domenica 12 gennaio 2014

Moneta, inflazione, domanda: quanto sono complicate le cose semplici ?


Quanto è complicato farle capire, voglio dire.

Avete letto l’ultimo articolo del blog, vero ? L’avete trovato semplice, giusto ? forse addirittura banale.

Repeat: stampare moneta non produce inflazione.

I prezzi crescono se la domanda di beni supera l’offerta di beni. Se no – NO.

Se stampo moneta, la do alle banche e quelle non la prestano, non c’è inflazione.

Se stampo moneta, la uso per comprare beni (direttamente da parte dello stato – spesa pubblica – o indirettamente perché riduco le tasse o aumento i trasferimenti a cittadini e imprese – spesa privata) ci sono due possibilità.

Possibilità numero uno: c’è disoccupazione (risorse inutilizzate). Aumenta la produzione, non i prezzi (perché non c’è bisogno di razionare le risorse: si rimettono al lavoro risorse inattive).

Possibilità numero due: se non ci sono risorse inattive in quantità rilevante, allora e solo allora aumentano i prezzi.

Tutto questo è molto semplice, quindi perché questa crisi economica non viene risolta ? basta incrementare la domanda, fino a quando la disoccupazione prodotta dalla crisi viene riassorbita. E fino a quel punto non c’è rischio di inflazione.

Perché non viene fatto ? C’è sotto un grande complotto, una grande congiura ?

Non escludo più nulla (a questo punto). Ma prima di essere certi delle tesi complottiste, ricordiamoci di quanto siano persistenti, vischiosi, difficili da schiodare i luoghi comuni.

Se esiste una congiura per creare l’eurodittatura nazifinanziaria, non sospetteremo certo Ambrose Evans-Pritchard di farne parte, credo.

Molti di voi sicuramente lo conoscono. Giornalista del Daily Telegraph, supercritico dell’euro e della governance economica dell’eurozona, in prima fila nel denunciare i catastrofici errori di Monti, Merkel, Schauble, Barroso, Van Rompuy.

Bene, che cosa ci dice qui ? Draghi deve assolutamente evitare che le economie dell’eurozona, soprattutto quelle in difficoltà (che ormai sono tutte tranne la Germania e pochi piccoli vicini) cadano in deflazione. E facendo cosa ?

Stampando euro, comprando titoli di stato a tutto spiano, fino a quando l’inflazione è risalita al 2%.

Ambrose… se la BCE stampa euro e compra titoli, le banche si ritrovano con moneta al posto di titoli di stato.

Ma se non c’è un’azione di sostegno della domanda, se i governi non spendono di più oppure non mettono soldi in mano al settore privato affinché li spenda lui, che cosa succede ?

Che le banche ridepositano la moneta presso la BCE, i prezzi non risalgono, e neanche la domanda, e neanche la produzione, e neanche il PIL, e neanche l’occupazione. Non abbiamo eliminato il trend deflattivo, né tanto meno agevolato la ripresa dell’economia.

Un altro esempio (un po’ diverso, ma è una variante sul tema). La Bank of England ha avviato un programma di agevolazione del credito per stimolare gli investimenti immobiliari, ha messo a disposizione 90 miliardi di sterline e l’80% non sono stati spesi.

Perché ? ma perché i soldi in questo caso vengono, effettivamente, erogati ai privati, ma a credito. E non hai voglia di indebitarti, anche se ti danno i soldi a condizioni agevolate, se la domanda è debole. Perché il tuo investimento potrebbe non rendere, anzi in questa situazione sei tutt’altro fiducioso nel risultato: e intanto ti sei indebitato.

Si esce dalla deflazione, ma soprattutto si fa ripartire la domanda, mettendo soldi in mano all’economia reale, e senza indebitarla. Più spesa statale oppure meno tasse e più trasferimenti (e quindi più spesa privata). Senza creazione di debito addizionale gravante su cittadini e aziende.

C’è la congiura, c’è la cospirazione, c’è la volontà di creare una dittatura utilizzando la finanza e facendo mancare i soldi e la domanda all’economia ? forse. O forse no.

