni economiche del paese
un abbattimento del PIL, che vanificherebbe il presunto miglioramento del rapporto debito pubblico / PIL
una caduta dell’occupazione
un grave deterioramento del già precario equilibrio sociale.

Se si desidera abbassare il rapporto debito pubblico / PIL, occorre, evidentemente, scegliere un altro percorso.

L’attuale assetto dell’Eurosistema prevede, in buona sostanza, che gli stati membri si impegnino (Fiscal Compact) (i) a raggiungere il pareggio di bilancio (equilibrio tra euro incassati ed euro spesi) e (ii) a ridurre gradualmente nel tempo (fino al 60%) il rapporto debito pubblico lordo / PIL.

Nello stesso tempo, sussiste un impegno della BCE a garantire illimitatamente i debiti pubblici (“Whatever It Takes” e programma OMT) purché gli stati membri dell’Eurozona conseguano gli obiettivi del Fiscal Compact, o si attivino comunque credibilmente e plausibilmente per correggere eventuali “deviazioni di rotta”.

In buona sostanza, la BCE si è impegnata a garantire i debiti pubblici degli stati membri, purché questi debiti non si incrementino in valore facciale (pareggio di bilancio) e si riducano gradualmente in percentuale del PIL, fino al livello-obiettivo del 60%.

Il Fiscal Compact sta però risultando impossibile da applicare, in quanto azioni fiscali restrittive finalizzate a ridurre il rapporto deficit pubblico / PIL, nelle attuali condizioni di domanda depressa, hanno un effetto più che proporzionale sul PIL (moltiplicatore keynesiano superiore a 1). Di conseguenza, buona parte degli sforzi di contenimento del deficit sono erosi dal calo del gettito, e modestissimi miglioramenti vengono conseguiti solo a fronte di pesanti effetti depressivi su PIL e occupazione.

La Moneta Fiscale rende possibile superare questa gravissima situazione di stallo, in quanto:

UNO, è possibile effettuare azioni espansive della domanda interna, e di recupero della competitività delle aziende, emettendo titoli fiscali che hanno valore grazie alla loro utilizzabilità per ridurre pagamenti futuri verso lo stato emittente. I titoli fiscali non sono soggetti a rimborso: non c’è quindi bisogno che la BCE li garantisca, in quanto lo stato emittente non potrà mai essere forzato all’inadempimento dell’impegno assunto (appunto perché si tratta di un impegno di accettazione, non di rimborso).

DUE, si fa leva sull’amplissimo livello di capacità produttiva inutilizzata del sistema economico di vari paesi dell’Eurozona. Nel caso italiano, il PIL reale 2016 è inferiore dell’8% – 140 miliardi di euro circa – rispetto a quanto raggiunto nel 2007 (nove anni fa !) Il recupero dei livelli produttivi pre-crisi, consentito dalla Moneta Fiscale e dalla sua azione espansiva, genera il gettito fiscale necessario a compensare l’utilizzo dei titoli fiscali (utilizzo che ceteris paribus – cioè in assenza di tale recupero produttivo - diminuirebbe il gettito futuro).

DUE BIS, il recupero di produzione e occupazione consente di rispettare gli impegni di finanza pubblica, ma nello stesso tempo rimette in salute l’economia reale del paese. Questi due risultati sono entrambi assolutamente indispensabili perché l’assetto economico-monetario dell’Italia e dell’Eurosistema sia sostenibile nel tempo.

TRE, la Moneta Fiscale consente ulteriori azioni di notevole efficacia per normalizzare e stabilizzare il profilo di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL, anche superando eventuali negatività congiunturali che si potranno presentare in futuro. Ad esempio, rifinanziare parte del debito pubblico mediante titoli fiscali a scadenze medio o lunghe, o offrire ai detentori di Moneta Fiscale la possibilità di posporne l’utilizzo, riconoscendo una maggiorazione di valore facciale (una forma di tasso d’interesse, di fatto).

