L’impatto della
svalutazione del cambio sui salari reali è un tema molto dibattuto. Un paese che svaluta la sua moneta guadagna
competitività e – a parità di condizioni – è in grado di esportare di più e di
recuperare quote di mercato interno, sostituendo importazioni con produzioni
domestiche: la somma di questi due benefici supera in larga misura,
generalmente, l’effetto dei maggiori costi per importazioni di materie prime e di
altri beni e servizi non sostituibili con produzioni interne.
Detto ciò, spesso
leggo articoli e commenti che fanno notare come il recupero di competitività
esterna avvenga a fronte di un calo della capacità di spesa del paese che
svaluta. Proprio l’effetto di sostituzione di una parte delle importazioni con
produzioni interne è indicativo di questo effetto, si dice. Se trovo conveniente
andare al mare in Sardegna e non più alle Maldive, è perché la vacanza alle
Maldive è diventata più costosa: prima della svalutazione ci andavo (ed
evidentemente ritenevo il bene “vacanze alle Maldive” di livello superiore),
dopo non mi conviene più e quindi mi accontento della Sardegna. L’implicazione
è che ho sostituito un prodotto di alto livello con uno di livello inferiore,
quindi ho subito una perdita di potere d’acquisto effettivo.
Questa
considerazione ha una sua logica, ma parte da un presupposto implicito: che la
svalutazione sia un aggiustamento necessario perché il paese che svaluta deve
correggere uno scompenso di saldi commerciali esteri (riequilibrare dei saldi
negativi, in altri termini). Un paese che ha un alto deficit commerciale “vive
al di sopra dei propri mezzi” perché spende più del suo reddito (attenzione, si
parla di deficit commerciale, non di deficit pubblico ! vedi qui) e questo, in genere, non può proseguire all'infinito.
Per la verità ci
sono varie situazioni in cui un paese può convivere senza grossi problemi con un
deficit commerciale protratto nel tempo. Uno è il caso in cui la moneta di quel paese, o
le passività finanziarie emesse nella moneta di quel paese, sono così
ampiamente accettate e desiderate dal resto del mondo, che quest’ultimo è
disposto a finanziare il deficit per un periodo di tempo indeterminato.
E’,
sostanzialmente, la situazione degli USA. Spesso si attribuisce la capacità
degli statunitensi di sostenere, per un periodo di tempo indeterminato, ampi
deficit commerciali allo status di “valuta di riserva internazionale” che
contraddistingue il dollaro. Io lo vedo più come una conseguenza delle
dimensioni e dell’importanza del mercato USA. In pratica al produttore
straniero si dice: qui c’è un grande mercato, puoi realizzare grandi fatturati.
Io però pago dollari. Se ti va è così, se vuoi rinunciare all’opportunità… vedi
tu.
In buona sostanza,
non rinuncia nessuno.
Un’altra
situazione è quella in cui un paese sostiene deficit commerciali per molto
tempo in quanto sta crescendo più velocemente dei suoi partner. In pratica, si
indebita con l’estero per finanziare il suo sviluppo interno. Questa è una
situazione che può essere “sana”, o meno, a seconda della qualità e della
sostenibilità dello sviluppo di quel paese. Dipende, in altri termini, dal
fatto che la crescita interna sia frutto di investimenti in tecnologia,
ricerca, produzioni di qualità, e non di bolle immobiliari o di consumi.
Tutto ciò
premesso, prendiamo il caso di un paese come l’Italia: che non emetteva ai
tempi della lira una moneta ambita, nel resto del mondo, quanto il dollaro (e
in questo momento non ne emette proprio nessuna…) e che non cresce più
velocemente dei suoi partner commerciali (anzi al contrario… questa, comunque,
è possibile e augurabile che sia una situazione transitoria).
Quel paese ha un
vincolo di equilibrio di saldi commerciali esterni. Se esporta meno di quello
che importa, per definizione spende più di quello che produce, e ha necessità
di riequilibrare la situazione.