Sicuramente, semplicemente, banalmente, siamo vittima della difficoltà di liberarci dai luoghi comuni. Anche di quelli che sono stati totalmente confutati ottanta e più anni fa.

giovedì 9 gennaio 2014

Stampare moneta NON produce inflazione


E’ uno dei tanti concetti dell’economia che vanno contro l’intuizione comune. Eppure le ragioni non sono così difficili da comprendere.

Per inflazione s’intende, qui, una tendenza forte e persistente all’aumento del livello medio dei prezzi.

Che cosa provoca l’incremento dei prezzi ? il fatto che la domanda dei beni superi l’offerta.

Immaginiamo che a un determinato livello di prezzo mille persone siano in grado di comprare un’auto. Ma fisicamente è possibile produrne solo novecento.

Allora i prezzi salgono e agiscono come un meccanismo di razionamento.

I prezzi aumentano fino al punto in cui solo novecento persone sono in grado di pagare il maggior prezzo: novecento auto vengono vendute e cento persone rimangono senz’auto.

Bene. Immaginiamo invece una situazione diversa, opposta. Novecento persone sono in grado di comprare un auto ai prezzi attuali, e ci sono impianti, manodopera e materiali sufficienti per produrne mille.

Vogliamo fare in modo che vengano prodotte e vendute mille auto, cioè che le risorse produttive vengano interamente utilizzate.

Prima ipotesi: la banca centrale stampa più moneta. Ma non la mette a disposizione del pubblico. La dà alle banche, acquistando titoli (per esempio titoli di stato) da esse posseduti. Questo è il cosiddetto “quantitative easing”, che dovrebbe servire da stimolo alla domanda.

Ma il clima generale è di pessimismo, e le banche non utilizzano questa moneta per finanziare consumatori e imprese: la lasciano depositata presso la banca centrale.

La domanda, la produzione e i prezzi delle auto aumentano ? no. Non è cambiato nulla né nella domanda di auto, né nella capacità di produrle.

Seconda ipotesi. La banca centrale stampa moneta e la mette a disposizione del governo, il quale in parte la spende e in parte riduce le tasse ai cittadini.

Aumenta il deficit dello stato, inteso come differenza tra spesa statale e incassi fiscali: il che significa che più potere d’acquisto viene messo a disposizione del settore privato.

Tuttavia, come abbiamo visto, la domanda di auto era pari, prima dell’intervento statale, a novecento unità. Ma ci sono impianti, manodopera e materiali per produrne mille. Si parte, quindi, da un alto livello di disoccupazione: non solo disoccupazione della manodopera, ma disoccupazione delle risorse produttive in generale.

La domanda viene incrementata per l’equivalente di cento auto. Le risorse inutilizzate vengono messe al lavoro e vengono prodotte cento auto in più. Aumentano i prezzi ? no, perché non c’è bisogno di razionare le risorse. Si riattivano risorse che in precedenza non venivano sfruttate.

I prezzi aumentano solo quando la domanda supera la capacità produttiva. Stampare moneta è un modo per finanziare l’incremento della domanda. Ma:

Se la moneta viene data alle banche e queste la lasciano depositata presso la banca centrale, non c’è incremento di domanda (né tantomeno di prezzi).

Se la moneta va a incrementare la domanda, ma non la spinge al di sopra della capacità produttiva, non c’è incremento di prezzi.

Se invece la domanda è già pari alla capacità produttiva, allora aumentandola c’è incremento dei prezzi. Ma la causa è la crescita della domanda oltre il livello della capacità, non il fatto (in sé) di aver stampato moneta.

Allora riassumendo:

Caso 1: stampo moneta ma non incremento la domanda. Non c’è inflazione.

Caso 2: stampo moneta, incremento la domanda che però rimane al di sotto della capacità produttiva (o comunque non la supera). Non c’è inflazione.

Caso 3: stampo moneta, incremento la domanda e la porto a livelli superiori alla capacità produttiva. C’è inflazione.

Come vedete, l’unico caso in cui c’è inflazione è quello in cui la domanda supera la capacità produttiva: il caso 3. L’inflazione è causata dalla domanda che eccede l’offerta, non dall’aver stampato moneta.

In situazioni in cui (come oggi) c’è un fortissimo sottoutilizzo delle risorse produttive (leggi alta disoccupazione) non c’è, non ci può essere alta inflazione.