QUATTRO, in casi estremi, che appaiono peraltro fortemente improbabili data la ricchezza, la varietà e la flessibilità degli strumenti sopra delineati, potrebbero rendersi necessarie azioni non proposte su base volontaria, ma imposte sulla base di provvedimenti di legge. Per esempio, maggiorazioni di imposte compensate da erogazioni di Moneta Fiscale, o sostenimento di alcune componenti di spesa pubblica non in euro ma in Moneta Fiscale. Nella remota eventualità che si rendano necessarie, l’effetto prociclico di queste azioni sarebbe enormemente inferiore rispetto alle tradizionali azioni restrittive con cui si è cercato di ricondurre sotto controllo i saldi di finanza pubblica: non sarebbero infatti tagli o tasse “secchi”, bensì compensati dall’erogazione di uno strumento finanziario alternativo (la Moneta Fiscale).

CINQUE, un paese come l’Italia, caratterizzato da alti livelli sia di debito pubblico che di risparmio privato, garantisce in tal modo i suoi impegni di finanza pubblica, ove mai il recupero produttivo fosse insufficiente, proprio facendo leva sul risparmio privato. Le azioni di cui ai punti TRE ed (eventualmente) QUATTRO, infatti, producono una sostituzione, nel portafoglio dei risparmiatori, di titoli di debito pubblico con titoli fiscali. Nella misura eventualmente necessaria, il debito pubblico viene garantito, in pratica, dal suo rimpiazzo con titoli che non hanno natura debitoria, e che i risparmiatori vengono a possedere in (eventuale, parziale, marginale) sostituzione dei tradizionali titoli di Stato.

SEI, il sistema sopra delineato crea, automaticamente, un disincentivo e una penalizzazione automatica nel caso in cui in paese emettesse Moneta Fiscale in misura eccessiva rispetto a quanto necessario per recuperare corretti livelli di domanda, PIL e occupazione. Si verificherebbe in tal caso un effetto di inflazionamento della Moneta Fiscale nazionale (ma non dell’euro !) e quindi un suo deprezzamento (svalutazione) rispetto all’euro stesso. Sarebbero toccati i detentori di Moneta Fiscale e di titoli fiscali di quel paese, non i cittadini di altri stati membri dell’Eurozona. Questo previene, o nel caso punisce, fenomeni di moral hazard, senza tuttavia passate tramite eventi deflagranti e fonte di instabilità finanziaria (quali write-offs, ristrutturazioni, insolvenze).

Conseguentemente all’adozione del progetto Moneta Fiscale, l’Italia (o qualunque altro paese dell’Eurozona che lo adottasse) è in grado di ottenere la seguente situazione.

Il PIL e l’occupazione risalgono, recuperando tutti gli effetti negativi della crisi.

Le passività pubbliche soggette a rimborso in euro – e quindi potenzialmente a rischio di insolvenza – si stabilizzano in valore assoluto e decrescono gradualmente in rapporto al PIL.

Circola Moneta Fiscale, complementare all’euro, in misura adeguata a sviluppare le azioni di politica economica necessarie a superare la crisi.

La quantità di Moneta Fiscale in circolazione è modificabile nel tempo per mantenere elevata occupazione e inflazione moderata e stabile.


sabato 22 ottobre 2016

CCF: se pagabili sono debito, altrimenti no

Sulla base dei regolamenti Eurostat, i crediti fiscali si dividono in due categorie:

quelli che lo Stato si impegna a rimborsare cash entro un determinato periodo di tempo (salvo che il titolare li utilizzi prima della data di rimborso, compensandoli con pagamenti all’erario altrimenti dovuti)

e

quelli per i quali non è prevista alcuna forma di rimborso, ma solo l’utilizzo in compensazione.

Nel primo caso, abbiamo i cosiddetti “crediti fiscali pagabili”, che rientrano nel debito pubblico.

Nel secondo caso, abbiamo “crediti fiscali non pagabili”, che NON vi rientrano.