Ora, il
riequilibrio tra spesa e produzione può avvenire, evidentemente, in due modi:
riducendo la prima o aumentando la seconda.
Tutto ciò conduce a capire che vanno distinte due fattispecie all’origine di un processo di
aggiustamento mediante riallineamento valutario (leggi svalutazione).
La prima fattispecie
è quella in cui il paese sta producendo quello che il suo sistema economico gli
consente, ma ha un deficit commerciale. In questo caso non può riequilibrare la
situazione dal lato della produzione, ma deve diminuire la spesa.
Quando l’Italia è
uscita dallo SME e ha svalutato, nel 1992, non soffriva di un grosso
sottoutilizzo delle sue risorse produttive. Doveva riequilibrare i saldi
esteri, e la via era quella della diminuzione di consumi e investimenti
interni.
Questo doveva
necessariamente avvenire tramite una riduzione dei salari reali ? se ne
può discutere, e sicuramente erano possibili processi di aggiustamento diversi
da quelli allora attuati. Che l’aggiustamento gravasse sui salari e non sui
profitti fu, sicuramente, la conseguenza dei rapporti di forza politici di quel
momento. Ma che dovesse esserci un qualche impatto negativo, almeno
nell’immediato, sulla capacità di spesa TOTALE del paese, mi pare indubbio.
Oggi l’Italia si
trova in una situazione completamente diversa. Nel 2014 ha ottenuto un saldo
commerciale estero positivo per quasi il 3% del PIL. Nello stesso tempo, il PIL
è stato inferiore del 10% rispetto al 2007, la produzione industriale del 25% e
i posti di lavoro sono un milione circa in meno.
E’ chiaro che oggi
l’Italia non ha il problema di “vivere al di sopra dei propri mezzi”. In realtà
produce più di quanto spende (saldi commerciali esteri positivi). Il problema
dell’Italia è che utilizza la capacità produttiva del suo sistema economico
molto al di sotto delle potenzialità.
L’Italia ha
bisogno di immettere potere d’acquisto e domanda nel sistema economico per
riattivare le risorse produttive oggi inutilizzate e riassorbire la
disoccupazione. E ha bisogno della sua moneta, o di qualcosa che ne svolga le
funzioni (come i CCF) per attuare questa azione espansiva sulla domanda.
Detto questo, è
anche utile uno strumento di recupero della competitività per evitare che, oltre
un certo livello, l’espansione della domanda produca saldi commerciali
negativi. Questo è il motivo per cui nel progetto CCF (vedi punto 9, qui) una
parte delle erogazioni sono previste andare alle aziende per ridurre il costo
del lavoro effettivo (senza penalizzare le retribuzioni nette). E anche per
cui, in caso di uscita dall’euro “secca”, una forte azione espansiva sulla
domanda interna rende utile o necessario un certo livello di riallineamento del
cambio.
Tuttavia è
importante sottolineare che oggi l’Italia non deve ridurre la spesa per
riportarla al livello della produzione. La necessità è aumentare domanda, spesa
e produzione INSIEME.
E se la spesa può
e deve aumentare, viene a cadere la necessità di (o il pretesto per...) comprimere i salari
reali.
Mi fermo qui per
il momento, anche se è un tema su cui c’è molto altro da dire.
Sottolineo però
che nell’analizzare le interazioni tra svalutazione e salari reali, o più in
generale tra svalutazione e spesa interna, è fondamentale (ma non lo vedo fare,
almeno negli articoli e nei dibattiti che mi sono capitati sott’occhio)
distinguere tra
Svalutazione
effettuata per RIEQUILIBRARE i saldi commerciali esteri, IN ASSENZA di un forte
sottoutilizzo delle risorse produttive
e
Svalutazione
effettuata per EVITARE lo squilibrio dei saldi commerciali esteri, in presenza di
un’AZIONE ESPANSIVA DELLA DOMANDA INTERNA che innalza l’impiego di risorse
produttive oggi fortemente SOTTOUTILIZZATE.
La situazione del 1992 era la prima, quella del 2015
è (sarebbe) la seconda.