Stati Uniti, Regno Unito, Giappone hanno stampato enormi quantità di moneta, ma non hanno incrementato la domanda al punto da superare la capacità produttiva delle rispettive economie. E non c’è stata inflazione.

Allo stesso modo (anzi a maggior ragione) nell’Eurozona è oggi possibile incrementare fortemente la domanda (finanziando la maggior domanda con moneta di nuova emissione) senza alcun significativo rischio di inflazione.

lunedì 6 gennaio 2014

Una previsione per il 2014


E’ il 6 gennaio e ci sta. La piazzo qui e prometto di non cancellarla, sia che i fatti mi diano torto, sia che mi diano ragione…

Che succede all’Eurocrisi nel 2014 ? intanto, succede che non succede il breakup dell’euro.

Sarei strafelice, naturalmente, se si imboccasse la strada che ritengo migliore, la riforma morbida. Ma parliamo di che cosa ritengo più probabile, non di che cosa mi auguro.

Nel 2014 l’economia mondiale andrà ad accelerare. Gli USA stanno finalmente uscendo dei lunghi postumi della crisi 2008. Si poteva arrivarci parecchio prima, comunque gli ostacoli che hanno rallentato il recupero negli ultimi 12-15 mesi (fiscal cliff, debt ceiling e impasse politiche varie) stanno venendo meno.

Spingeranno anche Giappone (proseguimento dell’Abenomics) e Regno Unito (non “grazie” all’austerità come pretendono Cameron e Osborne, ma grazie al fatto che si sta attenuando).

Si sente dire che potrebbero arrivare guai dalla Cina, ma non ci credo. Masse di crediti problematici ? può essere, ma un sistema finanziario e bancario dirigista non lascia scoppiare le bolle creditizie.

In Germania, qualche incremento della domanda interna la Grosse Koalition lo sta accettando. Ma nell’Eurozona gli sviluppi arriveranno da molte direzioni.

La forte possibilità di un grosso successo dei movimenti euroscettici alle elezioni UE del 25 maggio. La Francia che si sta rapidamente PIIGSizzando. Olanda e Finlandia che hanno appena chiuso il secondo anno consecutivo di crescita negativa del PIL.

Se tra Bruxelles, Berlino e Francoforte qualcuno ha cervello – e qualcuno, Mario Draghi per esempio, ce l’ha – ha già capito che varie rettifiche di direzione sono inevitabili.

Quanto basta per essere in grado di dire che “le riforme attuate stanno funzionando”. In realtà si tratterà di mutamenti di direzione rispetto ai mantra dell’austerità e del rigore, ma senza che la cosa risulti smaccatamente evidente. Per esempio:

La BCE lascerà chiaramente intendere che il “whatever it takes” resta più che valido, e gli spread sui titoli sovrani continueranno a scendere.

La Corte Costituzionale tedesca eviterà di mettere i bastoni tra la ruote.

Gli stress test sulle banche non faranno emergere esigenze di ricapitalizzazione di grandi istituti (solo di qualche medio-piccolo, quanto basta per non far dire che sono stati poco rigorosi). Anche perché non le si costringerà a svalutare i titoli di stato (o comunque gli spread saranno scesi abbastanza da contenere l’impatto).

Sarà introdotto un qualche tipo di LTRO non totalmente sterilizzato e almeno in parte canalizzato su aziende e settore immobiliare (non solo sui titoli di stato).

Magari sarà accordato all’Italia (e anche a Spagna e Francia ?) uno sforamento di due punti del deficit / PIL finalizzato alla riduzione del cuneo fiscale, in cambio di qualche “riforma strutturale” (che non si capirà in che cosa consiste).

Tutto questo, se a Bruxelles – Francoforte – Berlino prevalgono quelli che hanno abbastanza testa, sarà attivato prima del 25 maggio. Se no subito dopo.

Risultato: crescita PIL 2014 tutt’altro che esaltante ma sufficiente almeno a non far salire ulteriormente la disoccupazione. E (con l’aiuto se serve di qualche magheggio contabile, la fantasia è fervida) sufficiente a dire che l’Italia è in linea con gli obiettivi del fiscal compact, senza bisogno di ulteriori interventi.