I CCF previsti nell’ambito del nostro progetto Moneta Fiscale non sono debito. Lo Stato non si impegna a rimborsarli in euro, ma solo ad accettarli a riduzione di impegni finanziari futuri nei suoi confronti. Il Sistema Eurostat SEC 2010, reso esecutivo con il Regolamento n. 549 / 2013 (vedi in particolare i paragrafi 5.05 e 5.06) li configura senza ambiguità come credito tributario “non pagabile” in quanto non soggetto in nessuna circostanza a essere rimborsato cash. Questo strumento non può in alcun modo essere qualificato come “spesa” né come “debito” nella contabilità pubblica e nei documenti consuntivi di finanza pubblica: non si crea alcun peggioramento degli equilibri di bilancio imposti dai Trattati e dalla normativa europea.

Un ulteriore esempio in merito è il seguente. Il diritto tributario italiano (così come di moltissimi altri paesi) riconosce l’esistenza delle perdite pregresse riportabili. Una società, o anche un privato cittadino che abbia conseguito perdite per la sua attività d’impresa (o, nel caso del privato, anche per operazioni d’investimento) può utilizzarle per ridurre pagamenti d’imposte altrimenti dovuti negli anni successivi. I minori pagamenti d’imposta futuri non possono però essere – e infatti non vengono - considerati una componente del debito pubblico. Sono crediti d’imposta non pagabili.

Il progetto di legge di Mimmo Pisano è invece una variante del progetto CCF / Moneta Fiscale. Propone infatti di emettere CCF al fine di “cartolarizzare” i crediti d’imposta (utilizzabili nell’arco di dieci anni) generati da spese per ristrutturazioni immobiliari e per riqualificazioni energetiche. Una volta emessi, sono monetizzabili dai beneficiari mediante cessione sul mercato finanziario.

La proposta è stata valutata positivamente da diversi gruppi parlamentari, e ha ottenuto un parere positivo (entusiastico, addirittura) dall’ABI, che ha manifestato grande interesse a garantire la conversione di questo tipo di CCF in euro (attualizzandoli a un tasso annuo del 2,5% - 3% circa). E’ al momento ferma, tuttavia, a causa di un parere negativo di Bankitalia, o per essere più esatti a causa del fatto che Bankitalia ha espresso l’opinione che questi CCF concorrerebbero alla formazione del debito pubblico.

Il motivo diventa però chiaro alla luce del fatto che i “bonus ristrutturazioni” sono pagabili se il titolare non li utilizza a compensazione di pagamenti verso l’erario. In pratica, se i “bonus ristrutturazioni” non vengono utilizzati per compensare crediti verso l’erario se ne può chiedere il rimborso in euro. I CCF del progetto di legge Pisano rientrano quindi – al contrario dei CCF previsti dal progetto Moneta Fiscale - nella definizione di crediti d’imposta pagabili.


martedì 18 ottobre 2016

Semplici dati, da aver sempre presenti


Il 2007 è stato l’ultimo anno prima dell’inizio della crisi economica – esplosa l’anno dopo con il fallimento Lehman, e aggravatasi intorno al 2011 a seguito delle politiche di austerità che avrebbero dovuto risolvere le disfunzioni dell’Eurosistema. Dal 2007 in poi, le principali variabili macroeconomiche del nostro paese si sono evolute come segue.


2007           2015          Variazione

PIL                        1.783          1.642          -141    -7,9%

Consumi               1.385          1.313          -72       -5,2%
Investimenti            386             273           -113    -29,3%

Esportazioni            478             494           +16     +3,3%
Importazioni           475             442           -33       -6,9%

Saldo comm. netto    +3           +52         

(dati ISTAT a prezzi costanti 2015, miliardi di euro)


Considerazioni:

UNO, a otto anni di distanza il PIL reale italiano è inferiore per 141 miliardi rispetto al massimo raggiunto nel 2007. E’ una variazione negativa spaventosa, totalmente assurda e completamente impossibile da spiegare con una perdita di potenziale produttivo da parte dell’economia italiana. Solo una guerra o un cataclisma naturale di portata biblica avrebbero potuto generare una contrazione di offerta potenziale di queste dimensioni. E’ evidente che siamo in presenza di un massiccio sottoutilizzo del potenziale produttivo dell’economia italiana: di un problema di domanda, in altri termini.