Giudicate voi se sono ottimista o pessimista. Non mancate comunque (io non mancherò):

Di votare, il 25 maggio, per un partito o un movimento fortemente eurocritico (la pressione sugli eurocrati deve essere il più forte possibile).

Di fare informazione sui gravissimi problemi del sistema monetario europeo e

sul fatto che è riformabile, ma con interventi radicali, in assenza dei quali

la deflagrazione, il breakup, è un evento possibile, e anzi alla fine inevitabile.

Per evitare che il 2014 sia molto più sgradevole rispetto alla mia previsione. E per puntare a qualcosa di molto, molto migliore.

Ne riparliamo, ma non a fine 2014. Basteranno alcuni mesi per capire qual è la direzione.

martedì 31 dicembre 2013

I datori di lavoro gradiscono un’economia depressa ?


La domanda se la pone Paul Krugman ed è purtroppo molto attuale.

E’ utile innanzi tutto precisare che cos’è una recessione e che cos’è una depressione economica.

OK, c’è la battuta attribuita a Ronald Reagan (ma penso l’avesse copiata da qualcun altro): “recessione è quando il mio vicino di casa perde il lavoro, depressione è quando lo perdo io”. Volendo però essere leggermente più tecnici…

Una recessione è una fase di temporaneo declino dell’economia di un paese. Il declino può essere misurato sulla base di vari parametri, e le due alternative più comuni sono il PIL e l’occupazione.

Attualmente l’andamento dell’economia è così sconfortante che basta un trimestre in cui il PIL reale ha una variazione del più zero virgola qualcosa, o anche dello zero spaccato, perché si senta dire che “la recessione è finita”.

Più propriamente, però, si parla di espansione e di recessione con riferimento all’occupazione. Quando il PIL reale cresce abbastanza rapidamente per ridurre la disoccupazione si parla di espansione, altrimenti di recessione.

Per non essere in recessione dal punto di vista dell’occupazione non basta quindi un più zero virgola qualcosa. Occorre una crescita che assorba l’incremento della forza lavoro tenuto conto anche della crescita demografica, dell’incremento del capitale industriale e dei miglioramenti della produttività (dovuti soprattutto alla tecnologia).

Fino agli anni Ottanta questo richiedeva che il PIL reale si espandesse a tassi medi annui intorno al 2,5-3%, oggi probabilmente basta l’1,5%-2%. Il che significa che il più zero virgola espande il PIL ma continua a produrre l’aumento della disoccupazione. L’Italia nella migliore delle ipotesi oggi è in questa situazione, quindi la recessione non è affatto finita (dal punto di vista dell’occupazione).

Ma ancora più importante, e più grave, è che tutte le economie occidentali – nel loro complesso – sono in depressione.

Depressione è quando l’economia cade in una situazione permanente di forte sottoutilizzo della sue capacità produttiva, quindi di disoccupazione alta e continua.

E’ la tipica situazione che si verifica dopo lo scoppio di una grande bolla speculativa: come avvenuto nel 1929 e nel 2008.

La crisi di fiducia e l’eccesso di indebitamento (privato, non pubblico) è tale che anche se le banche centrali portano i tassi sostanzialmente a zero, la domanda non riparte. Occorre un intervento dello stato per produrre un recupero della domanda sufficiente a risolvere la depressione.

Gli USA non sono ancora usciti dalla depressione: il PIL ha ripreso a crescere e la disoccupazione sta scendendo (quindi la recessione è finita) ma è ancora ben superiore ai livelli pre-crisi, e la banca centrale è tuttora lontana dal momento in cui potrà riportare i tassi d’interesse a livelli normali (anzi sta continuando ad effettuare massicce azioni di quantitative easing, anche se ha da poco annunciato che ne ridurrà, molto gradualmente, l’intensità).

Il Regno Unito è grosso modo nella stessa situazione (un po’ peggio).

Sconforta parlare dell’Eurozona: qui, “grazie” alle politiche di austerità avviate da metà 2011 in poi, abbiamo recessione e depressione insieme.

Bene (si fa per dire). Torniamo a quanto dice Krugman. Molto semplicemente, nota in questo recente articolo che i datori di lavoro, le grandi aziende statunitensi, non sembrano animate da una gran fretta di mettere velocemente termine alla depressione. Anzi: “potete facilmente radunare una folta schiera di prestigiosi CEO per sottoscrivere un documento che chieda di “Sistemare il Debito Pubblico”; non combinate nulla se il messaggio è “Sistemare l’Economia”” (vale a dire l’occupazione).

Se tutto questo vi sembra illogico, cambierete idea dando un’occhiata ai dati su costo del lavoro e utili aziendali USA dal 2007 a oggi.
 
 

Quando la crisi è esplosa, a fine 2008, gli utili sono calati molto più delle retribuzioni. E più veloce è stato il recupero quando si è iniziato a risalire la china.

La remunerazione del capitale è più volatile di quella del lavoro, e questo è comprensibile. Il problema è un altro: oggi le retribuzioni USA sono più alte del 10% rispetto al 2007. Gli utili, del 60%.

In un’economia ancora depressa, con disoccupazione tuttora decisamente elevata, le aziende hanno beneficiato di una dinamica salariale molto contenuta. E il 60% di crescita degli utili in sei anni non è, diciamo, una cosa che faccia sentire i datori di lavoro particolarmente insoddisfatti.

Krugman nota che anche con un’economia che non sta viaggiando alla sua normale velocità di crociera, dal punto di vista delle aziende mantenere livelli di attività più bassi del potenziale è compensato dalla maggiore forza contrattuale con i dipendenti: quindi retribuzioni più basse. Completamente compensato ? difficile da dire, ma di sicuro le aziende non soffrono di grandi problemi per lo stato “moderatamente depresso” dell’economia.

Ma c’è dell’altro, e ancora una volta i grandi del passato hanno parecchio da insegnare. Basta leggere che cosa diceva nel 1942 Michal Kalecki, in un articolo (la trascrizione di una conferenza, in effetti) tutto da leggere e meditare, “Political Aspects of Full Employment”:

“Chiaramente, una maggior produzione e occupazione beneficia non solo i lavoratori ma anche gli imprenditori, in quando genera maggiori livelli di profitti”. Ma senza nemmeno toccare il punto dei minori costi di lavoro che compensano gli effetti sugli utili di un’attività (moderatamente) depressa, ci sono altri temi più politici che economici, che spingono gli imprenditori a non provare un grande entusiasmo per il pieno impiego. Kalecki li sintetizza così:

“L’attitudine negativa verso l’interferenza governativa in quanto tale, riguardo al problema dell’occupazione. L’attitudine negativa verso la direzione dell’intervento governativo (investimenti pubblici e sovvenzioni al consumo). L’attitudine negativa verso i cambiamenti politici e sociali derivanti dal mantenimento del pieno impiego”.

Pur notando che “una solida maggioranza di economisti è oggi del parere che, anche in un sistema capitalistico, il pieno impiego possa essere assicurato da un adeguato programma di spesa governativa”, Kalecki era meno ottimista di Keynes. Che fosse possibile, era chiaro a entrambi. Che, avendo compreso come ottenere il pieno impiego, le classi dirigenti avrebbero agito in modo da mantenerlo in modo permanente, era un’altra questione.

Da cinque anni in qua, il mondo occidentale sta dando molte ragioni allo scetticismo di Kalecki, ben poche all’ottimismo di Keynes.

Specialmente in Europa.

Speriamo ancora per poco.

domenica 29 dicembre 2013

Spagna, Italia, e il (solito) equivoco sul debito pubblico


Maurizio Gustinicchi illustra qui benissimo che la presunta ripresa dell’economia spagnola (presunta in quanto i dati macroeconomici 2013 sono di forte calo del PIL reale, un po’ meno disastroso di quello italiano, ma forte calo comunque) è in realtà tutta dovuta al fatto che la UE ha consentito un grosso sforamento del vincolo del 3% (relativo al rapporto deficit pubblico / PIL).

Vincolo al cui rispetto l’Italia è stata invece “millimetricamente” inchiodata.