DUE, a conferma di quanto sopra, l’unica voce che si incrementa è l’export. I consumi sono scesi di 72 miliardi, gli investimenti di 113, l’export è aumentato di 16. Manca domanda interna: nel resto del mondo le aziende italiane vendono più di prima.

TRE, si dice che le aziende italiane devono recuperare produttività. Ma com’è possibile farlo se gli investimenti sono inferiori di quasi il 30% rispetto a otto prima ? senza domanda interna le aziende inevitabilmente contraggono gli investimenti, e anche l’attività di ricerca, sviluppo e innovazione. Si dimensionano per sopravvivere in un contesto permanentemente depresso. E la produttività non può salire in carenza di investimenti, di ricerca e di innovazione.

QUATTRO, la caduta della domanda interna ha prodotto anche la riduzione delle importazioni. In presenza di un export in aumento, il saldo commerciale estero è quindi passato da un sostanziale pareggio a oltre 50 miliardi di surplus (nel 2016 il dato è previsto in ulteriore aumento, a circa 60). Va notato che, esclusi i paesi forti esportatori di materie prime, solo Germania e Cina hanno un surplus commerciale maggiore di quello italiano.

CINQUE, l’affermazione ricorrente che un problema dell’Italia è “aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità” è una bugia colossale. 50-60 miliardi di surplus commerciale significano che la spesa interna è nettamente inferiore alla produzione. L’Italia quindi spende molto meno di quanto produce: e questo, nonostante produca molto meno di quanto potrebbe (e di quanto produceva nel 2007).

SEI, il problema più importante dell’economia italiana è perciò, di gran lunga, la carenza di domanda interna. I vincoli dell’Eurosistema che impediscono di incrementarla devono essere superati: ed è possibile farlo con effetto immediato e senza incrementare né il debito pubblico né il (peraltro modesto) debito netto estero.

La crisi italiana si risolve avendo in mente quanto sopra. Non si risolve altrimenti, e non si inverte altrimenti la tendenza che ha portato a quanto segue:

                                                                       2007           2011           2015
Persone in povertà assoluta (migliaia)          1.789          2.652          4.598


venerdì 14 ottobre 2016

Ricomposizioni di spesa: perché non risolvono la crisi


Una critica molto frequente al progetto Moneta Fiscale (ma in effetti a qualsiasi proposta di politica espansiva della domanda) si può riassumere grosso modo come segue.

Come fai a sostenere che sia sufficiente immettere domanda nel sistema economico, per uscire dalla depressione e rilanciare domanda, PIL e occupazione ? dove sono le tue idee in merito a politiche industriali, sistema fiscale, recupero di efficienza, contenimento di sprechi, evasione, corruzione, eccetera eccetera ?

La risposta, semplice al punto da sembrare banale (ma non lo è): le politiche di sostegno della domanda sono il modo per riempire di carburante il serbatoio di un’auto rimasta a secco.

Tutto il resto sono proposte rispettabilissime in merito a come guidare meglio, come ottimizzare i consumi, come migliorare le prestazioni. Obiettivi belli, interessanti e importanti. Ma completamente inutili se la macchina non si mette in moto.

Se volete una spiegazione leggermente più analitica di quanto detto sopra, immaginate di voler risolvere i problemi dell’economia italiana mediante interventi di “ricomposizione della spesa”. Invece di immettere più potere d’acquisto nell’economia, lo alloco diversamente. Taglio alcune spese / tasse / tariffe e ne aumento altre, per gli stessi importi totali. Se sono molto, ma molto, ma molto bravo, so come farlo in modo da conseguire un miglioramento di efficienza del 20%.

Vi assicuro che guadagnare il 20% di efficienza è un obiettivo molto ambizioso. Ma siamo fiduciosi e ipotizziamo, appunto, di sapere come realizzarlo.