Ritengo tuttavia utile commentare il cappello che il blog “Rischio Calcolato” mette in testa all’articolo, in particolare dove dice:

“La differenza tra Spagna e Italia è che loro il jolly dell’aumento debito / PIL se lo possono ancora giocare (sono sotto il 90%), noi ce lo siamo già giocato dai tempi di Craxi, Andreotti e Forlani”.

L’affermazione lascia intendere che lo sforamento è stato consentito alla Spagna (ma anche all’Irlanda, e in misura minore alla Francia) e non a noi perché il debito / PIL italiano è più alto (oltre il 130%, ormai).

Bene, può darsi che queste siano stata effettivamente le motivazioni di quanto stabilito dalle menti illuminate di Bruxelles. Ma se è così sono basate su analisi completamente sbagliate.

Se all’Italia fosse stato consentito un deficit / PIL più alto, per esempio di cinque punti percentuali (8% invece di 3%), il PIL italiano 2013 sarebbe stato nettamente più elevato.

Ipotizziamo che cinque punti di deficit in più (quindi di maggiore spesa pubblica al netto di minori tasse) si fossero tradotti in cinque punti di maggior PIL.

E’ un’ipotesi con ogni probabilità cautelativa, perché non tiene conto che, partendo da una situazione depressa, lo stimolo dato dal maggior deficit si traduce in una crescita di domanda e PIL in rapporto maggiore di 1:1. E nemmeno che il maggior PIL produce maggiori incassi fiscali, che a loro volta limitano l’incremento del deficit.

E’ anche vero, d’altra parte, che maggior domanda interna implica maggiori importazioni, che in parte riducono il beneficio sul PIL. Qui peraltro si sarebbe potuto senza difficoltà compensare l’effetto, destinando una parte delle risorse liberate dall’allentamento del vincolo deficit / PIL alla riduzione delle imposte sui costi di lavoro sostenuti dalle aziende (quindi del cuneo fiscale). Ottenendo così un almeno parziale riallineamento della competitività italiana rispetto a quella nordeuropea (tedesca in particolare).

Ma stiamo sul semplice. Diciamo maggior deficit = maggior PIL in rapporto 1:1.

Vediamo i risultati. Questi sono i dati 2013, ormai praticamente finali, per l’Italia.


PIL

 

1.557

Deficit pubblico

47

Deficit / PIL

3,0%

Debito pubblico

2.031

Debito / PIL

 

130,4%

 
E questa è la situazione, sulla base dell’ipotesi di maggior deficit che si converte 1:1 in maggior PIL, con un deficit pubblico dell’8%.
 


PIL

 

1.642

Deficit pubblico

131

Deficit / PIL

8,0%

Debito pubblico

2.116

Debito / PIL

 

128,9%

 
Sono 85 miliardi di maggior PIL. Vuol dire che invece di un calo di quasi il 2% il PIL italiano avrebbe avuto una crescita superiore al 3% (altro che il -1,3% spagnolo).

E il rapporto debito / PIL ? sarebbe stato più basso.

E’ difficile da capire tutto questo ? per il governo italiano pare di sì. Giusto l’altro ieri sentivo Emma Bonino (europeista di ferro, com’è noto) dire alla radio “d’altra parte il primo problema è il debito, il debito l’abbiamo fatto noi, non possiamo incolpare nessun altro”.

Ho cambiato canale.

Non senza ricordare che il 4 gennaio 1933 (non il 27 dicembre 2013) un signore di nome John Maynard Keynes (non Emma Bonino) pronunciava alla radio inglese (non italiana) queste parole:

“Non si potrà mai equilibrare il bilancio attraverso misure che riducono il reddito nazionale. Il ministro delle finanze non farebbe altro che inseguire la sua stessa coda. La sola speranza di equilibrare il bilancio in modo stabile e permanente passa dall’evitare l’enorme aggravio dovuto alla disoccupazione. Per questo sostengo che, anche nel caso in cui si prenda il bilancio pubblico come unico metro di giudizio, il criterio principale per giudicare se le politiche siano state o no un successo, è lo stato dell’occupazione”.

Oh, nel 1933 il debito pubblico del Regno Unito era pari a circa il 180% del PIL.

Senza contare che in una situazione di domanda pesantemente depressa, il maggior deficit potrebbe essere finanziato non da debito, ma da maggiore emissione di moneta – senza rischi di inflazione.

E, ancora, senza contare che una politica monetaria espansiva può essere attuata selettivamente anche nell’eurozona, dove serve in misura diversa (molto in alcuni paesi, meno in altri e per nulla in altri ancora), se si identificano gli strumenti adeguati.

Ma naturalmente Olli Rehn, ex scadente calciatore convertitosi in catastrofico commissario UE, mesi fa ha utilizzato le sue capacità di medium per farci sapere che “oggi nemmeno Keynes sarebbe un keynesiano”.
 
Nella migliore delle ipotesi, siamo nelle mani di un branco di incompetenti.

venerdì 27 dicembre 2013

Euroexit con o senza breakup ?


Provo a rispiegare, ancora una volta…

L’ho già detto tempo addietro: se a un certo punto ci sarà la possibilità di schiacciare il pulsante che attiverà il breakup dell’euro, non sarò certo io (nel remotissimo caso che ne avessi la possibilità…) a oppormi !

Tuttavia caldeggio una via diversa di soluzione dei problemi del sistema monetario europeo, un approccio morbido (o riformista che dir si voglia).

Nei suoi effetti finali, la via morbida è totalmente equivalente al breakup. L’ho spiegato qui, qui e in tante altre sedi. E sono sempre a piena disposizione per chiarire qualsiasi dubbio di natura tecnica a chi, legittimamente, non ne è ancora convinto.

Ma quello che mi preoccupa, riguardo al breakup, è soprattutto la difficoltà di acquisire il consenso maggioritario della pubblica opinione e di superare i fortissimi interessi che vi si appongono.

Spaccare l’euro implica che l’Italia (e gli altri paesi mediterranei dell’eurozona) si ritroveranno ad adottare monete che saranno oggetto di svalutazione. Mentre la Germania ed altri paesi dell’ex area marco si verificherà il fenomeno contrario.

Per i “nord-eurozonici” ci sono due problemi: (1) immediata perdita di competitività e (2) svalutazione dei crediti detenuti nei confronti dei paesi mediterranei.

E’ un problema loro, certo, non nostro. Ma lo diventa nel momento in cui li spinge, per esempio, a esercitare forti pressioni e ad agevolare campagne di informazione (o disinformazione) ostili al cambiamento. E stiamo constatando che non è teoria, è quanto sta avvenendo.

Poi ci sono i problemi che preoccupano direttamente anche i cittadini italiani: (a) svalutazione che alimenta inflazione, quindi perdita di potere d'acquisto di retribuzioni, pensioni e risparmio, quindi (b) necessità di predisporre meccanismi di indicizzazione, che potrebbero tuttavia alimentare una spirale salari-prezzi simile a quella che si è verificata ai tempi delle crisi petrolifere (c) turbolenze nei mercati finanziari e nel sistema bancario.

Ora, la mia opinione è che la traslazione da svalutazione a inflazione non solo sarebbe molto meno che proporzionale, ma potrebbe addirittura non verificarsi per nulla.

E le turbolenze in corrispondenza del breakup potrebbero anche non esserci (qui, tuttavia, ho opinioni meno forti).

Ma che questi timori siano tanto o poco giustificati, il problema di base è che ESISTONO.

Che cosa ne segue riguardo all’attitudine della pubblica opinione ?

Non so a voi, ma a me appare evidente che il pubblico è diviso in tre blocchi. Credo, grosso modo, di dimensioni simili, e sicuramente tutti e tre consistenti.

Quelli che dall’euro uscirebbero domattina.

Quelli che capiscono che qualcosa non va, ma sono spaventati dalla transizione.

E gli irriducibili, che non ritengono necessario modificare il sistema monetario.

Ora, un cambiamento così importante mi sembra molto difficile da attuare senza il supporto di una parte largamente maggioritaria della pubblica opinione.

E senza convincere il secondo gruppo, i “consapevoli ma spaventati”, temo proprio che NON ci si arrivi. O de minimis che i tempi siano molto più lunghi.

martedì 24 dicembre 2013

La riforma morbida del sistema monetario europeo

Slides per futuri convegni (prima bozza)





Che cosa non funziona nell’attuale sistema monetario europeo
 
 
Manca un meccanismo di aggiustamento delle differenze di competitività

I paesi più competitivi accumulano surplus commerciali e crediti finanziari, gli altri deficit e debiti.