Bene, se rialloco 30 miliardi di spesa, questo equivale al medesimo impatto di un intervento espansivo non di 30 ma di 6 miliardi: il 20% di 30, appunto.

Ora, 30 miliardi per l’economia di un paese – l’Italia – il cui PIL è vicino ai 1.700 spostano qualcosa, anzi parecchio. Sei, poco o niente.

Ma c’è di più. Per riallocare 30 miliardi, occorre che questo ammontare di risorse finanziarie venga TOLTO a qualcuno e DATO a qualcun altro.

Che cosa succederà, nei fatti ?

Anche assumendo che un illuminato ministro dell’economia sappia perfettamente dove intervenire per conseguire quel guadagno di efficienza, in pratica dovrà affrontare enormi resistenze da parte di tutti i gruppi d’interesse che subiscono le riduzioni.

Il risultato è che riuscirà a fare alcune cose ma parecchie altre no, e che gli interventi che potrà effettivamente avviare interesseranno non 30 ma, poniamo, 10 miliardi. E le azioni varate non necessariamente saranno le più utili ed efficaci. Quindi il beneficio sarà non del 20% ma magari del 10%.

Il 10% di 10 miliardi fa 1. Il nostro brillante ministro dell’economia riuscirà quindi a ottenere un beneficio pari a un trentesimo di quello che avrebbe conseguito un’azione espansiva di 30 miliardi.

Come dire, niente. Un impatto pari a un arrotondamento di calcolo: inavvertibile.

A questo punto, quando sentite dire per esempio al ministro Padoan che “non ci sono risorse in più” (a causa dei “vincoli” dell’Eurosistema, si capisce) ma si agirà tramite “ricomposizioni di spesa”, sapete già che cosa aspettarvi.

Se tutto va bene, niente di positivo...




giovedì 13 ottobre 2016

Quali problemi crea “rimuovere l’euro” ?


Da quattro anni mi affaccendo a sviluppare e promuovere una soluzione ai problemi nati dall’introduzione dell’euro come moneta comune di un gruppo di paesi europei – tra cui, purtroppo per noi, l’Italia.

La soluzione identificata, la Moneta Fiscale o CCF o Certificati di Credito Fiscale, è una forma di strumento monetario parallelo, che supera le disfunzioni dell’euro senza che lo si debba “rompere”.

E i motivi per evitare la rottura sono fondamentalmente due.

Da un lato, si tratterebbe di un fenomeno complicato da gestire sul piano tecnico e operativo.

Dall’altro (probabilmente ancora più importante) è difficile costruire il necessario consenso politico per attuare un passaggio “deflagrante”.

Tutto ciò premesso, trovo che siano parecchio fuori strada alcuni commentatori i quali (1) condividono la valutazione negativa del progetto euro; (2) concordano che sarebbe stato di gran lunga meglio non avviarlo; ma (3) delineano scenari catastrofici nell’eventualità che l’euro venga meno. Questo, non solo e forse neanche principalmente per la complessità del passaggio tecnico-politico, ma per la presunta ingestibilità della situazione che si verrebbe a creare successivamente.

Un esempio. In questo articolo, co-firmato da alcuni economisti di ottima fama, si legge a un certo punto che “rimosso l’euro, ci ritroveremmo quindi comunque in un vincolo esterno di domanda estera che difficilmente ci permetterebbe di perseguire politiche espansive, una volta tolto il cordone ombelicale con la BCE e senza più accesso al mercato dei capitali”.

L’Italia ha “un vincolo esterno di domanda estera” ? l’Italia nel 2016 sta generando un surplus commerciale di 60 miliardi e la posizione finanziaria netta sull’estero è negativa solo in misura modesta (23% del PIL, grosso modo gli stessi livelli di Francia, Regno Unito e USA) e declinante (grazie appunto ai surplus commerciali).