Manca uno stabilizzatore, quale in passato erano i cambi flessibili.

L’austerità azzera i deficit commerciali dei paesi meno competitivi ma li manda in depressione economica.

 

Le politiche monetarie non supportano le azioni anticicliche necessarie quando l’economia cade in depressione

A seguito di una crisi finanziaria (Lehman 2008) tutte le economie occidentali hanno subito una pesante caduta della domanda. Un recupero in tempi ragionevoli richiedeva una forte azione pubblica di sostegno.

Ma nell’Eurozona dopo il 2009 in poi queste azioni si sono bloccate perché servivano molto più al Sud che al Nord, e i “settentrionali” non volevano emettere moneta per finanziare il sostegno della domanda, e neanche che il Sud espandesse i deficit pubblici.

 

I debiti pubblici sono diventati debiti in moneta straniera

Quindi hanno un rischio di default, che il debito pubblico denominato in moneta sovrana non ha.

USA, UK e Giappone hanno potuto aumentare deficit e debito pubblico e i tassi sono rimasti sostanzialmente a zero.






“Diamo una spallata” ? le difficoltà del break-up
 


I paesi settentrionali dell’eurozona subiscono un’immediata perdita di competitività.

 

I creditori subiscono una perdita di valore.

 

Timori dei risparmiatori italiani per la perdita di valore di titoli e depositi bancari.

 

Timori delle categorie a reddito fisso per la perdita di valore di retribuzioni e pensioni.

 

Quindi necessità di indicizzazioni: timori di spirale prezzi-salari.

 

Timori per la stabilità del sistema bancario (bank-runs).

 

Confusione e contenziosi legali in seguito alle ridenominazione di crediti e debiti, possibili insolvenze di banche e aziende.

 

 

===> Molti di questi timori sono più psicologici che reali ma…

 

…sicuramente il break-up è un processo fattibile ma complicato.

 

Molto difficile ottenere un ampio consenso di pubblica opinione.

 

Forti interessi costituiti sono violentemente contrari.







La riforma morbida (CCF e Mosler Bonds): c’è una porta aperta sul retro

 

Riappropriarsi del potere di emettere moneta.

 

Certificati di Credito Fiscale: moneta a impiego differito, utilizzabile due anni dopo l’assegnazione per pagare tasse e ogni altra obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione.

 

Assegnazioni annue per 200 miliardi circa ad aziende, lavoratori e finanziamento di spesa pubblica.

 

Quota assegnata ad aziende (circa 80) abbassa il costo del lavoro effettivo e riallinea la competitività italiana a quella tedesca.

 

Riavvio immediato di domanda e crescita, recupero del pieno impiego in pochi anni.

 

Nel frattempo, non si emettono più titoli di debito pubblico ma Mosler Bonds.

 

Mosler Bonds = Tax-Backed Bonds: titoli che alla scadenza sono utilizzabili per pagamenti verso lo Stato.

 

I Mosler Bonds per definizione NON hanno rischio di default (non sono, in effetti, debito pubblico, ma una forma di moneta – come i CCF).

 

Rapida riduzione del debito pubblico italiano a rischio di default (cioè del debito che è effettivamente tale) ===> a ritmo anche più accelerato di quanto previsto dal fiscal compact.






La riforma morbida: operativamente e politicamente molto più agevole del break-up

 

Non c’è bisogno di agire di sorpresa.

 

Nessuna conversione valutaria di crediti, debiti, contratti, retribuzioni, pensioni.

 

Nessuna incompatibilità con i trattati.

 

Va attuata senza farne mistero, ma senza chiedere “autorizzazioni” a nessuno.

 

Ogni stato in difficoltà dell’eurozona può applicarla in misura e con caratteristiche adattate al suo contesto specifico.










 


Marco Cattaneo / Giovanni Zibordi

“Una soluzione per l’euro: gli strumenti per rimettere in moto l’economia italiana”

Prefazione di Warren Mosler

Introduzione di Biagio Bossone

In pubblicazione presso Hoepli Editore, 2014