L’Italia non ha un problema di deficit nell’interscambio estero. L’Italia ha subito una pesantissima contrazione della domanda interna. Nel 2015 i consumi interni sono stati pari (a valori corretti per l’inflazione) a 1.313 miliardi di euro contro 1.385 nel 2007 (l’ultimo anno prima dell’inizio di questa crisi infinita). Gli investimenti, a 273 miliardi contro 386.

Stiamo parlando di oltre 70 miliardi di consumi e di oltre 110 miliardi di investimenti in meno. Per contro, il saldo commerciale estero è migliorato di quasi 50 miliardi su base annua.

L’Italia non ha bisogno di fare affidamento su un boom dei saldi esteri. Ha bisogno di rilanciare il potere d’acquisto domestico: cosa ottenibile superando i vincoli dell’Eurosistema grazie all’utilizzo di una moneta nazionale. Per ottenere questo, non serve “il cordone ombelicale della BCE” e neanche “l’accesso al mercato dei capitali” internazionale.

Sicuramente importante, peraltro, è migliorare la competitività delle produzioni domestiche, ma la ragione non è l’esistenza di un deficit commerciale da riequilibrare: al contrario che nel 1992, siamo in posizione di surplus. Il miglioramento di competitività – che può essere ottenuto con un riallineamento valutario oppure, come propone il progetto Moneta Fiscale, con la riduzione del cuneo fiscale a beneficio (anche) delle aziende – serve a ottenere un altro obiettivo: a evitare che una parte dell’espansione di domanda interna si disperda a seguito di maggiori importazioni.

Uscendo dai vincoli dell’Eurosistema, l’Italia può rilanciare domanda, occupazione e PIL a saldi commerciali esteri invariati. Senza far affidamento sulla domanda estera – e senza scaricare problemi propri sui partner commerciali.

Peraltro, che introducendo una moneta nazionale l’Italia perderebbe “l’accesso al mercato dei capitali” è l’ultima delle preoccupazioni. In primo luogo, perché questo accesso non è certo mancato ai tempi della lira, e non si vede perché debba venir meno a una delle prime dieci economie mondiali, tra l’altro in posizione attiva nei rapporti commerciali con l’estero.

In secondo luogo, perché l’azione espansiva sulla domanda interna può e deve fare affidamento su risorse nazionali: e la vera, principale risorsa è costituita dalla capacità produttiva oggi inutilizzata, dai disoccupati da rimettere al lavoro, dalle aziende da riportare al pieno utilizzo degli impianti.

Certe affermazioni danno l’impressione di basarsi sull’ipotesi implicita che la moneta nazionale italiana non sarebbe (come invece, naturalmente, era prima nell’euro) convertibile, dotata di valore e attivamente scambiata sui mercati finanziari. Siamo in altri termini alla teoria della “pizza di fango”: tutte le economie di dimensione minimamente significativa (Eurozona esclusa, per propria scelta) emettono moneta, tutte queste monete hanno un valore, ma - per motivi arcani e imperscrutabili - per noi non sarebbe così. L’unica alternativa all’euro, per l’Italia, è il baratto ? scherziamo ?

Va anche notato che la preoccupazione in merito a un presunto mancato accesso al mercato dei capitali internazionali, oltre a essere infondata, lascia anche perplessi in quanto proprio la dipendenza da questi mercati è all’origine di tensioni e crisi finanziarie che affliggono tantissimi paesi, in particolare in quest’ultimo paio di decenni. Si parla sempre più frequentemente di regolamentare i flussi di capitale: bene, la regolamentazione migliore è averne bisogno il meno possibile, e il modo migliore per averne bisogno il meno possibile è disporre della propria moneta…

Proprio pochi giorni fa Thomas Fazi rammentava una celebre citazione di John Maynard Keynes, che con la consueta eleganza faceva luce su questo tema: “I sympathize… with those who would minimize, rather than those who would maximize, economic entanglement between nations. Ideas, knowledge, art, hospitality, travel – these are the things which should of their nature be international. But let goods be homespun whenever it is reasonably and conveniently possible; and above all, let finance be primarily national”.

Above all, let finance be primarily national.